Rifiuti artistici e politici: le opere di R.Hazoumé e il caso Alpi

Il tema della globalizzazione e dei rifiuti tra la creazione artistica e lo scandalo politico

Maschere, R. Hazouemé, 1992 (Pinterest.com)

Risale al 2005 l’installazione ARTicle 14 di Romuald Hazoumé che indaga i rapporti tra Europa e Africa nell’ultimo secolo: perdita di identità e distese di rifiuti minacciano la sua terra

 

ARTicle 14 e l’identità africana

Nel settembre 2005 l’artiste boninense Romuald Hazoumé realizza presso la October Gallery l’installazione ARTicle 14: una bancarella d mercato sommersa da articoli vari, tutti d’importazione, tra cui cellulari, DVD, magliette da calcio. L’artista, sulla scia dell’idea dell’object trouvé e ready made surrealeista- dada, muove le sue considerazioni da concetto locale ‘débrouilles-toi, toi même’ (vivi contando sulle tue sole forze) ponendo così l’attenzione sulle difficili condizioni di vita- o di sopravvivenza- dei venditori ambulanti dell’Africa moderna.

R. Hazuomé precedentemente si era posto all’attenzione mondiale con le sue maschere composte da taniche di plastica, originariamente usate per scambiare gioielli o riso con benzina, dai tratti antropomorfi, sormontati da senegauloise (tradizionale copricapo locale). Queste creazioni scoperte nei primi anni ’90 ed esposte per la prima volta nel 1992 nella mostra Out of Africa presso la Saatchi Gallery di Londra, avevano principalmente lo scopo di denunciare le ingenti quantità di rifiuti presenti nelle città africane.

A proposito dei rapporti tra Europa e Africa considerando le maschere sopra citate, è da sottolineare anche lo scambio, purtroppo unidirezionale, che ha visto l’arte nera protagonista della scena artistica europea di inizio XX secolo, con un interesse sfrenato verso le sculture africane da parte dei principali fautori delle avanguardie storiche, con centro culturale a Parigi. La lista degli artisti colpiti dalle febbre del primitivismo e dall’essenzialità della sintesi degli artisti africani va da Picasso a Brancusi, da Matisse all’italiano Modigliani, cambiando il corso dell’evoluzione artistica dell’Europa occidentale. Le maschere stesse dell’artista in questione, seppur ottenute da oggetti industriali deformati e usurati dall’uso quotidiano, ricordano pienamente le antiche creazioni scoperte dalla cultura europea durante il periodo delle colonizzazioni.

Accrà, Ghana. Foto di Jerónimo Giorgi

Contatti da evitare

I numerosi contatti tra i due continenti, iniziate secoli addietro con le campagne d’esplorazione, non hanno sempre fornito scambi culturali proficui come nell’ambito artistico. Hazoumé a proposito della sua opera dichiara ”gli europei ci hanno portato via le nostre maschere, lasciandoci in cambio mucchi di rifiuti che noi qui non produciamo nemmeno”.

Proprio negli anni in cui queste maschere si diffondevano in giro per il mondo, si consumava tra l’Africa e l’Italia la vicenda di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, rispettivamente giornalista e fotoreporter RAI, inviati in Somalia nell’ambito del progetto umanitario UNITAF. Lo stesso spirito di denuncia per l’inquinamento dilagante che porta Hazoumé a realizzare le sue sculture con i rifiuti, pervade forse la giornalista italiana nell’indagare su presunti traffici allegali tra l’Italia e alcuni sultani locali. La misteriosa morte, ancora priva di responsabili, dei due inviati, conferma sospetti sui rapporti tra le due parti mettendo in luce lo scambio di armi inviate in Africa insieme a scorie tossiche destinate a sparire nella vista regioni africane

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (archivio famiglia Alpi)

Rifiuti, armi, omicidi

Negli anni in cui Hazoumé concepiva le sue maschere l’Europa concepiva il progetto Restore Hope, operazione svolta in Somalia nell’ambito della missione UNITAF, sviluppata dall’ONU tra il 1992 e il 1994 con lo scopo di migliorare la situazione somala complicata da guerra civile e carestia. Ilaria Alpi, affiancata da Miran Hrovatin giunge in Somalia e vi trona quattro volte fino al 1994 quando, il 20 marzo, rimangono vittima di un agguato di sette persone armate di Kalašnikov.

La morte dei due, appena tornati da Bosaso (dove avevano raccolto alcune testimonianze utili alle indagini) e diretti all’hotel Hamana, appare subito poco chiara e oggi, dopo 25 anni, rimane un mistero. L’ultima novità processuale è stata la richiesta di archiviazione del fascicolo dopo due Appelli e la condanna a 26 anni di reclusione di Hashi Omar Assan, sentenza annullata nel 2016 dopo che l’imputato aveva già scontatopiù di 15 anni per omicidio. Le varie rivelazioni durante l’inchiesta hanno tirato in causa numerose figure e ricondotto ad altri due omicidi, uno avvenuto in Somalia nel 1993 , di Vittorio Li Causi, e uno avvenuto in provincia di Trapani nel 1988 di Mauro Rostagno

Dalle numerose testimonianze la pista più accreditata sembrerebbe quella che lega il governo italiano e la Somalia già dagli anni ’80 a proposito di uno scambio di armi, complici anche i servizi segreti italiani  dell’organizzazione paramilitare Gladio. A prescindere dalle svolte giudiziarie appaiono poco lecite tutte le implicazioni e le personalità legate a questa vicenda; tuttavia la richiesta di archiviazione è motivata dal fatto che è impossibile stabilire l’identità del killer e il movente dell’atto, lasciando così insoluto un altro mistero all’italiana. 

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