Il Superuovo

Quando tortura e violenza si incontrano: ricordiamo i “Fatti del G8 di Genova”

Quando tortura e violenza si incontrano: ricordiamo i “Fatti del G8 di Genova”

Il riassunto dei “Fatti del G8 di Genova” che non va dimenticato.

File:Genova-G8 2001-Via Tolemaide.jpg - Wikimedia Commons

Le fotografie degli scontri del G8 a Genova fanno rabbrividire e sono appena passati vent’anni! In questo articolo cercheremo di raccontare gli eventi terribili di quei giorni.

I “Fatti del G8 di Genova”

Dal 20 al 22 luglio 2001 si riuniva il 27° vertice del G8 a Genova, in Liguria. Il G8, ovvero il Gruppo degli 8, consiste in un forum politico, riunito annualmente (solitamente tra la fine di maggio e metà luglio) come forum economico, a cui partecipavano otto governi nazionali: Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, UK, Russia e USA, con i rappresentanti dell’UE. La riunione del 2001 venne guidata da Silvio Berlusconi, allora Presidente del Consiglio, presso il Palazzo Ducale. A causa dei “Fatti del G8 di Genova“, avvenuti dal 19 al 22 luglio 2001, e per l’attentato terroristico del successivo 11 settembre, si decise che questo fu l’ultimo vertice tenuto in una grande città, stabilendo i successivi incontri in luoghi meno accessibili alla massa.

Con “Fatti del G8 di Genova” si andarono a descrivere tutte quelle manifestazioni che sfociarono in violenti scontri tra le forze dell’ordine e i manifestanti, verificandosi veri e propri episodi di abuso di potere da parte dei poliziotti. La scintilla che fece scattare la “guerra” fu lo sparo, proveniente dalla pistola del carabiniere Placanica, ai danni di Carlo Giuliani, il giovane che brandiva l’estintore, che era distante da lui tre metri e mezzo. Placanica era male addestrato e come lui, moltissimi giovani reclute delle forze dell’ordine vennero mandate “allo sbaraglio”, contribuendo a peggiorare il clima delle proteste.

I funzionari di polizia vennero promossi e premiati, non vennero mai puniti veramente. I “Fatti del G8 di Genova” vennero definiti come una costante violazione dei diritti umani, sfociata nell’assalto-pestaggio dentro il dormitorio della scuola Diaz, che era stata occupata da pacifici cittadini che manifestavano, i quali vennero colpiti anche con armi improprie, non in dotazione alle forze dell’ordine. Le violenze aumentarono all’interno del provvisorio carcere della caserma di Bolzaneto, dove venivano imprigionati temporaneamente coloro che erano stati arrestati durante quei giorni. Le donne vennero denudate e penetrate con i manganelli, gli uomini costretti a cantare “Faccetta nera” per non subire pestaggi.

File:Genova G8.jpg - Wikimedia Commons

Testimonianze

La situazione peggiorò dopo la fine del G8 perchè lo Stato italiano si trovò davanti ad una storia di depistaggi, prove manipolate e centinaia di ostacoli posti per rallentare le indagini. Sono passati vent’anni da quel giorno ed ancora oggi, non sembra mai finito. Non è mai stata fatta piena giustizia ed ammontano a più di duecentocinquanta i provvedimenti contro agenti violenti che, nel corso degli anni, sono stati archiviati a causa dell’impossibilità di identificarli.

Arnaldo Cestaro (82 anni) è una delle persone che testimoniarono ciò che accadde all’interno della Diaz, messa a disposizione ai manifestanti contrari alla globalizzazione e al G8. Nella notte fra il 21 e il 22 luglio 2001 si ruppe il braccio destro, la gamba destra e si fratturò dieci costole. Fu il più vecchio manifestante ad essere stato massacrato all’interno della scuola: aveva 62 anni. Fu il primo però ad alzarsi e a chiedere all’Europa di condannare l’Italia per il reato di tortura. Ed Arnaldo ci riesce nel 2015, grazie a lui nel 2017 viene introdotto all’interno del nostro codice penale il reato di tortura. Racconta che la polizia entrò all’interno della Diaz verso mezzanotte, quando lui stava dormento sul pavimento di legno da un paio di ore. La polizia sfonda con un mezzo blindato e lui si mette con le spalle al muro, le mani alzate. Gli uomini entrano con la divisa anti-sommossa e lo massacrano con i manganelli con il manico trasversale. Lui urla, dicendo di essere un uomo anziano e pacifico, ma non lo ascoltano.

«Mi hanno ridotto la testa come un pallone da rugby. Poi ancora colpi su colpi, sulle braccia, sulla gamba. Mi sono chiuso a riccio per cercare di ripararmi, tutto inutile. Quando hanno finito con me, ho visto che cominciavano con una ragazzina bionda e poi con gli altri ragazzi. Chiamavano la mamma. In tutte le lingue: in italiano, inglese, francese, tedesco».

Conseguenze

Arnaldo passa quattro giorni in ospedale a Genova e sarà successivamente operato a Firenze, ma non guarirà mai del tutto. Gli incubi resteranno e così il sangue sulle pareti della Diaz. Il sangue è una prova lampante della violenza, ma i poliziotti lo giustificano dicendo che è stato causato dalle ferite che i manifestanti si erano procurati da soli nel pomeriggio, durante il corteo. Ma gli arresti continuarono ad essere illegali e i pazienti erano visibili in ospedale. Così i poliziotti decisero di sorvegliarli, accrescendo nelle vittime il terrore. Arnaldo non ci crede, ma in poco tempo si rende conto che lo Stato effettivamente sta proteggendo i criminali, invece della gente come lui: i cittadini.

I poliziotti erano infatti entrati camuffati, per non essere riconosciuti e non forniranno gli elenchi di chi partecipò al pestaggio, rallentando così le indagini ed il processo che durò cinque anni. Quest’ultimo si concluse con condanne leggere, motivate dallo stato di stress e fatica in cui i colpevoli riversavano. Non vennero sospesi dal loro servizio e continuarono a lavorare, venendo talvolta anche promossi. Nessun poliziotto ha quindi fatto un solo giorno di carcere.

E le foto di quei giorni sono terribili. Le riproduce rollingstone.it, dove il rosso del sangue si contrappone al nero del cemento o al blu del mare di Genova e dei caschi dei poliziotti. Colori contrastanti, nitidi, dove appare lampante l’immagine della morte e della violenza gratuita. Rimane evidente il bisogno di tornare a rivedere quelle foto, ricordare per non dimenticare l’orrore vissuto da altri prima di noi.

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