Il Superuovo

Quante ne sai sull’antica Roma? Cinque curiosità che a scuola non hai mai imparato

Quante ne sai sull’antica Roma? Cinque curiosità che a scuola non hai mai imparato

Non sempre le nozioni storiche fornite dai manuali scolastici sono del tutto accurate: questo vale anche per la storia romana.

Spesso per agevolare lo studio di un’epoca passata si tende a semplificare la narrazione storica. Questo è ciò che accade – soprattutto a scuola – alla storia romana. Proviamo, quindi, a correggere alcune delle inesattezze figlie del semplificato studio scolastico.

1) I sette re di Roma non erano di certo sette

Partiamo da una delle certezze incrollabili dei nostri primissimi studi storici: Roma è stata fondata da Romolo, il primo di sette re, il 21 aprile del 753 a.C.. Altrettanto granitica, inoltre, è la consapevolezza che l’epoca monarchica termina nel 509 a.C., con la cacciata dell’ultimo, crudele re di Roma, Tarquinio il Superbo, a causa della violenza fatta ad una giovane donna che innescò la rivolta popolare . Da un quadro così delineato, quindi, scaturisce un calcolo altrettanto semplice : circa 250 anni di ordinamento monarchico e sette re che si susseguono nel governo di Roma, rimanendo in carica circa 35 anni ciascuno. Qual è , quindi, il problema di una ricostruzione di questo tipo, divenuta ormai quasi paradigmatica? Ebbene, gli studi antropologici ci assicurano che l’età media della popolazione si aggirava all’epoca proprio attorno ai 35 anni, con un’aspettativa di vita, quindi, molto più bassa degli standard odierni. Affermare, pertanto, che ciascun re – eletto peraltro in età avanzata, in quanto membro del Senato – abbia regnato per più di trent’anni è quantomeno discutibile. Nella realtà dei fatti, dunque, è ipotizzabile che il numero dei regnanti sia stato molto superiore a quello che le fonti antiche ci hanno tramandato.

2) La nascita della repubblica non è un evento “traumatico”

Come già accennato in precedenza, le fonti antiche ci raccontano che il periodo monarchico giunge al termine con la cacciata di Tarquinio il Superbo, re di origine etrusca inviso alla popolazione e cacciato dalla città a seguito di una rivolta. Tuttavia, è poco chiaro come Roma, a seguito di duecento anni di monarchia pressoché assoluta, improvvisamente, a partire dal 509 a.C., si riorganizzi secondo un sistema repubblicano, del resto rimasto sostanzialmente invariato – come sostenuto sempre dal racconto delle fonti – sino alla sua crisi nel I secolo a.C.. La realtà dei fatti, quindi, è probabilmente un’altra. Servendoci delle cosiddette fonti antiquarie, cioè fonti “non ufficiali”, quindi non riconducibili a storici, possiamo ottenere importanti informazioni riguardo al passaggio tra monarchia e repubblica. Ad esempio, le “Origines” di Catone il Censore,  opera relativa a questioni tradizionali e di culto, sostengono l’esistenza in quegli anni di un “praetor maximum” , un magistrato con poteri particolari che presumibilmente sostituisce la figura del “rex”Oltretutto, è possibile fare delle riflessioni di tipo etimologico riguardo a  coloro che la tradizione ci descrive come i veri padroni della politica romana dopo il crollo della monarchia, cioè i consoli. Letteralmente, infatti, “consul” rimanda al ruolo di “consigliere”, piuttosto che a quello di principale responsabile del governo. Incrociando questi dati, quindi, si può presumere che la caduta della monarchia sia avvenuta in modo molto meno “traumatico” rispetto alla narrazione tradizionale, con la trasformazione del rex in praetor maximun – carica poi cancellata -,  affiancato da due consules – poi divenuti i veri protagonisti della politica repubblicana.

3) La distinzione tra patrizi e plebei

Nata la repubblica, quindi, sappiamo quanto i suoi primi anni siano stati funestati dalla lotta intestina tra patrizi e plebei. Ma da chi sono composte realmente queste due fazioni? La manualistica scolastica ha sempre proposto come differenziazione principale quella censitaria: da un lato i patrizi, cittadini abbienti e padroni della vita politica, dall’altro i plebei, la fazione umile esclusa dall’amministrazione dello stato. Un discrimine, questo, non completamente corretto. È necessario specificare, infatti, che anche tra le fila dei plebei si annoveravamo famiglie abbienti, così come tra i patrizi era possibile trovarne di decadute, di rami familiari in difficoltà economiche. A dirla tutta la questione della differenziazione tra le due parti è ancora aperta: tra le diverse ipotesi in ballo, ad esempio, quella di una distinzione di tipo etnico è una delle più interessanti. È possibile, infatti, che i patrizi appartenessero al ramo originario della popolazione romana, i Ramnes, subentrata nell’amministrazione della città alla vecchia fazione etrusca, i Luceres, che aveva retto Roma con i suoi ultimi tre re: Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo. Al di là delle varie possibili soluzioni al dilemma, comunque,  di vero c’è che la differenziazione tra patrizi e plebei decade nel 367 a.C., quando grazie all’approvazione delle leggi Liciniae-Sextiae” i plebei ottengono la possibilità di accedere al consolato, di fatto eguagliando giuridicamente la parte patrizia. Da questo punto in avanti, quindi, per questioni di praticità, entra in vigore la distinzione tra patrizi e plebei su base censitaria, come testimoniato ad esempio dall’espressione “plebe urbana” che indica la massa di individui non abbienti che abitava ampie zone della città.

4) La pessima fama di Nerone

Personaggio istrionico e certamente controverso, Nerone è dipinto dalla tradizione storiografica come un pessimo imperatore. Oltretutto a macchiare la sua memoria è la presunta responsabilità nell’incendio che devastò Roma sotto il suo governo, per non parlare poi dell’opera di persecuzione verso la comunità cristiana. È bene specificare, però, che il principato di Nerone non costituisce in toto un periodo di decadenza per l’impero: di grande importanza è ad esempio la riforma ponderale del princeps, grazie alla quale il sistema tri-metallico romano (aureus-denarius-solidus) venne sbilanciato a favore della moneta d’argento, di conseguenza avvantaggiando i ceti medi e danneggiando le classi maggiormente in possesso della moneta d’oro, ovvero la classe senatoria. Perché, dunque, il racconto del suo governo è in modo univoco del tutto negativo? Nerone, così come Caligola, è nel novero degli imperatori poco disponibili alla collaborazione col Senato: non bisogna sorprendersi dunque che la storiografia, i cui maggiori esponenti ovviamente appartenevano al ceto senatorio, abbiano espresso su di essi un pessimo giudizio, condannandoli ad una memoria non sempre radiosa.

5) Il rapporto coi cristiani

Sempre nell’ambito dell’età imperiale, è di grande rilievo la questione sul rapporto tra i romani e la giovane comunità cristiana. Quella che ci viene raccontata come una convivenza dai caratteri tormentati, è in realtà una narrazione non completamente vera. Agli occhi della giurisdizione romana la religione cristiana – tra l’altro per molto considerata  ancora una branca dell’ebraismo dai romani – non  costituiva un pericolo o un’infrazione della legge. Il famoso scambio epistolare tra Plinio il Giovane, governatore della Bitinia, e l’imperatore Traiano ad esempio, è una prova della tolleranza romana nei confronti dei cristiani: ai dubbi del legatus augusti pro praetore riguardo alla possibilità di processare un ampio numero di cristiani detenuti dall’amministrazione precedente, il princeps replica con la famosa espressione “perquirendi non sunt” , ” non devono essere incriminati” , ribadendo l’irrilevanza ai sensi penali dell’appartenenza o meno al Cristianesimo. Concludiamo, quindi, che l’avversione verso questa religione costituisce effettivamente una questione differente da imperatore a imperatore, anche in relazione, ovviamente, a diverse variabili di contesto e a scelte politiche differenti.

 

 

 

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