Ritratto di un sognatore: Ted Mosby di HIMYM incontra Fedor Dostoevskij

Ritratto di un sognatore: Ted Mosby di HIMYM incontra Fedor Dostoevskij

13 Marzo 2019 0 Di Francesco Rossi

“How I met your mother”, ideata da Carter Bays e Craig Thomas, ha come protagonisti una compagnia di amici e nello specifico Ted Mosby, romantico incallito in attesa di incontrare la donna che gli cambierà la vita. La particolarità di questa serie è che la madre, fisicamente parlando, ricopre un ruolo pressoché nullo: il fulcro della storia non è l’incontro in sé, ma tutto ciò che avviene prima. Ella è sì presente, ma come figura ideale e idealizzata dell’amore romantico che si può incontrare solo se ci si crede abbastanza.

“Ascoltate: sapete cos’è un sognatore?”

Il ritmo della serie è tutt’altro che lento ma la narrazione si protrae per diversi anni: il necessario per descrivere minuziosamente ai figli quanto è successo prima del romantico incontro. Ted non si limita a un racconto sterile, non nasconde né le emozioni né il susseguirsi di tormenti che ha passato prima del lieto fine. Ted Mosby è l’incarnazione dell’ultima generazione di romantici moderni, l’amico che spera ancora nel destino e nella felicità duratura, il ragazzo sensibile che non si arrende davanti alla crudezza del mondo. Un po’ come il protagonista del celebre racconto di Dostoevskij “Le notti bianche”. Entrambi rientrano in quella categoria in via d’estinzione che potremmo definire sognatore. Infatti secondo Dostoevskij “il sognatore è una sorta di essere di genere neutro” che si rifugia nel suo guscio di tartaruga e immagina vite meravigliose, luoghi lontani, persone fantastiche. A volte perde il contatto con ciò che ha attorno, ma è uno stato dell’animo che plasma anche l’esistenza concreta. Succede che un minimo evento sconvolga la routine: ed ecco allora che il sognatore mischia quotidianità e fantasia, eccitandosi di fronte al primo barlume di inatteso. Ed è ciò che succede a Ted Mosby ogni volta che si innamora, ciclicamente ricadendo in uno stato di felicità disarmante tipico dell’utopista colto dalla sensazione che i suoi stessi sogni si siano concretizzati.

Dostoevskij

“Nei miei sogni costruisco intere storie d’amore.”

Ne “Le notti bianche” il protagonista non è identificato. Dostoevskij ci racconta di un uomo sui 26 anni che vive a San Pietroburgo a metà ‘800. Eppure più ci si inoltra nel racconto, più penetriamo nei segreti della sua indole di provetto sognatore e più le sue parole ci paiono quelle di un caro amico. In sole quattro notti egli vive ciò che non ha conosciuto prima perché perso nelle sue fantasticherie. In sole quattro notti incontra Nast’enka, si affeziona a lei come un fratello, la assiste nei suoi tormenti sentimentali, se ne innamora, viene ricambiato e infine dolorosamente rifiutato. In sole quattro notti Dostoevskij racconta ciò che a volte non si vive in una vita. E al termine della quarta notte quello che prova il giovane pietroburgese è la paura di una rinnovata solitudine. Aveva finalmente assaporato nella vita reale ciò che prima credeva potesse nascere solo nella sua immaginazione.

“Un intero attimo di felicità! È forse poco?”

Il romanzo di Dostoevskij ferisce il lettore che si era lasciato travolgere dalla carica emozionale del protagonista. Una sensazione che va oltre il semplice dispiacere per la fine di una bella storia. Un po’ come la conclusione della storia di Ted Mosby, soprattutto perché il dolce sapore di lieto fine viene guastato appena si capisce che proprio lei morirà dopo non molti anni di matrimonio. Sembra quasi che tutta quell’attesa non sia valsa la pena. Ma Ted non si arrende e anzi ama con tutte le sue forze la moglie fino all’ultimo, godendo ogni singolo istante in sua compagnia. Questo perché il suo sogno si è avverato, anche se brevemen te. Come accade anche al protagonista de “Le notti bianche”, che si vede rifiutato dalla donna di cui è innamorato: eppure non c’è rancore nel suo cuore. “Sii benedetta tu per l’attimo di beatitudine e di felicità che hai donato a un altro cuore solitario e riconoscente!” Una riflessione che rovescia l’idea di amore che spesso ricorre in altri film e romanzi, per cui la felicità è tale solo se duratura. Dostoevskij invece ci accarezza l’animo, ricordandoci che è meglio sorridere perché qualcosa di gioioso è avvenuto piuttosto che rammaricarci della sua fine.

“Un intero attimo di felicità! È forse poco, fosse anche esso il solo in tutta la vita di un uomo?”

 

Giada Annicchiarico