
Salmo vs Luchè
La recente battaglia rap, che ha visto protagonisti i cantanti Luchè e Salmo, ha generato nel pubblico e nei rispettivi fans un tale entusiasmo che nei primi giorni di luglio sembrava non ci fosse altra notizia. I testi delle canzoni con cui i due rapper si sfidavano erano sulla bocca di tutti e in ogni piattaforma spopolavano persino le reazioni di influencer, e non, alle parole taglienti dei due sfidanti.
Ma facciamo un passo indietro: la sfida, ricominciata il 4 luglio 2023, parte da una pronta risposta di Luchè che, preso in causa nelle 64 barre di Salmo per RedBull, sente riaprirsi una vecchia ferita. Risponde così: pubblica sul suo canale Youtube Estate dimmerda 2, omonimo del singolo di Salmo del 2017; dopotutto ha seguito pedissequamente quello che lo stesso Salmo gli aveva suggerito nel 2019: “se hai qualcosa da dire, me lo dici in una canzone” – non se l’è fatto ripetere due volte.

Un dissing ancora aperto
Il 2019 è infatti l’anno del via alla discordia: i due iniziavano a battibeccare attraverso i post sui social, mandandosi frecciatine non troppo velate, prendendosi, non troppo bonariamente, in giro con frasi destinate a fare il giro del web.
Sono il mese di luglio del 2023 e i canali dei due rapper ad essere il campo di battaglia del vero e proprio dissing. Con continui riferimenti alle rispettive canzoni passate, Salmo e Luchè hanno pubblicato nel giro di pochissimi giorni una serie di testi che lasciano poco spazio all’immaginazione: se Salmo passa dall’essere Russell Crowe (suo brano del 2013) all’essere “Pio e Amedeo”, Luchè è tutto rifatto “con il silicon in faccia” e sembra una Kardashian. insomma, ce n’è per tutti.
Cos’è un dissing? Nel gergo del rap, “dissare” ha un’accezione negativa e significa insultare e screditare qualcuno o qualcosa attraverso i testi delle proprie canzoni, prendendo di mira specialmente cantanti rivali. All’apparenza niente di più inerente al gergo e al mondo delle nuove generazioni – per intenderci – niente che potrebbe far impallidire di più un boomer. La realtà dei fatti è molto diversa: sicuramente il termine è neonato ma il concetto e il funzionamento sono ben distanti dall’essere novità: il dissing altro non è che una tenzone contemporanea e, come accade il più delle volte, l’uomo moderno non si è inventato niente.
La tenzone: un dissing ante litteram
Di origine provenzale e diffusa nel Medioevo, la tenzone non era altro che uno scambio di rime polemico, teso a screditare e insultare l’altro attraverso l’uso spietato della parola: niente di diverso da un dissing (ante litteram). I due poeti utilizzavano a proprio favore ciò che conoscevano sull’altro in modo tale da ferire, anche solo scherzosamente, l’avversario che – è il caso di dirlo – rispondeva per le rime.
Una delle tenzoni più famose – Salmo e Luchè mirano a questa notorietà – è quella che vedeva protagonisti Dante e Forese Donati (cugino della moglie di Dante) negli anni tra il 1293 e il 1296. I due si prendono familiarmente in giro e si infamano a vicenda, andando a toccare punti delicati e personali e suscitando nel lettore un sorriso: lo stile, seppur basso, è estremamente ricercato, articolato e allusivo. Ne è un esempio l’insinuazione che Dante fa a Forese a proposito del letto nuziale troppo spesso lasciato vuoto:
“La tosse, ‘l freddo e l’altra mala voglia
noll’ adovien per omor’ ch’abbia vecchi,
ma per difetto ch’ella sente al nido”
Nell’immaginario collettivo le parole dei due rapper possono apparire più taglienti e decise, ma sembrano spade poco affilate vicino alle stilettate che i gentiluomini cavallereschi si lanciavano col chiaro intento di ferire, anche gravemente. Se Dante e Forese non potranno più prendersi per le rime, la sfida tra Salmo e Luchè, che ha tenuto tutti col fiato sospeso sembra esser giunta a un punto (la quiete prima della tempesta? ndr): Salmo ha pubblicato Game over in cui sminuisce il nome del rivale:
“Finisco il dissing con il lucchetto”