Spesso gli individui hanno la tendenza a considerare il mondo in cui vivono, o per meglio dire la propria società, un sistema di pratiche e relazioni fondate su basi strettamente razionali, ciò perchè avvertono la forte presenza delle scienze, delle conoscenze tecniche che sembrano indirizzarli verso una concezione della realtà più scientifica di quello che realmente è.

Capita di tralasciare l’aspetto emozionale dell’essere umano, che sfugge alle scienze, alla ragione, per rifugiarsi nel trasporto emotivo che più si avvicina al suo istinto, parliamo dell’uomo che ha sempre trovato questo rifugio nella religione, nelle credenze, nei riti, che, secondo alcuni sociologi (tra gli altri Durkheim e Collins) sono la più grande rappresentazione di coesione sociale dovuta alle emozioni, della storia dell’uomo, ciò dimostra quanto la nostra specie sia incline in certi casi a sacrificare la ragione in nome della fede in una religione, o in alcune pratiche rituali.

Potremmo provare a spiegarci in questo modo l’inquietante pratica dei sacrifici umani, ricorrente in alcune zone del continente africano.

I rituali descritti da Randall Collins

La visione sociologica di Collins prende spunto dagli studi di Durkheim sui riti, su cui quest’ultimo ha effettuato una dettagliata descrizione delle caratteristiche e delle modalità di funzionamento, per sottolineare ancora come l’aspetto pre-razionale possa prevalere in alcuni casi sulla razionalità scientifica.

Per il sociologo americano un rito non si fonda su un sapere scientifico, ma sulla coesione e sulle emozioni forti che questo trasmette a chi vi partecipa, fornendo una certa sicurezza agli individui che si affidano a poteri trascendetali capaci potenzialmente di tutto. Ed è così che un rituale così agghiacciante come l’uccisione di un uomo o di un bambino, entra prepotentemente a far parte di alcune culture tribali che provano a trarre profitti di vario genere tramite sacrifici di questo tipo, recuperando pezzi del corpo utilizzandoli come amuleti, o utilizzando pezzi di pelle come vesti del potere.

In società dove il progresso tecnologico, a causa delle decisioni passate e presenti dei Paesi occidentali, è inesistente, la facilità nell’affidarsi allo strapotere emozionale dei riti è del tutto comprensibile, anche quando è così inquietante.

I Mwua, gli artefici dei sacrifici

Scendendo nel dettaglio del fenomeno in questione capiamo quanto sia importante lo studio delle religioni ‘elementari’della storia dell’uomo, ciò perchè l’impostazione ritualistica è la medesima ritrovata in più occasioni e in varie culture.

I protagonisti dei sacrifici umani praticati in alcune zone del Kenya e della Sierra Leone, sono i Mwua, quelli che noi identifichiamo come stregoni, coloro i quali dirigono i rituali, che enfatizzano le emozioni e che si occupano di trovare le vittime sacrificali, ed è grazie alla loro posizione, che riescono ad ottenere reverenza, credibilità, a presentarsi come l’aiuto divino che accorre nei casi in cui sembra essere l’unica soluzione.

 

Fin dove si spinge la potenza del rito?

Trovandoci ad analizzare un fenomeno che ci reca tanta inquietudine, è complicato osservarlo in maniera acritica, soprattutto se facciamo riferimento ai nostri valori morali provenienti da una differente cultura. Ciò che ci turba ma che allo stesso tempo dovremmo studiare è la potenza dei rituali, del trasporto emozionale e delle consequenziali pratiche oscure che fatichiamo a comprendere.

Quello che possiamo però chiederci è se la responsabilità dell’esistenza di abitudini rituali omicide, dunque pericolose, è da ricondursi all’abbandono totale di determinate zone del mondo, se insieme ad un processo tecnologico e scientifico possibile potremmo immaginare di dare alle persone un’ulteriore opzione da aggiungersi a ciò che noi consideriamo solo una folle credenza.

Simone Esposito

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