Ricostruire una scena del crimine: Poirot e la sua psicologia investigativa sull’Orient Express

Un treno bloccato in una bufera di neve, un delitto che appare irrisolvibile, le deposizioni dei passeggeri quanto mai inutili… come farà il brillante investigatore belga a ricomporre il puzzle?

Nell’avventura che l’ha reso celebre, Hercule Poirot si trova di fronte a un caso di omicidio avvenuto in circostanze singolari: la mattina successiva a una notte particolarmente movimentata, uno dei passeggeri, il signor Ratchett, è stato trovato morto nella sua cabina, ucciso da ben dodici pugnalate.

La nascita di una nuova disciplina

Vede, caro dottore, io non sono solito basarmi sui vari procedimenti seguiti dai miei colleghi. È della psicologia, che mi preoccupo, non delle impronte”. La perfetta definizione di un pioniere della psicologia investigativa, che già nel primo dopoguerra coglie l’essenza di una strategia di indagine nata ufficialmente solo negli anni ’80, a Scotland Yard. È grazie al professore di psicologia ambientale dell’università di Liverpool, David Canter, che fu possibile affiancare alle indagini di polizia lo studio psicologico degli indiziati. Egli, infatti, elaborò un metodo in cui “il crimine viene letto come una transizione interpersonale, durante la quale gli autori producono azioni significative in un contesto sociale costituito spesso solo da loro stessi e dalle vittime”. Dai suoi studi iniziali si sono sviluppate, successivamente, nuove branche correlate della psicologia giuridica, come criminologia, criminalistica e scienze forensi, tutte con l’obiettivo di trovare indizi che non si possono toccare o vedere, ma che possono emergere solo ad un’attenta analisi del comportamento e dell’interiorità umana. In fondo, quando le tracce sono confuse e la soluzione sembra lontana, è proprio allora che si deve investigare nel materiale umano di cui si dispone, cercando di ricrearne il comportamento e le motivazioni che vi stanno dietro, proprio come uno psicologo farebbe con un suo paziente. Bisogna indugiare a fidarsi di ciò che vuole essere visto e soffermarsi, piuttosto, sulla quasi impercettibile impronta di ciò che vuole rimanere nascosto.

Le regole dell’indagine perfetta

Analizziamo il ragionamento di Poirot sulla base delle cinque regole fondamentali della psicologia di Canter. Iniziamo con la prima, ovvero la coerenza interpersonale: le azioni commesse, per quanto bizzarre, sono espressione della struttura psicologica dell’autore. L’aggressore tende a relazionarsi alla vittima con modalità analoghe a come si rapporta con altri soggetti nel quotidiano, di conseguenza variazioni nell’attività criminale possono essere collegate a modificazioni nelle relazioni interpersonali. Dopo qualche chiacchiera con ognuno dei passeggeri della carrozza Istanbul-Calais, l’investigatore belga ha già inquadrato le loro personalità e, sulla base di ciò che ha inferito, cerca di utilizzare le loro caratteristiche per spiegare certi comportamenti. Laddove non trova coerenza con il personaggio e le sue azioni, ecco nascere un sospetto. Ad esempio, perché il colonnello Arbuthnot e la signorina Debenham, due inglesi, quindi freddi e distaccati per natura, sono così amichevoli e protettivi l’uno con l’altra nonostante affermino di essersi conosciuti sul treno? E perché la vittima avrebbe preso un sonnifero la sera del suo assassinio, a detta del cameriere, se dormiva con una pistola sotto al cuscino, evidente segnale che volesse stare all’erta? “È forse il difetto di noialtri investigatori, ci aspettiamo che una persona non muti di contegno, e certi atteggiamenti e cambiamenti d’umore non li comprendiamo”.

La seconda regola si concentra sulla significatività del luogo e del tempo: la scelta di questi aspetti non è mai casuale ma rivela le “mappe mentali criminali” dell’autore, ovvero le rappresentazioni interne del mondo che egli utilizza per la sua attività deviante. Tra i primi indizi emersi nell’indagine ci sarebbe un orologio ammaccato, riposto nel taschino del pigiama della vittima, e fermo all’una e un quarto, ad indicare la probabile ora del delitto. Il fatto che tale orologio si trovasse nel taschino di Ratchett, un posto scomodo per riporre un orologio, considerando che proprio accanto al letto c’era un gancio per appenderlo, ha fatto riflettere Poirot sulla possibilità che esso fosse stato manomesso dall’assassino. Ora, perché per l’omicida era importante che non si venisse a conoscenza del reale momento del delitto? Questo perché probabilmente, se non ci fosse stata la tempesta di neve a bloccare il treno, si sarebbe potuto pensare che l’assassino avrebbe approfittato della fermata Brod poco dopo l’una e un quarto per scendere dal treno e svignarsela. Ma da questa scoperta si può semplicemente dedurre che la vittima non sia stata uccisa all’ora segnata dall’orologio e che il suo assassino non sia mai sceso dal treno.

“Mi dimostri come l’impossibile possa essere possibile!”

La classificazione delle caratteristiche criminali è la terza regola: le caratteristiche del reo sono catalogabili sulla base dei comportamenti assunti durante il delitto. Le modalità di esecuzione del crimine e le particolarità della scena dell’aggressione possono quindi consentire una categorizzazione degli autori di un reato. Le 12 pugnalate, alcune più forti e selvagge, altre più lievi e inesperte, il fazzoletto da signora con l’iniziale H, il nettapipe, il bottone dell’uniforme, il kimono rosso, l’uomo piccolo con la voce da donna. Tutti elementi della scena del crimine che sembrano colpevolizzare persone diverse e per di più insospettabili. A dir la verità, di tutti i passeggeri sembrava difficile dimostrare la colpevolezza, perché tutti avevano un alibi piuttosto solido fornito da testimoni apparentemente senza legami tra loro. “Non possono essere tutti coinvolti!”.

La quarta regola riguarda l’eventuale carriera criminale che potrebbe avere il colpevole e la necessità di valutare quali reati abbia commesso con maggiore frequenza. Ciò, però, è irrilevante ai fini delle conclusioni di Poirot, quindi passiamo direttamente alla quinta: forensic awareness, la consapevolezza da parte del reo delle tecniche di indagine utilizzate dagli investigatori può determinare un tentativo di depistaggio o occultamento del reato. E, in questo caso, il depistaggio è stato proprio ben architettato, per fare in modo che la colpa non ricadesse su nessuno dei passeggeri: tutti gli indizi trovati sulla scena del crimine erano fasulli e le deposizioni dei passeggeri erano solo bugie.
A tal proposito, il modello di Canter si fonda in particolare sullo studio delle “narratives” dei soggetti, vale a dire dei resoconti autobiografici che vengono di solito utilizzati da ogni individuo per dare un senso alle proprie esperienze. Ed è qui che i personaggi, nonostante la cura e lo studio nelle loro interpretazioni, i tradiscono. “Tutto sarebbe preciso, quadrato, limitato ai soli fatti… Ma vede, signorina, io ho le mie piccole originalità. Quando interrogo qualcuno, lo scruto, mi faccio un’idea del suo carattere, e poi do alle mie domande la forma che ritengo più opportuna”. È così che il geniale Poirot scopre delle incongruenze nelle narratives dei passeggeri: MacQueen che sta per ammettere di sapere che un biglietto minatorio è stato bruciato, la signorina Debenham che conosce il termine americano per le chiamate a distanza nonostante dica di non essere mai stata in America, la cameriera che dice di aver ricevuto complimenti dai suoi padroni per la sua cucina… sono tutte piccole tracce del legame che i passeggeri avevano con la famiglia Armstrong, straziata dalla tragedia che aveva subito per mano proprio di Ratchett e che esigeva giustizia. Una giustizia che la giuria popolare dei 12 passeggeri si è guadagnata, macchiandosi di sangue. Anche le brave persone, in fondo, possono arrivare a compiere dei crimini orribili.

 

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