Il Superuovo

Quanta importanza ha Francesco Petrarca nella storia letteraria italiana? Parliamone a 717 anni dalla nascita

Quanta importanza ha Francesco Petrarca nella storia letteraria italiana? Parliamone a 717 anni dalla nascita

Il 20 luglio 1304 nasceva Francesco Petrarca, autore essenziale per la poesia e lo sviluppo della lingua italiana.

Fine rimatore, instancabile lettore, pioniere della filologia: tanti sono i meriti e le qualità di Petrarca. Per secoli pilastro della nostra letteratura, nel ‘500 è anche scelto da Bembo come modello per la creazione di una prima lingua letteraria comune.

La cura del dettaglio e il labor limae

Solo sentendo nominare questo grande della nostra letteratura, non possiamo fare a meno di pensare al concetto di labor limae, notoriamente associato al suo metodo di lavoro. L’attività culturale di Francesco Petrarca, infatti, è costantemente caratterizzata dall’attenzione ai piccoli dettagli e la costante revisione dei propri testi.  Nell’arco di tutta la sua vita, ad esempio, lavora al suo ‘Rerum vulgarium fragmenta’, comunemente conosciuto come Canzoniere: una raccolta di 365 poesie – una per ogni giorno dell’anno – rivista in modo quasi morboso fino agli sgoccioli della sua esistenza. Esistenza che, quasi ironicamente per un uomo in cerca della perfezione, si conclude ad un solo giorno dall’esatto compimento del settantesimo anno: Petrarca nasce infatti il 20 luglio del 1304 ad Arezzo e si spegne il 19 luglio 1374 ad Arquà. Comunque sia, il perpetuo lavoro correttorio dell’autore non è poi lontanissimo da un’altra delle sue occupazioni predilette: l’indagine filologica. Spesso in giro per l’Europa, Petrarca visita vecchie biblioteche e monasteri, da cui ritrova e  restituisce letteralmente alla comunità alcune opere della classicità, trascritte e lasciate sugli scaffali polverosi. Su questi manoscritti opera un meticoloso lavoro di revisione, volto, ad esempio,  a correggere gli errori di trascrizione dei monaci amanuensi.

Petrarca modello per la codificazione cinquecentesca

La traccia lasciata dal Petrarca nella nostra letteratura è profonda. Dopo di lui, infatti, molti autori procederanno alla stesura di opere in poesia mutuando da esso lingua e accorgimenti stilistici. Una fama, la sua, che cattura due secoli dopo la sua morte anche Pietro Bembo. Il cardinale veneziano, infatti,  potendo accedere agli archivi vaticani, entra in possesso dei documenti manoscritti dell’autore, rimanendone estasiato. Pertanto si risolve a creare, a partire dal suo modello, un nuovo canone letterario scritto, che potesse essere utilizzato da tutti gli autori della penisola. Da quest’idea nascono le ‘Prose della volgar lingua’ , un trattato linguistico diviso in tre libri, nei quali si discute a proposito di  quale idioma scegliere come nuova lingua della letteratura. A prevalere, ovviamente, è la tesi arcaista di Bembo, la quale sostiene l’opportunità di basarsi sul modello del Petrarca per le opere in poesia e su quello del Boccaccio per le opere in prosa. Tra i motivi principali che spingono Bembo a scegliere proprio l’avignonese è il suo particolare “unilinguismo”: a differenza di Dante, che impiega registri linguistici differenti a seconda della materia trattata, Petrarca si mantiene sempre costante nel tono e nella qualità della lingua,  regalando alla sua intera produzione una certa regolarità e uniformità. Sempre a Bembo va poi il merito di aver pubblicato, con la collaborazione di Aldo Manunzio, un’importantissima edizione a stampa del Canzoniere, il cosiddetto “Petrarca aldino”: una versione, questa, dai caratteri profondamente moderni, come per quel che riguarda l’utilizzo dei segni di interpunzione e il carattere scelto, il corsivo, da lì in poi conosciuto nel mondo proprio come italics.

Una fama indiscussa oscurata da Dante

Al di là degli aspetti linguistici, comunque, Petrarca è per diversi secoli il principale autore italiano, la cui poetica è ammirata al punto da prevalere su quella dantesca. Complice anche la codificazione cinquecentesca, il suo modello poetico è talmente forte da condizionare gli autori del XVI secolo, che spesso scelgono di sostituire anche termini del volgare d’appartenenza con toscanismi. La situazione, però, cambia a partire dall’Ottocento. La diffusione degli ideali patriottici e risorgimentali fa sì che anche la letteratura venga sottoposta ad una lettura di tipo politico: alcuni autori, prima posti un gradino in basso rispetto ad altri, ora tornano nuovamente in auge se funzionali a caldeggiare le idee politiche del momento. Questo processo investe, in particolar modo, Dante Alighieri, che grazie al contributo di un grande storico della letteratura, Francesco de Sanctis, si fregia di un’importanza senza precedenti. Il fiorentino è infatti ammirato per la sua veste di uomo completo, sia poeta che cittadino impegnato, sia artista che politico di spicco, pronto a lottare per la propria patria (ma è bene ricordare, comunque, che la patria a cui ci riferiamo è Firenze: a Dante, universalista accanito, non vanno ricondotte idee riguardo ad una ipotetica unità d’Italia). La riscoperta di Dante fa ovviamente vacillare l’egemonia del Petrarca, tutt’altro che vicino alla politica come l’autore della Commedia: anzi, la lettura che ne dà sempre De Sanctis è quella di un illustre malato, di un artista pregevole, ma dal carattere fragile, insicuro, malato per l’appunto. Nonostante ciò Petrarca resta comunque nel novero degli autori capaci di esportare anche all’estero la grandezza artistica della letteratura italiana, pur essendo relegato, ormai stabilmente, da due secoli ad un ruolo subalterno rispetto all’Alighieri. La lirica amorosa, inaugurata dai siciliani, trova nei suoi versi dedicati a Laura una definitiva consacrazione. Nasce con Petrarca un vero e proprio prototipo di poesia d’amore, sempre divisa tra la stilnovistica adorazione della donna-angelo e la contemplazione degli aspetti carnali e terreni della figura femminile. Una concretezza, questa, che di certo rende il Petrarca comunque molto più vero e attuale del suo più fortunato collega fiorentino, che , ad onor del vero, mai seppe staccare la sua lirica da una visione fin troppo teologica dell’amore.

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