fbpx
Quanto il male può essere banale? Ce lo spiegano: Hannah Arendt, Manzoni e Stanley Kubrick

Il male è stato studiato in ogni sua sfaccettatura, in ogni suo aspetto, e pare che alla fine, malgrado la gravosità degli studi, si sia rivelato un qualcosa di tragicamente banale

Hannah Arendt

Il male è l’antitesi del bene, e scaturisce in assenza di quest’ultimo. E tutto ciò che quindi, in qualche modo, contravviene al bene è sempre lecitamente da considerarsi male.

Nella storia c’è stato chi ha avuto l’arroganza di travestire il male, rendendolo bene e volendo avere ragione ha addotto il male come un qualche cosa di necessario per arrivare al bene, creando però di fatto una contraddizione. Una contraddizione già nell’incoerenza semantica che pone in una stessa frase due concetti come ”bene” e ”male” in una relazione quasi sinonimica.

Questa incoerenza rende il male un qualche cosa di estremamente banale, perché pare addirittura un male che non viene compiuto intenzionalmente, perché lo si percepiva come bene, come un qualche cosa di normale. E allora colui che lo compie si sente in qualche modo giustificato.

E in questa giustificazione si annida la tragica banalità. Hannah Arendt ne parla in uno dei suoi saggi più famosi, La banalità del male. Manzoni ,invece, carica il personaggio, a prima vista innocuo, di Don Abbondio di quella stessa banalità. E infine, Stanley Kubrick parla della banalità del male di Alex nel famigerato film: arancia meccanica.

La banalità del male, di Hannah Arendt

Ora che il diavolo in persona sedeva al banco degli imputati, si scopriva che era invece un ”idealista” e si doveva credere che idealista fosse stato anche colui che gli aveva venduto l’anima

Nel saggio ”la banalità del male” di Hannah Arendt, l’autrice ebrea, che precedentemente, durante la seconda guerra mondiale, era scampata al genocidio nazista, decide di raccontare ciò che aveva visto al processo di un grande criminale nazista, Adolf Eichmann, dove era andata come inviata di un giornale americano.

Ma il suo racconto non si basa solo e soltanto sull’esteriorità del processo, ma cerca in qualche modo di trovare un senso al male che Eichmann aveva compiuto verso l’umanità.

Eichmann non era un generale delle SS, non era un comandante di campo, e non aveva vissuto lo sterminio fisicamente. Non sapeva bene cosa fosse. Ci era andato solo un paio di volte nei campi di sterminio, e in ambedue le volte si è ritrovato a stare male. Eichmann aveva in qualche modo visto lo sterminio soltanto dietro una scrivania, nelle gocce d’inchiostro che componevano numeri su numeri nei vari documenti burocratici che gli erano affidati.

Insomma Eichmann era il contabile dello sterminio, colui che decideva quanti ”pezzi” dovevano essere convogliati verso un determinato campo, in che modo, e quali ghetti o città rastrellare per prima.

Il problema di tutta la faccenda è che Eichmann, fino all’ultima udienza del processo, non aveva mai ammesso le sue colpe. Infatti, secondo lui, tutto ciò che aveva compiuto, lo aveva compiuto soltanto col fine di adempiere agli ordini imposti dai suoi superiore. E ancor di più, non solo si sentiva giustificato, ma anche provava una certa nota di orgoglio nell’idea di aver adempiuto ai propri compiti anche con un notevole zelo.

La risposta di Eichmann però non è nuova alle orecchie dei giudici. Anche al processo di Norimberga, quello compiuto poco dopo la fine della guerra, le risposte da parte dei criminali nazisti si potevano riassumere tutte in una frase: l’ho fatto perché mi è stato imposto dall’alto.

Eppure ancora oggi il mondo si chiede perché questi uomini che fondamentalmente non sempre si trovavano ad essere così carichi di uno spirito antisemita così forte da uccidere qualcuno, perpetrassero crimini di quella portata con un tale zelo e con una tale disumanità.

La Arendt prova a spiegarlo così:

Gli uomini delle Einsatzgruppen provenivano dalle Waffen-SS, un’unità militare che non aveva al suo attivo più crimini di una qualunque altra unità dell’esercito tedesco, e i loro comandanti erano stati scelti da Heydrich tra l’élite delle SS, erano persone istruite. Perciò il problema era quello di soffocare non tanto la voce della loro coscienza, quanto la pietà istintiva, animale, che ogni individuo normale prova di fronte alla sofferenza fisica degli altri. Il trucco usato da Himmler (che a quanto pare era lui stesso vittima di queste reazioni istintive) era molto semplice, e, come si vide, molto efficace: consisteva di deviare questi istinti, per così dire, verso l’io. E così, invece di pensare: che cose orribili faccio al mio prossimo!, gli assassini pensavano: che orribili cose devo vedere nell’adempimento dei miei doveri, che compito terribile grava sulle mie spalle!

E questa è una spiegazione che si vuole dare per gli esecutori materiali degli eccidi di massa, figuriamoci com’era semplice trovare una giustificazione per le proprie azioni, per chi come Eichmann poteva uccidere milioni di persone con una semplice firma su un foglio.

Una delle tesi portate avanti dalla difesa nel processo Eichmann fu quella che se il contabile avesse deciso di non sottostare agli ordini dei superiori sarebbe stato ucciso. La verità è che Eichmann avrebbe potuto semplicemente cambiare lavoro, ma questo lo avrebbe di certo fatto regredire sotto un punto di vista carrieristico. Dunque la soluzione per lui fu di continuare quel lavoro, nonostante sapesse che avrebbe portato molte persone a morire in modo atroce.

Ciò che allora porta un uomo all’apparenza normale, abitudinario, non dotato di grande estro o di grande intelligenza, ad essere uno dei criminali nazisti più efferati, è proprio la sua banalità.

Banalità che tra l’altro lo rende cieco davanti alle sue colpe. Eichmann morirà impiccato a Gerusalemme credendo di essere innocente, di essere una vittima di un qualcuno che sta più in alto.

E allora questo male è banale perché compiuto da un uomo banale, in un modo banale e con delle ragioni banali. E per questa sua ingenuità questo male diventa ancora più tragico, soprattutto perché compiuto da uomini che consapevolmente o inconsapevolmente perdono ogni traccia di umanità, diventano degli automi. Eichmann non era altro che un piccolo uomo grigio da ufficio, che con qualche firma è divenuto un macellaio. La soluzione finale, lo sterminio di massa, allora diventa ancora più tragico perché eseguito da persone che a mala pena credevano nell’antisemitismo. E lo facevano perché il loro modo di vedere le cose era così banale e ingenuo, che l’unica cosa che potevano fare era eseguire degli ordini, senza nemmeno pensare a ciò che stavano facendo. Ed è così che il male peggiore diventa orribilmente banale.

Ma poi aggiunse: ”Tra breve, signori, ci rivedremo. Questo è il destino di tutti gli uomini. Viva la Germania, viva l’Argentina, viva l’Austria. Non le dimenticherò”. Di fronte alla morte aveva trovato la bella frase da usare per l’orazione funebre. Sotto la forca la memoria gli giocò l’ultimo scherzo: egli si sentì ”esaltato” dimenticando che quello era il suo funerale. Era come se in quegli ultimi minuti egli ricapitolasse la lezione che quel suo lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato – la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male.

La banalità del male di Don Abbondio

<<Or bene>> gli disse il bravo, all’orecchio, ma in tono solenne e di comando, <<questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai>> (…) <<orsù>> interruppe il bravo, <<se la cosa avesse a decidersi a ciarle, lei ci metterebbe in sacco. Noi non ne sappiamo, né vogliam saperne di più. Uomo avvertito… lei c’intende>>                                                                                                                                                <<Ma lor signori son troppo giusti, troppo ragionevoli…>>

Don Abbondio è il personaggio manzoniano che viene ricordato sempre come il pavido, colui che viveva nella paura, divenendo così il personaggio che per antonomasia rappresenta il concetto.

Eppure Don Abbondio fa il male e anch’esso adduce come spiegazione quella proposta da Eichmann, ossia che l’ordine arrivava dall’alto ed era insindacabile, ed arrivava dal potente di turno, che poteva disporre di grande potere grazie al timore generale che tutti avevano di lui.

E allora il male di Don Abbondio è un male ingenuo, puerile, egli non si cura del dolore che provoca agli altri nel suo non volere prendere una posizione antitetica a ciò che era il male, Don Rodrigo.

E il tutto è spiegato dall’ossequio verso l’abitudine e verso la tranquillità della vita propria individuale, incurante di altro, priva di ogni forma di spirito critico.

Don Abbondio infatti fa ciò che l’ordine stabilito, da una legge che allora era la legge del più forte, gli chiede di fare e lui senza nemmeno chiedersi il perché lo fa.

Qui, proprio in questo ossequio banale si annida la banalità del male, che in questo senso, analizzata in questo modo, non è tanto dissimile da quella di Adolf Eichmann.

Alessandro Manzoni

La banalità o non banalità del male in Arancia Meccanica

Alex, il personaggio di Arancia Meccanica, adora la violenza, adora fare del male e lo fa senza una ragione vera e propria, ma spinto da una sorta di istinto selvaggio alla violenza.

Burgess, l’autore del libro di Arancia Meccanica prova a spiegarla così:

Il mio eroe, o antieroe, Alex, è veramente malvagio, a un livello forse inconcepibile, ma la sua cattiveria non è il prodotto di un condizionamento teorico o sociale: è una sua impresa personale in cui si è imbarcato in piena lucidità. La mia parabola, e quella di Kubrick, vogliono affermare che è preferibile un mondo di violenza assunta scientificamente a un mondo programmato per essere buono e inoffensivo… Arancia Meccanica doveva essere una sorta di manifesto sull’importanza di poter scegliere.

Da questa dichiarazione dello scrittore che ha ideato il personaggio di Alex emerge di fatto una forte differenza tra il male di Alex e il male di Eichmann.

Eichmann non ha mai scelto, o forse ha scelto di non scegliere. E l’ossequio zelante delle scelte altrui fatte in luogo suo, rende di fatto il suo male profondamente banale. Ma qui è diverso.

Alex sceglie di fare il male, e lo fa perchè gli piace, perchè lo fa sentire bene. Non sta in alcun modo seguendo i diktat di nessuno, se non della propria coscienza, che è sì perversa, ma comunque libera da condizionamenti.

Dunque pare che a questo proposito difficilmente si può dire che il male di Alex sia un male banale, perchè, nella sua assurdità, ha almeno una sua logica.

Allora chissà qual è il tipo peggiore di male, quello banale e poco cosciente di Eichmann oppure quello perverso ma assolutamente cosciente e intenzionale di Alex? Lascio a voi i commenti.

 

 

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: