Il 18 luglio, lo stesso Sami Modiano che ha subito la follia nazifascista raccontata da Primo Levi, è stato nominato Cavaliere di Gran Croce da Sergio Mattarella…

Il 18 luglio 2020, Sami Modiano viene proclamato Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’età di 90 anni. Modiano è uno dei pochi italiani sopravvissuti ai campi di sterminio, all’inumana furia razziale nazifascista, ed è uno dei simboli della memoria che scappa e che noi dovremmo (almeno) tentare di rincorrere. Ma la memoria è in grado di mimetizzarsi facilmente: in pochi hanno la meglio contro la sua astuzia. Si cela dietro frasi del tipo “sì, ma il fascismo di oggi non c’entra con quello delle leggi razziali!”, frasi falsamente ingenue, o ingenuamente false – dipende dai punti di vista…eppure basterebbe poco, una pagina Wikipedia e qualche manciata di minuti, per informarsi e per comprendere quanto sia importante destreggiarsi nell’arte di scovare nel passato – non raramente considerato mera storia – quelle vicende, come quella di Modiano, in grado di modificare in pochi attimi la percezione, spesso cieca e corrotta, di ciò che è successo e che (in teoria…) non dovrebbe succedere nuovamente.
Per fortuna, abbiamo ancora qualcuno come Sami, a ricordarci cose che, senza di lui, avremmo scordato.
E i giovani? Chi porterà avanti quel costante lavoro di raccordo tra passato e presente, compiuto fino ad oggi dai sopravvissuti? C’è ancora qualcuno che ha a cuore le controversie degli ebrei, oltre al popolo ebraico stesso?
La memoria sfuma, perciò ricordiamo.

La storia di Modiano e l’incontro con Levi
Sami Modiano nasce nel 1930 a Rodi, all’epoca provincia italiana. Rodi era un’isola vissuta da cristiani, da ebrei e da musulmani, tanto multietnica quanto antipode rispetto al concetto di razza. Quando nel 1938 vengono promulgate le Leggi razziali, Sami, abituato ad una cultura aperta e priva di discriminazioni, si ritrova a vivere una serie di eventi traumatici, a partire dall’espulsione dalla scuola (era in terza elementare), finendo con l’armistizio firmato dall’Italia nel ‘43, che permette alle truppe tedesche di invadere Rodi, di ingannare la comunità ebraica, stipando ogni membro della comunità in una vecchia nave mercantile diretta al Pireo. Qui, vengono caricati sui treni che, attraverso il continente, portano ai campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau. Sami Modiano finisce a Birkenau, dove, separato dalla madre, rimane col padre, che riesce a salvare il figlio, vittima di una delle selezioni per finire nelle camere a gas, portandolo nelle file dei superstiti. A Sami viene assegnato il numero B7456 (al padre il B7455).
Di seguito, perde la madre, la sorella e il padre. Anche lui rischia di morire, almeno due volte. Prima della liberazione, viene selezionato nuovamente per finire nelle camere a gas, una volta in fila, però, una SS è in difficoltà con un carico di patate e, vuoi per il fato, vuoi per il caso (che alla fine sono la stessa cosa), chiama il giovane ebreo a dargli una mano.
Con l’arrivo degli Alleati, i tedeschi radono al suolo Birkenau e spostano tutti i prigionieri ad Auschwitz, tra i quali vi è lo stesso Modiano: durante la marcia, stremato e senza un briciolo di speranza, Sami si lascia cadere a terra. In quel momento, viene aiutato da due compagni sconosciuti, che lo adagiano su un mucchio di cadaveri per confonderlo. Al suo risveglio, il giovane vede una casa in lontananza: arrancando, la raggiunge e si mette in salvo. Nella casa ci sono altri ebrei superstiti, tra cui Primo Levi…
Primo Levi: I sommersi e i salvati
“Questa, di cui abbiamo detto e diremo, è la vita ambigua del Lager”, così comincia I sommersi e i salvati, uno dei capitoli di Se questo è un uomo, il libro di Levi, che si erge ad emblema delle traversie causate dalla follia nazifascista.
Non ci si deve far ingannare da questo scrittore, che spesso usa le parole come fossero elementi fondamentali di un composto chimico: affinché tutto sia impeccabile, è necessario che le componenti siano in perfetto equilibrio. E questo vale tanto per la retorica, quanto per la scienza.
D’altronde Levi, prima che uno scrittore ebreo sopravvissuto ad Auschwitz, era per l’appunto un chimico. Dunque, alla luce di questo particolare, risulta più semplice capire che, per comprendere Levi, bisogna tenere ben presente il peso specifico che egli attribuisce a ciascuna parola.
Quindi, definendo la vita nei Lager “ambigua”, lo scrittore fornisce immediatamente la chiave interpretativa di tutto il capitolo, se non proprio dell’intera opera: ambigua è quella vita che può incamminarsi zoppicando lungo una strada o lungo un’altra, si può essere “sommersi” oppure “salvati”.
Il Lager diviene, agli occhi dello scienziato, una “gigantesca esperienza biologica e sociale”: in un mondo inadatto all’uomo, un mucchio di individui senza capelli né nome, vengono rinchiusi dietro il filo spinato, a lavorare e a morire, con cibo e acqua insufficienti. Perciò viene subito “in luce che esistono tra gli uomini due categorie ben distinte: i salvati e i sommersi”.
In un lager, non ci sono mezze misure: o sopravvivi e ti rendi utile; o ti fai sopraffare dalla situazione e bruci, letteralmente.
Un detto ebraico dice: “polvere eri e polvere ritornerai”, come a prevedere beffardamente il futuro, come ad anticipare l’espressione finale prodotta dai campi di sterminio: la polvere, la cenere.
Progresso novecentesco=Lager
I futuristi inneggiavano al progresso della macchina, della velocità e dello sviluppo industriale e, in un clima che poneva l’essere umano in fondo alla lista, è nato il fascismo, dal quale è derivato il nazismo, culminato nell’ingegneria perversa dei lager, apice della concezione dell’uomo a cui è stata sottratta la soggettività, la personalità, il pensiero. Si trattava della deflagrante fatiscenza del lavoro delle macchine, rincorso dalla goffa riproduzione di tale lavoro, attuata dall’uomo ebreo, forzatamente operaio, inevitabilmente animale, infine cenere e memoria, via via sempre più sfumata, evanescente.
Nulla. Nessuno, se non i resti di un campo di lavoro, riecheggiante sterminio e disumanità. E quindi ditemi, diteci, Se questo è un uomo…
…Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.