Repressione e femminicidio: analizziamo l’incontro letale raccontato dal film “La scuola cattolica”

Un film che ci mostra una realtà difficile da digerire ed estremamente attuale, nulla è cambiato a distanza di anni.

 

Nel film vengono narrate le vicende del Massacro del Circeo, un episodio terribile avvenuto per mano di tre studenti di una rinomata scuola cattolica, provenienti dalla ricca borghesia romana, i quali violentarono, insultarono, massacrarono e seviziarono due giovani ragazze.

IL MASSACRO DEL CIRCEO

Il film “La scuola cattolica”, uscito nell’ottobre 2021, dà in pasto al pubblico italiano una storia controversa, difficile da digerire, ma che ha segnato permanentemente l’animo e la giustizia di tutta la nazione.

Tra il 29 e il 30 settembre del 1975 due giovani ragazze, Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, rispettivamente di 19 e 17 anni, provenienti dalla Montagnola (un quartiere modesto di Roma), vennero adescate con l’inganno da tre studenti dell’alta borghesia romana: Andrea Ghira, 22 anni e figlio di un noto imprenditore edile, Angelo Izzo, 20 anni e studente di medicina, ed infine Gianni Guido, studente 19enne di architettura.

Le due ragazze, qualche giorno prima del massacro, conobbero i rapitori presso il bar della torre Fungo dell’Eur; proprio in questa occasione furono invitate, da Izzo e Guido, ad una festa fuori città. Nella prima serata del 29 settembre le due, trascinate dall’entusiasmo e convinte di aver trovato dei ragazzi carichi di buone intenzioni, si recarono con i loro aguzzini presso Villa Maresca, una proprietà di Ghira, nelle immediate vicinanze del Circeo. I primi momenti passati insieme facevano pensare ad un’innocente festa tra adolescenti: musica, chiacchiere e qualche birra non avrebbero mai fatto pensare a quello che sarebbe successo da lì a poco. Izzo e Guido cambiarono rapidamente umore e modi di fare e iniziarono a porgere sfacciatamente avance sessuali alle due, le quali rifiutarono innescando una iniziale reazione furibonda dei ragazzi.

Ed ecco che comincia un susseguirsi di eventi concitato e nauseabondo.

Tutto comincia con l’arrivo di Ghira, il quale tirò fuori una pistola e disse di appartenere al Clan dei marsigliesi, un’organizzazione criminale di stampo mafioso dedita a rapimenti e traffico di stupefacenti. Lopez e Colasanti capirono di essere fortemente in pericolo, vennero quindi portate nel bagno della proprietà e successivamente legate, affinché non scappassero. Da qui in poi l’unico intento dei tre sarebbe stato quello di sfogarsi contro le due, violentandole, seviziandole e massacrandole. Gli abusi sessuali furono intervallati da insulti, botte e tentativi mal riusciti di drogare le giovani. A questo punto furono separate: Lopez venne condotta al piano di sopra, dove, presumibilmente, fu uccisa annegata nella vasca da bagno. Colasanti, invece, rimase al piano di sotto, ed ogni tentativo di drogarla ed ucciderla fu vano; dopo essere stata strangolata con una cintura, la giovane sentì affermare dai tre: “questa non vuole morire”. Capì quindi che l’unico modo per sfuggire ad ulteriori tentativi di assassinio era fingersi morta, e così fece a seguito di un colpo di spranga sulla testa.

Ghira, Guido ed Izzo, convinti che entrambe fossero morte, le caricarono, avvolte in tappeti e teli di plastica, nel baule di una Fiat 127 bianca. Ghira incaricò quindi gli altri due di dirigersi verso Roma per poi disfarsi dei cadaveri. Il piano saltò quando i due sostarono in viale Piola, presso il quartiere Trieste, dove la macchina venne parcheggiata per andare a cena. Colasanti approfittò quindi dell’assenza degli assassini per dimenarsi e sferrare colpi contro la carrozzeria dell’auto, i suoi tentativi non furono vani: i rumori attirarono un metronotte che passava di lì, l’allarme venne diramato ai carabinieri, i quali al loro arrivo aprirono la macchina e ad attenderli vi era uno scenario raccapricciante. Gli accertamenti evidenziarono che Lopez fu uccisa, Colasanti venne invece trasportata d’urgenza in ospedale. Guido ed Izzo furono arrestati, Ghira, grazie ad una soffiata, riuscì a scappare.

Da qui in poi, si aprì uno dei processi più grandi che la giustizia italiana abbia mai avuto tra le mani.

L’ESTRAZIONE SOCIALE NON CONTA

Ciò che emerge maggiormente dalla vicenda è che l’estrazione sociale non conta. Viviamo in una società che sovente ci porta a pensare che questi crimini siano quanto mai distanti dalla nostra cultura. La realtà non è questa. La dimostrazione è che gli assassini del Massacro del Circeo sono tre ragazzi di ottima cultura, studenti giovani, italiani, di ottime famiglie, le quali hanno costruito attorno a loro gabbie d’oro, impartendogli una cultura presumibilmente buona, ed un’educazione cattolica, la quale dovrebbe essere molto distante da quella che poi si è rivelata la triste realtà. I tre, oltre al crimine già riportato, si sono macchiati di altri reati: Ghira ed Izzo anni prima del massacro, compirono una rapina a mano armata per la quale scontarono venti mesi di reclusione nel carcere di Rebibbia. Izzo, inoltre, nel 1974 violentò due ragazzine insieme a due amici e perciò fu condannato a due anni e mezzo di reclusione, mai scontati a seguito di sospensione condizionale della pena. Ghira dal canto suo si proclamava ammiratore del capo del Clan dei marsigliesi Jacques Berenguer. Tutti e tre i ragazzi erano militanti di movimenti neofascisti. Tutto questo è in netta contrapposizione con la loro provenienza, i loro usi e la loro educazione.

Ecco quindi che sorge un enorme problema di sociologia quotidiana: al giorno d’oggi siamo spinti a credere che a macchiarsi di tali crimini possano essere solo persone distanti da ciò che siamo noi, persone nate e cresciute in altre culture, di estrazioni sociali povere, mossi forse da contesti familiari disagiati. Ma è davvero così?

Consideriamo, anche solo per un secondo, che il Massacro del Circeo sia un caso isolato. Ma prendiamo i dati degli ultimi mesi: Giulia Donato, 23 anni uccisa dal fidanzato Andrea Incorvaia con l’arma di ordinanza, quindi italiano e guardia giurata. Martina Scialdone, 34 anni uccisa da Costantino Bonaiuti, italiano ed ingegnere. Oriana Brunelli, 70 anni uccisa da Vittorio Cappuccini, italiano e vigile in pensione. La lista è infinita e qui sono riportati solo i primi casi da gennaio 2023. Emerge quindi che è una questione nostra, un problema radicato anche nelle nostre radici, un tumore che si è metastatizzato ovunque.

 

LA LUCE NELL’OMBRA: LA NORMATIVA SULLO STUPRO

La vicenda è una pagina nera della nostra storia, una vicenda con cui dobbiamo fare i conti. Ma il sacrificio di Rosaria Lopez e la forza di volontà di Donatella Colasanti hanno dato un’incredibile svolta nella giustizia italiana, con non poche difficoltà.

Nel 1976 inizia il processo presso il tribunale di Latina, trasmesso e registrato dalla RAI. L’intero paese vide quindi che il processo non venne condotto contro gli imputati bensì nei confronti della vittima e del suo atteggiamento che può aver condotto alla violenza.  L’enorme visibilità che stava avendo il processo risuonò ovunque e gruppi ed organizzazioni femministe si radunarono dentro e fuori i tribunali, qualcosa si iniziò a muovere. Nel 1981 vengono aboliti il delitto d’onore (che riduceva in modo molto significativo le pene per chi provocava la morte della “coniuge, della figlia o della sorella” come reazione alla scoperta di una relazione illegittima o di un altro comportamento che recasse “offesa all’onor suo o della sua famiglia”) e il matrimonio riparatore, che consentiva allo stupratore di estinguere il reato sposando la propria vittima. Bisogna però aspettare il 1996 per arrivare alla legge n.66, con la quale viene tutelata la libertà di autodeterminazione sessuale di ogni singolo individuo.

Cambiò quindi la legge: lo stupro venne dichiarato “delitto contro la persona” e non più un’offesa alla morale.

La legge 66 ha inoltre riunificato le due fattispecie di violenza carnale e atti di libidine violenti, presenti nel codice Zanardelli e nel codice Rocco, nella figura unica di violenza sessuale, rendendo quindi non necessarie ulteriori verifiche sui particolari delle modalità di esecuzione della violenza. Inoltre, è stata inserita la configurabilità del reato nei confronti di persone in stato di inferiorità psichica o fisica (solo se lo stupratore abusa e approfitta di tali condizioni) e introducendo anche la nuova fattispecie di violenza sessuale di gruppo. Per quanto riguarda il consenso però, malgrado la Commissione Pagliaro negli anni ’80 cercò di inserire il concetto di consenso per il reato di violenza sessuale, la legge 66 ancora una volta non lo concerne. La vera svolta c’è stata nel 2013, quando è stata recepita la “Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”. La Convenzione giudica la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani e costituisce il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante con l’intento di creare un quadro normativo completo contro qualsiasi forma di violenza di genere. Nel 2015 è stato poi approvato il primo “Piano straordinario contro la violenza sessuale e di genere”, seguito nel 2017 dal “Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne”.

 

LA PIRAMIDE DELLA VIOLENZA

La sociologia ci permette di analizzare le violenze grazie ad un importante strumento per anticipare, capire e permettere di intervenire ben prima che il peggio possa accadere. Si tratta di una vera e propria piramide, dove alla base ci sono quelli che possiamo definire abusi “minori”, e con una scala di intensità crescente si arriva fino all’omicidio. Ma analizziamola passo per passo, perché è bene capire – e far capire – che no, non è “solo una battuta”. Nel gradino più basso troviamo: stereotipi, battute sessiste, oggettificazione e machismo; qui ci troviamo in una zona d’ombra, dove tutto sembra concesso ma in realtà non lo è, qui è dove tutto inizia. Saliamo quindi di un gradino: victim blaming, catcalling e divario salariale sono forme di violenza già avanzate ma dove patriarcato e maschilismo sgusciano e riescono a nascondersi bene. Nel terzo stadio abbiamo invece: molestie fisiche e verbali, stalking e violazione del consenso; qui il limite è già stato superato. Salendo di uno: abuso, stupro e violenza contraddistinguono quelli che sono gli atti antecedenti all’ultimo step, quello dove nessuno spererebbe mai di arrivare. Sì, l’ultimo è proprio l’omicidio. Ciò che evidenzia molto chiaramente la piramide è che il passo tra un gradino e l’altro è lieve, risulta quindi complicato analizzare lucidamente i comportamenti del carnefice.

Ecco fornito un ottimo strumento, per tutti, affinché si possano stroncare tutti i tentativi di violenza sul nascere.

 

IL SOFFITTO DI CRISTALLO

Altro oggetto di studio della sociologia è il soffitto di cristallo: una metafora che si usa per indicare l’impedimento dell’avanzamento di carriera, o il raggiungimento della parità dei diritti, per discriminazioni e barriere di origine sessuale. A introdurre tale metafora fu la scrittrice francese femminista George Sand, pseudonimo maschile di Amantine Aurore Lucile Dupin, che utilizzò l’espressione une voûte de cristal impénétrable” in Gabriel per descrivere il sogno dell’eroina di librarsi con le ali, interpretata come l’ambizione di una sorta di “donna-Icaro” che tenta di elevarsi al di sopra del suo ruolo accettato.

Nel corso degli anni il “glass ceiling“ è diventato anche il nome di un indicatore che in 29 paesi misura il grado di disuguaglianza attraverso i dati provenienti da organizzazioni quali la Commissione europea, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e l’Organizzazione internazionale del lavoro in materia di istruzione superiore, partecipazione alla forza lavoro, retribuzioni, costi per l’accudimento dei bambini, diritti di maternità e paternità e presenza in posti di lavoro di alto livello.

Questo è “solo” un dato e una definizione oggetto di studio, ma rende molto chiara la differenza di genere nell’ambito lavorativo. Tale differenza, visto che mette in una condizione di inferiorità la figura femminile, può essere senz’altro un’incubatrice di discrepanze sociali con il rischio che possano infine sfociare in violenze.

 

 

A QUASI CINQUANT’ANNI DI DISTANZA NON È CAMBIATO NULLA, DI CHI È LA COLPA?

La violenza di genere è un fardello che l’essere umano si porta appresso da sempre, ma ad oggi non è più accettato, è il momento di dire basta. Viviamo in una società sviluppata, ci circondiamo di tecnologia e comfort, ci riempiamo la bocca di buoni propositi ed ideali, ma la realtà che poi ogni giorno ci viene posta sul piatto è ben diversa. Ci svegliamo sovente con notizie di femminicidi, abusi, molestie e stupri; nasce spontaneo chiederci come mai, nonostante anni ed anni di errori, nulla sia cambiato. La risposta sta nella quotidianità, essa infatti è ben diversa tra uomo e donna. Le differenze sostanziali partono dalle cose più banali come: tornare a casa la sera, prendere un mezzo pubblico in autonomia, esporsi sui social o interagire sul posto di lavoro, fino ad arrivare a problemi di natura più rilevante come il lavoro stesso e l’ambizione a cariche più elevate. Ogni donna, di qualsiasi età e provenienza, ha subìto atti di molestia, verbale o fisica, in almeno uno dei contesti sopraelencati. Negli uomini è invece molto più difficile ed indaginoso trovare questo tipo di dinamica. Esso è senz’altro frutto di una cultura patriarcale radicata da secoli, secondo la quale la donna deve stare su un piano inferiore; ciò porta quindi a “scagionare” l’uomo da ogni qualsivoglia comportamento di sottomissione e arroganza nei confronti della donna.

Consci tutti quanti dell’urgenza del problema, solo in pochi si muovono nella direzione del cambiamento e del miglioramento, stiamo anzi, ultimamente, assistendo ad un netto ritorno indietro: uomini politici, di spettacolo e di notevole rilevanza, i social stessi, o addirittura le istituzioni sono scivolati in frasi raccapriccianti, facendosi, volontariamente o no, artefici di quello che si può definire “un occhiolino” agli atteggiamenti maschilisti, violenti e irrispettosi di cui abbiamo parlato ora.

Facendo alcuni brevi esempi, possiamo trovare Andrea Giambruno, marito della premier Giorgia Meloni, che in occasione degli episodi di Palermo e Caivano si è espresso così:

“Se vai a ballare, hai tutto il diritto di ubriacarti – non ci deve essere nessun tipo di fraintendimento – ma se eviti di ubriacarti e di perdere i sensi, magari eviti anche di incorrere in determinate problematiche perché poi il lupo lo trovi”.

Passando anche per delle vere e proprie sentenze come quella che è diventata famosa come la “sentenza dei jeans”, la Corte di Cassazione aveva negato una violenza sessuale perché la ragazza vittima indossava i jeans. Secondo la sentenza, essendo “dato di comune esperienza” che non sia possibile sfilare i jeans “nemmeno in parte, senza la fattiva collaborazione di chi li porta”, venne ritenuto che tra i due ci fosse stato un rapporto consenziente.

Altro esempio lampante è l’alone di silenzio che si crea attorno a casi come quello di Greta Beccaglia, giornalista sportiva inviata a presiedere una partita di calcio, la quale, mentre era intenta a svolgere il suo lavoro, fu vittima di molestie fisiche da parte di alcuni dei tifosi. Ciò che rabbrividisce maggiormente, oltre all’atto in sé, è senza ombra di dubbio la reazione e l’indifferenza prima dei suoi colleghi in studio e poi dei social, i quali riportano alcune delle seguenti frasi: “se quelle sono molestie…” e “Greta è bella, deve accettare una goliardata”. Possiamo comparare a questo punto le nette differenze con un medesimo episodio accaduto in Spagna: anche in questo caso la giornalista è stata vittima di molestie fisiche, ma a differenza della Beccaglia, ha ricevuto notevole supporto sia dalla redazione che dalle autorità. Infatti, in primo luogo, il presentatore non si è fatto scrupoli di denunciare immediatamente l’accaduto, sia coinvolgendo la polizia, sia chiedendo al cameraman di inquadrare quanto più velocemente il molestatore interrompendo il servizio.

Questi sono solo alcuni casi e dichiarazioni, che però indicano in primis nette differenze di approccio con altri paesi europei, ma anche la poca predisposizione a voler cambiare le carte in tavola. Tutto parte da queste cose e siamo noi l’ago della bilancia, siamo noi a poter cambiare le cose. Non ci resta che iniziare.

 

 

 

 

 

 

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