Una “piazza dell’umanità” è stata definita quella a San Giovanni durante la manifestazione organizzata dai partiti di sinistra.
Il sostegno alla causa palestinese deriva anche da aiuti umanitari verso la Striscia, ostacolati però dal blocco della marina israeliana.
La manifestazione
Neanche l’allettante primo caldo estivo è riuscito a disincentivare la partecipazione al corteo pro Palestina svoltosi a Roma in questo primo sabato di giugno: sotto bandiere della pace e striscioni con i colori della bandiera dello Stato mediorientale, sono convogliati i tre principali partiti del centro sinistra (PD, M5s e Avs), organizzando una manifestazione per chiedere unitariamente la fine del massacro a Gaza e della collaborazione tra governo italiano e Israele insieme al cessate il fuoco immediato. Lo slogan “Free free Palestine”, pronunciato anche dai Patagarri al Concerto del primo maggio, è stato scandito più volte dai cori di manifestanti che hanno riempito il tragitto da Piazza Vittorio a San Giovanni: una folla oceanica ha infatti preso parte alla mobilitazione organizzata dalle forze di sinistra, che hanno riscontrato un’affluenza sei volte superiore alle aspettative, sintomo non di una comune appartenenza a un partito ma di un comune senso di indignazione e impotenza di fronte allo sterminio di un popolo, della volontà di creare un’opposizione concreta alla violazione del diritto internazionale e dei diritti umani. Ad intervenire in Piazza San Giovanni sono stati i leader dei partiti promotori. Schlein e Conte ricordano di essere un’alternativa all’ “Italia che tace”, riferendosi alla condotta del governo Meloni e di altri governi che “stanno facendo finta di non vedere e ancora oggi balbettano”. Chiedono il riconoscimento dello stato palestinese anche Fratoianni e Bonelli oltre alla “sospensione dell’accordo Ue-Israele” e “il non rinnovo del protocollo militare” per l’inaccettabile “ecatombe davanti ai nostri occhi”, dicono.

Il fermo agli aiuti umanitari
Un sostegno alla causa palestinese non proviene solo dai confini italiani: l’organizzazione Freedom Flotilla Coalition si è infatti mobilitata per portare aiuti a Gaza, cercando di arrivare nel territorio palestinese attraverso il noleggio dell’imbarcazione Madleen. Ma la barca di aiuti umanitari non è mai arrivata sulla Striscia a causa di un “sequestro” da parte dello Stato israeliano, che invece definisce il blocco un “dirottamento” e assicura il rimpatrio dei passeggeri presenti. L’equipaggio della Madleen, che l’organizzazione afferma sia stato “rapito dalle forze israeliane”, era infatti composto da 12 attivisti sensibili alla questione palestinese provenienti da ogni parte del mondo, tra cui Greta Thumberg che ha rilasciato un videomessaggio per denunciare i blocco della nave britannica subito dalla marina israeliana e per sollecitare il governo svedese a intervenire. Si unisce anche il governo spagnolo nella protesta contro il fermo e il Ministro degli Esteri iraniano definisce l’intercettazione un “atto di pirateria” avvenuto in acque internazionali. Chi si schiera dalla parte del governo israeliano è invece Tajani, condannando la provocazione dell’operazione umanitaria, che secondo il ministro avrebbe nascosto una manifestazione politica.
Una visione alterata
Nella maggior parte delle forme di governo, l’organo detentore del potere esecutivo è anche responsabile delle scelte di politica estera, che rappresentano il biglietto da visita del Paese nei rapporti diplomatici, agevolando o deteriorando le relazioni internazionali. Queste scelte però spesso contribuiscono a confondere la normale identificazione della Nazione con un determinato popolo, che ha basi giuridiche, storiche e geografiche, con quella governo-popolo, che è invece il risultato di un contingente storico preciso. Quindi le decisioni prese da un governo non sono per forza condivise dall’intera popolazione, nella quale saranno presenti sicuramente sostenitori di quelle politiche ma insieme ad altrettanti oppositori. Per questo motivo la violazione del diritto internazionale da parte del governo di Netanyahu sta avendo ripercussioni su tutta la comunità israeliana resuscitando l’odio atavico verso gli ebrei: è ciò che ricorda il giornalista Gad Lerner durante il suo discorso alla manifestazione pro-Gaza a Roma, recriminando al governo israeliano la responsabilità del genocidio. Accusare chiunque si mobiliti per la questione palestinese di azioni anti-ebraiche oppure rendere la comunità ebraica un bersaglio significa non riuscire a distinguere l’indignazione per l’inaccettabile strage di civili da parte del governo israeliano e un sentimento di rancore ormai seppellito nel secolo scorso.