Il Superuovo

Quella volta in cui De André tradusse Edgard Lee Masters per creare un album capolavoro

Quella volta in cui De André tradusse Edgard Lee Masters per creare un album capolavoro

“Non al denaro, non all’amore né al cielo”, scopriamo l’album ispirato al capolavoro di Edgard Lee Masters.

De André e Masters: due grandi poeti, entrambi pacifisti, anarchici libertari, evocatori di quelli che sono stati i nostri sogni; scopriamo quello che si cela dietro ad uno dei più riusciti album del cantautorato italiano.

E’ SOLO NELLA MORTE CHE L’ANIMA VIENE A RIVELARSI

Tra il 1914 e il 1915 il “Mirror” di S. Louis vedeva pubblicata sulle sue pagine una raccolta di poesie, firmate Edgard Lee Masters e destinate a formare la malinconica “Antologia di Spoon River”, cittadina immaginaria di cui si raccontano le storie degli abitanti ormai defunti sotto forma di epitaffio. La raccolta comprende 19 poesie che portano ben 243 diversi personaggi a raccontarsi senza filtri poiché la morte ha ormai tolto loro tutto ciò che avevano da perdere. L’autore, per le composizioni poetiche si ispirò liberamente ad alcuni cittadini di piccole città dell’Illinois, Lewistown e Petersburg, alcuni di essi ancora in vita al momento della pubblicazione che furono per questo offesi nel vedere svelate le più profonde sfaccettature della loro personalità. In Italia la pubblicazione dell’antologia fu decisamente travagliata: i pensieri libertari e la provenienza americana erano osteggiati dal regime fascista che avrebbe di certo proibito la pubblicazione dell’opera; fu Cesare Pavese, leggendo la traduzione di Fernanda Pivano, a fare in modo che l’antologia non andasse incontro alla censura, cambiandone il titolo in “Antologia di San River” e spacciandola per una raccolta di pensieri. La Pivano stessa affermò che “era superproibito quel libro in Italia. Parlava della pace, contro la guerra, contro il capitalismo, contro in generale tutta la carica del convenzionalismo. Era tutto quello che il governo non ci permetteva di pensare […], e mi hanno messo in prigione e sono molto contenta di averlo fatto”.

MA TU CHE LO VENDI POI COSA CI COMPRI DI MIGLIORE?

Nel 1971 Fabrizio De André pubblicò l’album “Non al denaro, non all’amore né al cielo” liberamente ispirato all’opera di Lee Masters. Delle tante storie narrate dall’autore americano il cantautore ne scelse otto per trasformarle in canzoni, a cui si aggiunge il primo brano “Dormono sulla collina” posto in apertura proprio come “The Hill” per Masters. Le nove poesie scelte da Faber non presentano nomi propri di persona per essere universali e toccano essenzialmente due grandi tematiche: invidia e la scienza. Del primo gruppo fanno parte le liriche di “Un matto”, “Un giudice”, “Un blasfemo”, “Un malato di cuore”; Il matto “ha un mondo nel cuore che non riesce ad esprimere con le parole” che deriva dai versi di Masters “la mia lingua non poteva esprimere ciò che mi si agitava dentro”, egli è tormentato perché vorrebbe uniformarsi al resto del villaggio ma sono gli stessi popolani ad impedirglielo scorgendo in lui la pazzia. Il giudice invece trova la sua rivalsa nell’acquisire una carica che permette a lui di giudicare coloro che per tutta la vita lo avevano giudicato per il suo nanismo: Masters dice che “tutti i pezzi grossi che vi avevano schernito sono costretti a stare in piedi davanti alla sbarra e pronunciare Vostro Onore”, e quasi letterale De André ripete “per chi alla sbarra in piedi mi diceva Vostro Onore e di affidarli al boia fu un piacere del tutto mio”. Il blasfemo, invece, la cui anima in entrambi gli autori viene “cercata a forza di botte” è vittima di un sistema che vede la pazzia nella sua blasfemia e nel continuo negare l’esistenza di dio: per quanto questa sua credenza gli venga a costare la vita egli continua a ripetere imperterrito che “non dio, ma qualcuno che per noi lo ha inventato, ci costringe a sognare in un giardino incantato”. A vincere l’invidia è invece un malato di cuore, lui che si è sempre fatto “narrare la vita dagli occhi” e che dovrebbe invidiare gli altri per tutto ciò che ha sempre visto ma mai potuto avere riesce a pareggiare i conti con la vita grazie all’amore: con un bacio “l’anima all’improvviso prese il volo”, o, come dice splendidamente Masters, “mentre la baciavo con l’anima sulle labbra, l’anima d’improvviso mi fuggì”, è con questo amore che, pur avendo un mancato finale, proprio nel momento in cui si perde ottiene anche la certezza di aversi.

“VOGLIO MORIRE CON TRECENTOMILA RIMORSI E NEMMENO UN RIMPIANTO”

Nel filone della scienza invece si stagliano le storie di “Un medico”, “Un chimico” e “Un ottico”: il medico, che fin da bambino coltivava la passione per l’arte di curare e che desiderava togliere il dolore come estremo esempio di umanità, ormai cresciuto e laureato, deve constatare che essere medico “non è che un modo di guadagnarsi la vita” e Faber canta prontamente che “fare il dottore è soltanto un mestiere, che la scienza non puoi regalarla alla gente se non vuoi ammalarti dell’identico male, se non vuoi che il sistema ti pigli per fame”. Come il medico, anche l’ottico cerca di evadere dalla realtà e “ora vuole soltanto clienti speciali che non sanno che farsene di occhi normali” e si va così a cercare un mondo nuovo tramite droghe ed allucinogeni che diventano ora gli unici occhiali che si vuole indossare. La scienza trova il suo elemento più devoto nel chimico, in Masters un farmacista, che ha “il potere di sposare gli elementi e farli reagire ma gli uomini mai mi riuscì di capire perché si combinassero attraverso l’amore” ma è proprio con la chimica che egli trova la morte: “fui chimico e no, non mi volli sposare, non sapevo con chi e chi avrei generato, son morto in un esperimento sbagliato proprio come gli idioti che muoiono d’amore, e qualcuno dirà che c’è un modo migliore”. A chiudere l’album si trova “Il suonatore Jones”, l’unico personaggio a cui De André lascia il nome e che rappresenta l’alternativa alla vita vista come lotta per raggiungere i propri scopi. Per tutta la sua lunga vita il suonatore Jones ha fatto ciò che più desiderava e per questo muore senza rimpianti: il cantautore lascia la poesia inalterata nel chiudere la canzone, e l’album intero, dicendo “finii con ricordi tanti e nemmeno un rimpianto”. A De André venne chiesto se, con “Non al denaro, non all’amore né al cielo” non temesse di dare vita ad un album eccessivamente pessimista, egli rispose “No. Io credo sempre nell’uomo e nelle sue risorse. Infatti ci sarà un personaggio, Jones il suonatore, che farà da contrappeso agli altri; sarà lui a indicare la vera via alla felicità”.

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