Il Superuovo

Quando bruciano i polmoni: il fumo di Vollmann e lo smog di Calvino

Quando bruciano i polmoni: il fumo di Vollmann e lo smog di Calvino

William Vollmann compila un reportage sul Carr, il grande incendio californiano del 2018. A confronto gli effetti di due tipi di fumo: quello di una terra che brucia, e lo smog di di Calvino.

La rivista Freeman’s chiede a Vollmann di documentare uno dei più grandi incendi al mondo, quello che divampò in California il 23 luglio 2018: il giornalista parte per recarsi in loco, accompagnato da un fotografo. Il nuovo numero uscirà il 19 Marzo, con la descrizione della “stomachevole sofferenza” provata dall’uomo inviato sul campo: vediamo gli effetti del fumo e il dolore fisico, tessendo un confronto con lo smog di Calvino nel suo racconto breve “La nuvola di smog”.

Il dolore dell’incendio

«La lingua mi prude per il fumo, e il petto mi fa un po’ male, ma è un dolore assolutamente sopportabile, come le altre volte»: questo è l’incipit del lavoro redatto da William Vollmann, una descrizione del dolore e della sofferenza fisica provata stando nel luogo della catastrofe; ma vediamo questo incendio più nel dettaglio. Lunedì 30 Luglio 2018, “Il Post”, riporta la notizia di almeno 6 morti causate dall’incendio noto come “Carr-Fire”, il quale prende nome dalla zona della California in cui è divampato il 23 Luglio, nel nord dello Stato, vicino alla città di Redding, pochi chilometri a nord di Sacramento. Si parla di una grande evacuazione che ha coinvolto circa 39mila persone, allontanate dalla contea di Shasta, zona vicina al Carr-Fire; tra i danni registrati: 190 chilometri quadrati bruciati, oltre 500 edifici distrutti, e 135 rovinati. Vollmann si fa coraggio e con l’ausilio di una mascherina prima, e di un respiratore poi, scende in quell’ “inferno di fumo”, a stretto contatto con le famiglie delle vittime, con i vigili del fuoco, con i sopravvissuti. Un reportage brillante con un’attenta analisi della società, uno dei quasi trenta contributi puntellati di pittorici riferimenti ai miti americani degli anni ’70. Si preannuncia uno scritto critico, vissuto, quello di un uomo che è sceso in prima linea per capire come una tragedia del genere influenzi i pensieri e i sentimenti di chi lo sperimenta: un dolore anche fisico, il suo, il bruciore del fumo nei polmoni, dell’aria rarefatta e pesante, della desolazione e dello sporco che resta addosso ai luoghi e alle persone.

La nuvola di smog

“La nuvola di smog” è un racconto breve scritto da Italo Calvino, pubblicato per la prima volta nel 1958, nella rivista “Nuovi Argomenti”, diretta da Alberto Moravia. L’elaborato si presenta come una metafora del male di vivere, un mondo i cui lineamenti sono tracciati dalla sporcizia e dall’inquinamento che invadono ogni cosa, una descrizione piena di consapevolezza, velata quasi di tristezza. Nonostante ciò, il protagonista, senza volto e senza nome, non è rassegnato anzi, cerca, per quanto possibile, di trovare un modo per accettare e per convivere con questo status quo. Lo smog è il grigiore di una società che non riesce a vedere i colori che la caratterizzano, che si è assopita e si accontenta: non c’è una spinta al miglioramento. Lo smog è il denso fumo onnipresente e immobile. Una grande cappa ferma che avvolge e nasconde, che penetra prima i polmoni e poi i pensieri: la comodità. Alla fine si vedrà il protagonista allontanarsi dalla città e girare “Tra i campi biancheggianti di roba stesa”, voltarsi di scatto e poi scoppiare a ridere. Sono i panni bianchi, candidi, lasciati ad asciugare al sole, “tutti uguali nelle grinze”, nei campi “attraversati dai fili paralleli, come vigneti”. L’unica soluzione è quella di guardare il tutto da fuori, di farsi una bella risata, apprezzando chi, ancora, nel suo piccolo, insapona il mondo e cerca di smacchiarlo.

La disintossicazione

Sembra facile, liberarsi dal fumo, ma non è così (chiedetelo a Zeno Cosini). Sembra facile, eppure non lo è affatto, specialmente se si tratta di un fumo diverso, quello che permea i sogni e il modo di vivere la realtà. Non è facile dimenticarsi delle fiamme che hanno distrutto la propria casa, le terre e i campi in cui si giocava da piccoli, la fabbrica che faceva avere il pane sulla tavola. Non è facile scrollarsi di dosso quel tanfo acre, che ci costringe a dei respiri profondi, perché manca il fiato, perché l’aria è pesante e sporca. Non è facile far finta che il cielo non sia grigio e gli alberi neri, vellutati. Non è facile girare per una città ammantata dal disinteressa e dall’insofferenza. Ci sono tanti tipi di malinconia, e quella del fumo è una che arriva dentro e si incolla, una puzza che, per quanto si lavino le mani e si strofinino gli occhi, resta comunque appiccicata. Il protagonista di Calvino non ha nome, potrebbe essere uno chiunque di noi che, una mattina, durante la passeggiata quotidiana per arrivare al posto di lavoro, si accorge di questo nuvolone minaccioso non sopra alla testa, ma intorno, ovunque, per le strade, tra le dita, come un’ombra che scivola in tutti i locali, che esce da tutte le fogne. Quello di Vollmann invece, è tangibile, visibile: è l’asprezza che resta dopo una catastrofe, che dondola sospesa in aria come a dire “qui c’è stato qualcosa di brutto”.

Non ci resta allora, che aspettare con impazienza la pubblicazione del suo reportage: Calvino suggerisce una bella passeggiata lontano dalla città per disintossicarsi; vediamo cosa consiglierà Vollmann.

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