Quanto sono importanti le parole nella musica? Gli antichi e i moderni si confrontano

Il rapporto tra melodia e parola poetica nei testi antichi e presenti.

Non tutte le canzoni che ci capita di ascoltare hanno dei testi di senso compiuto. Perché? E’ qualcosa di nuovo? Assolutamente no.

LA MUSICA DI OGGI

Sarà probabilmente capitato a molti di ascoltare una canzone italiana o non e di storcere il naso all’improvviso perché per quanto la musica sia piacevole o trascinante, le parole del testo cantato dall’artista non ha il benché minimo senso. Mediamente ciò si verifica per le hit estive, ossia le canzoni prodotte per l’estate, quando i giovani si recano nei bar o in discoteca per ballare al ritmo di musiche energiche che li carichino abbastanza per proseguire nella serata – infatti quando il malcapitato DJ metta una canzone più spenta di quelle prima, capita che il pubblico irritato se ne venga fuori con un poderoso “Noo“, sicché deve cambiare il pezzo subito per rifarsi -; questo perché mentre sono a ballare con amici i giovani hanno ben poco interesse ad ascoltare le parole del cantante, piuttosto sono concentrati sul ritmo e sull’orecchiabilità della musica in senso stretto. Ecco alcuni esempi presi da alcune canzoni italiane – non serve neanche dire che il paragone può essere fatto anche con pezzi americani, francesi, norvegesi e via discorrendo -:

Aroma dell’Arizona (yeah)
Sto cercando chi mi clona (damn)
Sto guardando sta culona
Che twerka, twerka e chi twerka trova (brra)
Con il Losco fai da sè per tutta la gang (gang)
Ci vorrebbe solo twerk come anti-stess
Nardi nuovo chef, sughetto gourmet
Mangio rapper che rapper gambere.

Da Twerk di MamboLosco, Boro Boro  (prod. Nardi)

In montagna al mare in una laguna
Se ti trovo non è fortuna ma
Solo l’inizio dell’estate
Le nostre litigate
Ce le paghiamo a rate dai.

Da Dove e Quando di Benji & Fede

Pare chiaro che i testi riportati da queste canzoni, sia presi di per sé sia presi in rapporto a resto delle lyrics, non hanno senso. Questo perché ai cantanti non importava che avessero senso: i compositori di testo e musica hanno programmaticamente dato più importanza a quest’ultima rispetto al primo, compiendo dunque un distacco deciso dallo stretto rapporto di funzionalità della musica per il testo. In altre parole, il testo la cui vividezza poetica doveva essere implementata dall’azione psicagogica della musica perde la sua importanza dinnanzi a un bisogno di ritmo, piuttosto che di parole. Ovviamente ciò non vale per tutti i cantanti, ci sono autori che hanno estrema cura per il testo da incorniciare in una melodia, e altri ancora che ritengono che la parola in una canzone sia così importante da soffocare l’accompagnamento musicale. Questi tre atteggiamenti poetico-musicali in realtà non sono affatto una novità, anzi si sono già sviluppati almeno duemilacinquecento anni fa, nell’ambito della lirica greca.

POESIA LIRICA

In rapporto al valore estetico della letteratura greca di età arcaica e di inizio di età classica, la lirica o melica – sono parole utilizzate in momenti storici differenti per descrivere lo stesso identico genere -rappresentano il picco più alto di unione tra melodia e parola poetica. Entriamo meglio in merito. Intorno al IV-III secolo a.C. nell’ambito della Biblioteca di Alessandria invalse l’uso del termine lyrikòs: in senso stretto l’aggettivo designava quel tipo di poesia unicamente eseguita tramite l’accompagnamento della lira – uno strumento originariamente a quattro corde -, ma col tempo si caricò di significati sempre maggiori. Già nella prima età ellenistica il termine non si riferiva più solamente ai generi poetici accompagnati dalla lira, ma da tutti gli strumenti a corda come la kitharis, la phorminx o il barbiton: per questa motivazione il canone – ossia la raccolta – dei poetici lirici stilato in età alessandrina contiene poesie monodiche e corali, perché si soleva rappresentare questi generi attraverso l’accompagnamento di strumenti a corda. Ma la situazione andò complicandosi man mano che il tempo passava: confrontando il canone alessandrino con quello romano – stilato un paio di secoli più tardi – notiamo come alla lista dei poeti lirici comparissero gli elegiaci, i giambografi (che suonavano uno strumento a fiato di nome aulòs), Callimaco, Teocrito ed Euforione; insomma lirici erano ormai diventati tutti quei carmi diversi da epos – poesia epica -, tragedia e commedia. Da questo quadro vediamo come la canonizzazione, ma in qualche misura anche la concezione di poesia e di rapporto tra parola e musica, si debbano inquadrare in un quadro più fluido di quello scolasticamente presentato.

LA MOUSIKE GRECA

Sebbene la parola italiana e quella greca siano etimologicamente legate, bisogna avere ben chiaro che la mousikè – greco per “arte delle Muse” – e la musica sono cose ben diverse, sebbene la prima presupponga la seconda. Per i Greci mousikè era quell’arte in cui si mescolavano tutte le discipline più nobili delle Nove Muse: la poesia, il canto, e la musica – intesa come arte per la produzione di suoni melodici -. Una poesia appartenente alla lirica monodica, per esempio, vedeva la rappresentazione di un testo poetico cantato da una singola persona che si accompagnava con uno strumento a corda. Queste tre componenti fondamentali – due se vogliamo includere la musica e il canto nella stessa categoria – non si sono sempre trovate insieme in proporzioni fisse, anzi subirono un’evoluzione interessante. Dalle informazioni che possiamo evincere da pochi testi frammentari o criptici, nella mousikè arcaica era la parola poetica ad esercitare una preminenza sulla musica: la musica di accompagnamento era pensata e composta in funzione del testo poetico, il quale doveva portare un messaggio, ed era caratterizzata da una forte austerità e semplicità – per esempio, nell’incipit della Seconda Olimpica di Pindaro il poeta definisce la propria opera “anaxiphorminghes hymnoi“, “inni signori delle cetre”, sottolineando così la subordinazione degli strumenti al genere poetico dell’inno -. Nel V secolo a.C. – in realtà per pochi decenni – il rapporto tra elaboratezza poetica e musicale andò equiparandosi, in virtù di un rinnovamento delle melodie liriche – traccia di questa evoluzione musicale è rintracciabile nella Repubblica del conservatore Platone, il quale si scaglia contro l’effeminatezza di questi suoni orientali che scuotono nocivamente gli animi -. Ma il completo rovesciamento della situazione avvenne nel IV secolo a.C., quando autori come Timoteo di Mileto, Melanippide e altri (ritenendo melodia e poesia qualcosa di nettamente separato) si ribellarono alla mousikè tradizionale, riformandola: infatti per quanto ne sappiamo l’operato di questi artisti era di immenso pregio musicale, ma i testi che inserivano come accompagnamento altro non erano che un supplemento convenzionalmente necessario, pertanto non dovevano necessariamente avere un senso. Mousikè era un’arte che non prevedeva più la preminenza della parola poetica alla melodia, ma il contrario. Deriva dunque dall’operato di questi felici autori il concetto che modernamente abbiamo di musica. Impressionante, no?

 

 

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