Da eroica spedizione esplorativa a tragico naufragio tra i ghiacci dell’Antartide. Ecco come dal fondo del mare riemerge un’impresa di sopravvivenza.

A 107 anni dal suo affondamento, il 21 novembre 1915, l’Endurance riemerge dai gelidi mari antartici. In occasione dello storico ritrovamento, ripercorriamo le sorti del coraggioso equipaggio.
Ritrovamento sul fondale marino
La notizia è di ieri 9 marzo, dopo 107 anni dall’inizio della tragica quanto fortunata impresa d’esplorazione antartica, la nave Endurance è stata ritrovata a 3 Km di profondità.
La spedizione di ricerca, denominata “Endurance22”, si è prefissata un compito in cui pochi avrebbero tentato. Partita nello scorso febbraio, l’equipaggio scientifico, in condizioni climatiche proibitive, ha lavorato intensamente per portare a casa un’obiettivo storico. Grazie a delle avanzate tecnologie, le profondità del mare di Weddell sono state scandagliate 12 ore al giorno fino a quando, sabato scorso, non venne trovato qualcosa. La successiva installazione di telecamere ad alta definizione sui sommergibili, ha consentito alla troupe di trovarsi di fronte a quello che è considerato un vero e proprio monumento dell’Antartide.
Le condizioni di conservazione del relitto sono risultate ottime, tanto che si possono ancora distinguere quei danni che ne hanno decretato l’affondamento oltre cento anni fa. Le basse temperature hanno consentito l’assenza di deterioramento del legno della struttura ed è ancora leggibile il suo nome sulla chiglia, aumentando ancora di più lo stupore dell’equipaggio di ricerca.

La spedizione “Endurance”
La spedizione “Endurance” rappresenta per molti, la chiusura dell’età eroica dell’esplorazione antartica. Periodo, questo, caratterizzato da innumerevoli difficoltà di sopravvivenza alle avversità climatiche, senza tutte quelle tecnologie che oggi invece garantiscono sicurezza.
Organizzata in seno alla volontà inglese di raggiungere il Polo sud magnetico, segnando di fatto la scoperta di nuove terre da rivendicare, la spedizione fu preparata in grande stile. A capitanarla era Ernest Shackleton, esploratore dalla lunga esperienza, prese parte alla prima impresa britannica sul continente, la spedizione Discovery. Al suo servizio, la nave Endurance, un capolavoro di cantieristica navale norvegese, costruita e rafforzata per resistere alle estreme condizioni dei mari glaciali. Nonostante, la difficoltà nel trovare finanziatori, non fu lo stesso per la ricerca dell’equipaggio. Ben 5000 furono le richieste, da cui vennero scelti 56 determinati uomini dall’indole temeraria, che, con il senno di poi, non possiamo far altro che meravigliarci per la loro forza d’animo.
Partita da Plymouth il 9 agosto 1914, si diresse verso la Georgia del Sud per aspettare lo scioglimento dei ghiacci per la navigazione. Ma quell’anno il pack, ovvero il risultato dello sgretolamento della banchisa, era insolitamente più esteso. Lo scopo era quello di attraversare il continente in slitta, usufruendo di rifugi con scorte messi in piedi da una seconda spedizione, che sarebbe dovuta venirgli incontro dalla costa opposta dell’Antartide. L’Endurance, non arrivò mai al punto di sbarco. Quello stesso pack che non preoccupò eccessivamente Shackleton il 5 dicembre, giorno della partenza dalla Georgia del Sud, diventò presto un problema.

Naufragio dell’equipaggio di Shackleton
A non molti Km di mare dalla costa, l’’Endurance rimase incagliata irrimediabilmente nei ghiacci, finendo così alla deriva. Era il 19 gennaio 1915, la speranza (invana) del capitano, era quella dello scioglimento della banchisa con l’inoltrarsi della stagione estiva. L’equipaggio, fermo sulla nave, passò mesi a cercare di liberarla ma non ci fu niente da fare. Sopraggiunse così nel maggio il rigido inverno australe, fatto di crepuscolo e profondo buio, peggiorando le già pessime condizioni dei marinai.
I profondi danneggiamenti provocati dalla pressione del ghiaccio, oltre all’impossibilità di contattare i soccorsi, spinsero il 27 ottobre Shackleton ad una decisione disperata, il raggiungimento dell’Isola Paulet. A piedi. Distante circa 450 Km. Con punte di -25°. Generi alimentari e di prima necessità, furono caricati sulle scialuppe e trainati con l’ausilio di numerosi cani da slitta fino all’aprile dell’anno successivo. Il freddo, gli stenti, le difficoltà incontrate lungo il percorso dovevano essere certo enormi, per i più insormontabili, ma quell’equipaggio riuscì ad arrivare integro, a costo di abbattere anche i cani da slitta per sopravvivere.
Il ghiaccio sul quale camminavano, iniziatosi a frantumare gradualmente, permise di usare le scialuppe per raggiungere l’isola Elephant, da dove riorganizzarsi. Quei 5 giorni in mare furono solo un preludio a ciò che aspettava al capitano Shackleton nelle prossime settimane. La desolazione delle isole intorno a loro, abitate solo da foche e pinguini, non avrebbe potuto mettere in salvo nessuno, solamente allungarne le sofferenze. Serviva un’ultima disperata azione eroica.

Gli ultimi sforzi
1500 erano i Km di mare tempestoso che separavano l’equipaggio dalla Georgia del Sud, il punto più vicino da dove avrebbero potuto utilizzare una radio. Il 24 aprile 1916, il capitano, insieme agli uomini con più esperienze in mare, decise di tentare la traversata con l’ausilio di ciò che rimaneva della strumentazione di bordo dell’Endurance. Il rischio di perdersi era alto tanto quanto quello di affondare. I venti in quella zona sono presenti per 200 giorni all’anno, ad una velocità di 60-70 Km/h, dunque con una forte presenza di onde che possono raggiungere anche i 20 metri d’altezza. Il 10 maggio, la scialuppa toccò finalmente terra, ma sul lato opposto rispetto alla stazione radio.
A dividerli, c’era un tortuoso passaggio di 50 km tra ghiacciai e montagne innevate. Il 19 maggio alle 3:20 del mattino, i membri più in forma dell’equipaggio partirono per quell’impresa che oggi farebbe impallidire anche l’alpinista più esperto. Alle 4 di pomeriggio del 20 maggio, senza una cartina, senza equipaggiamento per la scalata o dei sacchi a pelo, riuscirono ad arrivare in tempi record.
Ciò che seguì ebbe poi dell’incredibile. Le operazioni di soccorso messe in piedi, riuscirono a raggiungere gli altri 22 marinai rimasti sull’isola Elephant, il 30 agosto 1916. Dopo quasi 1 anno dall’abbandono della nave al suo destino, Shackleton riuscì a mettere in salvo tutti i suoi sottoposti, chiudendo di fatto l’età dell’esplorazione eroica dell’Antartide.
