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Quando pensieri e azioni sono in disaccordo

Quando pensieri e azioni sono in disaccordo

Spesso ci troviamo in situazioni che ci richiedono di dire o fare qualcosa che si trova in contrasto con i nostri pensieri e sentimenti. Ecco che si genera una spiacevole tensione, uno stato di disarmonia, la così detta “dissonanza cognitiva”. Secondo il padre della teoria questa condizione ci porterebbe a cambiare i nostri atteggiamenti.

Alla fine degli anni ’50 lo psicologo e sociologo statunitense Leon Festinger (1919-1989) propose la teoria della dissonanza cognitiva. Secondo la formulazione originaria essa si riferisce allo stato di tensione che si sperimenta quando c’è discrepanza tra comportamenti e atteggiamenti, cioè tra le proprie azioni e le proprie disposizioni ed opinioni personali.
Una “dissonanza cognitiva” è la tensione che nasce quando si è simultaneamente consapevoli di due informazioni incoerenti, quando si decide di dire o fare qualcosa ma si hanno sentimenti contrastanti. Generalmente, siamo infatti motivati a mantenere una certa coerenza tra i nostri saperi e qualora percepiamo una discrepanza, si genera una pressione a cambiare. Essendo consapevoli sia delle nostre azioni che dei nostri atteggiamenti, siamo infatti in grado di percepire quando tale contrasto emerge: ciò ci porta a voler mettere in atto un cambiamento per risolvere l’incoerenza creatasi.
La dissonanza non è caratterizzata dal solo discomfort psicologico, bensì può causare una modificazione a livello fisiologico in grado di attivare aree del cervello importanti per le emozioni e il funzionamento cognitivo generale. Quando facciamo esperienza della dissonanza cognitiva siamo motivati a diminuirla perché è psicologicamente, fisicamente e mentalmente scomoda. Per eliminarla, possiamo decidere di modificare il comportamento discrepante, cambiare i nostri atteggiamenti cercando di razionalizzare, negare, o formare nuove opinioni.
Poiché intrinsecamente portati a cercare di ridurre tale disagio, rettifichiamo il nostro pensiero. È infatti più semplice modificare il nostro iniziale atteggiamento verso un’azione compiuta, piuttosto che modificare i risultati dell’azione stessa. Ciò deriva dall’effetto della giustificazione insufficiente che si verifica quando le modifiche apportate sull’ambiente esterno non sono sufficienti a risolvere il disagio. Un comportamento agito, una volta messo in atto, è ormai parte della realtà altrui, ma soprattutto propria. È infatti il soggetto che agisce a percepire la dissonanza e a volerla risolvere indipendentemente dal giudizio di chi lo circonda.

Semplificando, si arriva ad autogiustificarsi.  È la codardia di una mente che per giustificare le proprie scelte o motivare i comportamenti muta le proprie credenze iniziali.
È come nella favola di Esopo La volpe e l’uva”, in cui il contrasto tra il desiderio dell’uva e l’incapacità di raggiungerla porta la volpe a rivalutarla, modificando il proprio atteggiamento verso di essa e arrivando a definirla “acerba”.

Esopo – La volpe e l’uva

Gli psicologi Cooper e Fazio riprendono la teoria di Festinger individuando le 4 condizioni necessarie per l’insorgenza della dissonanza cognitiva, in particolare la persona deve:
1) Avvertire un comportamento come incoerente
2) Assumersi la responsabilità personale del comportamento
3) Sperimentare una certa attivazione fisiologica (es. stato di eccitazione)
4) Attribuire l’attivazione fisiologica al comportamento agito

Dissonanza post-decisionale

Un particolare tipo di dissonanza si verifica a seguito di una decisione: è la dissonanza post-decisionale. Le decisioni producono dissonanza. In particolare, spesso ci troviamo di fronte a due alternative ugualmente desiderabili. Una volta presa la decisione definitiva, tendiamo a promuovere le scelte fatte e a svalutare le opzioni tralasciate.
È possibile ridurre la dissonanza creatasi tramite diverse strategie. Il soggetto potrà per esempio dare meno importanza ad uno degli elementi dissonanti. Inoltre, potrà enfatizzare i vantaggi dell’opzione preferita aggiungendo elementi di consonanza. Per ultimo, potrà modificare il suo atteggiamento o opinione verso le possibilità.
Si pensi ad una persona che ha intenzione di acquistare un computer nuovo: indeciso su due pc, sceglie per il meno costoso. Una volta comprato enfatizzerà gli aspetti positivi del suo prodotto, deprezzando le caratteristiche di quello a cui ha rinunciato (“Costava troppo in rapporto qualità-prezzo”, “Il design era meno curato”,…).

Siamo naturalmente portati ad ancorarci alle nostre posizioni, a tentare di razionalizzare l’irrazionale, a giustificare le nostre decisioni ed eliminare i nostri stessi dubbi a riguardo. È stato dimostrato che tale meccanismo abbia una base istintuale: lo abbiamo fin da piccoli e lo condividiamo con altri primati.
L’uomo si convince delle proprie scelte e cambia gli atteggiamenti in base alle convinzioni maturate.
Sebbene dipinto come “scorretto” nella favola citata, tale processo è essenziale per salvaguardare il nostro benessere psicologico.

Susanna & Cristina Morlino

 

 

 

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