Spettacolarità o sostanza? Originalità o banalità? Cosa avrebbe detto Pirandello, che il cinema lo ha conosciuto, del nuovo Terrifier?

Con le sue opere teatrali, Luigi Pirandello ha contribuito agli sviluppi del dramma contemporaneo, sviluppi che sono stati ereditati dal cinema. Ma se fosse vissuto più a lungo, cosa ne avrebbe pensato del cinema di oggi, e soprattutto del film dell’orrore dell’anno? Abbiamo tutte le carte in regola per fare delle ipotesi.
IL CINEMA DELLE ORIGINI
Partiamo dall’idea che Pirandello non odiava il cinema in generale, così come molti altri scrittori italiani del primo Novecento, e probabilmente non credeva che avrebbe “rimpiazzato” i libri. Pirandello guardava al cinema con interesse, ed il cinema, soprattutto quello dell’avanguardia europea, guardava a Pirandello. Ma il cinema a cui pensa in Quaderni di Serafino Gubbio Operatore è un cinema commerciale. Non è un cinema di temi, né un cinema d’artista, ma di spettacolarità superficiale, che Pirandello crede possa essere data benissimo, se non meglio, dalla scrittura. Serafino, il protagonista dei Quaderni, è operatore di macchina, sua caratteristica principale è l’impassibilità. Quando Serafino è dietro la macchina da presa non risponde più, continua a filmare, anche quando sta per essere divorato da una tigre che davanti ai suoi occhi ha già trucidato due altri. Perché non si muove? Perché quella scena violenta non l’ha osservata davvero, l’ha a malapena vista, ritrita, da una lente che è più crudele di un occhio impassibile. Questo è un modo per denunciare il pericolo che il nuovo cinema crei uno spettatore impassibile a tutto. I primi operatori erano sognatori imbevuti di cultura romantica, che giravano l’Europa in nome dei fratelli Lumière per cercare immagini suggestive da dare al pubblico. Il cinema nasce per questa spettacolarità. Proprio il suo libro sembra voler essere meglio di un film, con la sua struttura a scene e la sua lente soggettiva. È solo dopo che l’operatore diventerà direttore della fotografia e che si separerà la figura del regista, dando i natali al cinema d’autore. Gli storici del cinema parlano dell’interesse che sin dalle origini il cinema ha avuto nell’inquadrare la dissolutezza, perché la telecamera funge da “secondo occhio” e permette un’esperienza indiretta di qualsiasi fenomeno filmato. Assistere di persona a una sola delle scene mostrate in Terrifier 3 lascerebbe lacerazioni mentali incurabili, come accade alla protagonista Sienna.

LA SPETTACOLARITÀ
Relatività dei gusti e progresso sono le parole chiave per capire il terzo capitolo della saga di Terrifier anche senza essere fan del gore. Dopotutto, il gore nasce come genere alternativo e quindi di protesta contro la norma cinematografica e ha ormai sviluppato una tradizione che lo fa vivere dei suoi “eroi” come Michael Myers. In omaggio a questa cruenta tradizione Damien Leone, il regista, scrive un terzo capitolo per la saga. Quando gli viene chiesto come mai ha spinto così tanto sull’orrido, semplicemente dice che senza una spinta più violenta avrebbe fatto cose già viste. C’è bisogno di nuovo orrore, il sangue lo vedevamo da Night of the Living Dead, sappiamo di che colore è. Nell’horror, l’elemento propriamente orrido è progredito in modo esponenziale nella storia del cinema, i motivi si sono moltiplicati e arricchiti, ispirati in parte a fatti di cronaca, in parte alla lettura e allo studio di metodi di tortura antichi, come la rimozione della pelle da un corpo ancora cosciente. Per giunta Damien Leone è un make-up artist e desidera esplorare tutte le derive possibili di questa arte, rifiutando il CGI. Questo è stato apprezzato dal pubblico, che ricorda le scene della doccia, dei costruttori e la scena iniziale sadico-comica dove si introduce il costume da Babbo Natale. Nei Quaderni, la tigre che ha sbranato le vittime non ha frenato l’uscita del film, anzi, ha consegnato un perfetto orrore alla morbosità del pubblico, come fa Leone quest’anno.
LA CADUTA DELLA TRAMA
La critica ha colpito alcuni dei punti deboli di questo nuovo Terrifier come l’assenza di una trama sostanziosa e di caratterizzazione dei personaggi. Queste sono le stesse cose che avrebbe criticato Pirandello, e lo sappiamo perché è esattamente ciò che diceva sul cinema dei suoi tempi. Pirandello curava la psicologia dei suoi personaggi, soprattutto a teatro. Bisogna dare tempo allo spettatore di familiarizzare con la materia umana che ha davanti. Nei Quaderni la forma dominante è il soliloquio, Serafino riversa i suoi dubbi nella pagina. In Terrifier molti hanno giusto il tempo di essere squartati, tranne la protagonista, che è la prescelta. Pirandello parla della differenza tra un corpo umano vero ed un corpo umano sullo schermo, ingigantito, inquadrato in angoli selettivi, quasi storpiato. L’attore stesso si rivede e non si riconosce, e allora al pubblico come può essere possibile rendersi empatico? Quanto alla trama, a teatro il gusto generale favoriva l’intreccio e criticava la semplicità, basti pensare a Sei Personaggi in Cerca d’Autore. La trama del nuovo Terrifier, anche se fastidiosamente semplice, ha una limpida struttura alternata: da una parte la vittima del precedente film, che sa che verrà colpita ancora, dall’altra Art, che torna ad uccidere con Victoria. Finché le due vicende non confluiscono si mantiene la tensione di inquietanti incontri, che non si sa se sono allucinazioni o meno. Insomma la spettacolarità, come elemento primordiale del cinema, torna al centro dell’attenzione, apprezzarla è questione di relatività. È vero che Pirandello mostrava un grande fascino per la relatività ma proprio il cinema di tipo commerciale non poteva non vederlo come un prodotto morboso, per un gusto che diventa a mano a mano più macabro, e per giunta “banale” perché non può comunicare le emozioni come la pagina scritta o il teatro. E quindi riposa in pace Pirandello, avresti odiato questo film ma avresti saputo spiegarne e collocarne il successo aldilà delle tue idee personali. O forse avresti solo avuto un infarto.