Saffo, dall’antica Grecia, canta del suo amore lesbico all’insegna del moderno “love is love”

Indaghiamo sulle origini del lesbismo con le odi della poetessa greca Saffo, sublimi celebrazioni di un amore omoerotico.

Bandiera arcobaleno, altrimenti chiamata “freedom flag”

Chi addita l’amore omosessuale come atto contro natura, dovrebbe ricordare che l’attrazione e l’amore verso una persona dello stesso sesso sono radicati nell’uomo sin dalle sue origini e non dovrebbero andare incontro ad alcuna ostruzione.

UNA STORIA DI RIBELLIONE: DALLE ORIGINI AI MOTI DI STONEWALL

Per quanto oggi si possa manifestare l’appartenenza o la solidarietà al movimento LGBTQIA+ più liberamente rispetto a decine di anni fa, si è ancora ben lontani dall’accettazione totale da parte della società di qualcosa che è da ritenersi assolutamente secondo natura e perfettamente ammissibile. Sino agli anni sessanta non erano ancora stati coniati termini riferibili a persone non-eterosessuali che non avessero un’accezione dispregiativa: basti pensare alla parola “sodomiti”, abitanti di Sodoma, una città citata nella Bibbia e da Dante per riferirsi alla sua distruzione da parte di un dio che puniva tutti coloro che intrattenevano rapporti sessuali non finalizzati alla procreazione. Il primo termine ampliamente utilizzato fu quello di “omosessuale” che venne poi accostato all’americano “gay” (acronimo di “Good as you” – “Valido quanto te”). Se questo termine voleva mettere in risalto l’uguaglianza tra gli omosessuali e gli eterosessuali, divenne invece sinonimo di “depravato” o “lussurioso”. Quando poi anche l’omosessualità femminile andò diffondendosi, i termini di “gay e lesbica” entrarono a far parte dell’uso comune. Capostipiti dei movimenti di rivolta ricordiamo i cosiddetti moti di Stonewall: violenti scontri tra la polizia di New York ed i vari gruppi omosessuali. Il primo scontro si registrò la notte del 27 giugno 1969 nel bar gay dello Stonewall Inn, dove la polizia fece irruzione per arrestare con l’accusa di una “indecenza” che prevedeva baciarsi, tenersi per mano, indossare abiti del sesso opposto o perfino il trovarsi nel bar al momento dell’irruzione; volto dei moti fu poi la transessuale Sylvia Rivera che, dopo essere stata colpita con un manganello, si dice abbia iniziato la rivolta gettando una bottiglia contro un poliziotto. Questo violento episodio viene considerato come la nascita del movimento di liberazione gay in tutto il mondo, non a caso, il 28 giugno, è stato scelto come data del “Gay pride”.

Moti di Stonewall, 1969

“CHI DI NUOVO MI PERSUADERO’ A GUIDARE ANCORA AL TUO AMORE?”

Non esiste sfaccettatura del mondo occidentale che gli antichi greci non abbiano già esplorato. Per fare capire quanto l’amore verso una persona dello stesso sesso sia antico quanto l’uomo analizzeremo la figura della prima donna lesbica di cui abbiamo notizia: la poetessa greca Saffo. Ella nacque tra il 640 e il 630 a.C. a Ereso, sull’isola di Lesbo (dalla quale prende origine il termine “lesbica”). La poetessa divenne celebre per essere la direttrice di un tiaso, una comunità di ragazze istituita con finalità religiose ed educative; il tiaso di Saffo era tra i più rinomati della città di Mitilene, alla quale accorrevano da ogni parte le nobili giovani. Qui le fanciulle venivano educate alla loro successiva vita di mogli e madri: i legami con la loro insegnante erano molto stretti ed avevano anche un carattere sessuale; ricordiamo che, nel mondo greco, le relazioni omosessuali tra una persona giovane ed una adulta avevano funzione educativa e di iniziazione all’amore, oltre che alla vita. Il frammento più famoso è probabilmente il numero 31, la cosiddetta “Ode della gelosia”: qui Saffo assiste in disparte ad un dialogo tra una delle sue fanciulle ed il futuro marito e viene dunque presa da un malessere psicofisico, descritto tramite un lessico che rimanda alla medicina di Ippocrate. Dapprima la poetessa viene attanagliata da una forte tachicardia con conseguente afasia che le dà l’impressione di avere “la lingua spezzata”, ella si sente avvampare e avverte tanto un ronzio alle orecchie quanto la vista offuscarsi, suda, trema, si tinge di un colorito verde e si sente come morta: tutti sintomi di quello che è stato descritto come un moderno attacco di panico, scatenato dalla paura di perdere la giovane amata. L’antropologo Devereux esplica una teoria secondo la quale Saffo renda qui manifesti i sintomi di una vera ansia omosessuale, messa poi in discussione dal filologo Di Benedetto, secondo cui l’ansia di Saffo è originata dalla consapevolezza del distacco. Il frammento ha suscitato l’interesse dei più celebri poeti che ci hanno deliziati con le loro traduzioni dell’ode, ricordiamo Catullo, Foscolo, Pascoli e Quasimodo, che, pure così diversi, si sono identificati con la sofferenza data dalla perdita della persona amata, un dolore che forse abbiamo provato o proveremo, quel dolore che fa pronunciare a Saffo “davvero io voglio morire”.

DALL’ANTICA GRECIA SI INNALZA IL “LOVE IS LOVE”

Il primo frammento della raccolta di Saffo, pervenutoci per intero, è costituito dal cosiddetto “Inno ad Afrodite”, un inno cletico, ossia di invocazione, che Dionigi di Alicarnasso definì come esempio di “armonia elegante e fiorita”: si invoca qui Afrodite, dea dell’amore, affinché non faccia soffrire Saffo che desidera essere sua alleata nell’istruire le giovani donne. Nel componimento si possono chiaramente riconoscere le tre sezioni tipiche degli inni: invocazione della dea, sezione narrativa in cui si ricordano i rapporti pregressi tra colui che prega e la divinità e la preghiera vera e propria, in cui Saffo esprime il desiderio di fare tornare a una fanciulla al suo amore. Tutto il canto si incentra sulla sofferenza dell’io poetico, ma la vicenda narrata va oltre la soggettività: Afrodite stessa presenta una legge di giustizia che regola l’amore, secondo la quale “chi fugge, presto inseguirà; chi non accoglie i doni, poi li darà; chi non ama, presto amerà, anche se non vuole”. Il dolore provato da Saffo è causato unicamente da un sentimento non più ricambiato e dall’addio della persona amata; immaginiamo se a questa sofferenza, già difficile da accettare, si aggiungesse anche l’imposizione di una società eterosessuale che nega la libertà di amare per difendere una “famiglia tradizionale”, non possiamo fare altro che affermare che “se niente ci salva dalla morte, che almeno l’amore ci salvi dalla vita”.

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