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Puzzle Pieces: i Saint Motel spiegano come si diventa dipendenti dalla chirurgia plastica

Puzzle Pieces: i Saint Motel spiegano come si diventa dipendenti dalla chirurgia plastica

Scritta nel 2012 dalla band Saint Motel, la canzone “Puzzle Pieces” esplora la dipendenza dalla chirurgia estetica.

La chirurgia plastica è un’importante branca della medicina umana che, approcciandosi a svariati casi clinici, presenta una lunga serie di dilemmi etici.

Il testo, che vede probabilmente come protagonista una donna (come suggerito anche dal video musicale), racconta infatti di una persona che ormai è ossessionata dal suo aspetto fisico e cerca sempre di migliorarlo facendo affidamento sui ritocchi plastici.

Puzzle pieces: il significato del testo

La canzone “Puzzle Pieces” è uno dei brani presenti nell’album “Voyeur” dei Saint Motel e tratta in maniera esplicita del tema della chirurgia plastica, descrivendo un individuo, il cui sesso non è specificato, che è diventato del tutto dipendente dai ritocchi estetici. Il frontman della band Jackson, durante una intervista, ha detto che era solito assistere un fotografo a Los Angeles che si occupava di servizi di alta moda. Un giorno, si era trovato a parlare di una modella che era carina nel complesso, ma c’era qualcosa di lei che non sembrava funzionare del tutto. Il frontman era rimasto colpito dal fatto che, individualmente, la ragazza aveva dei bellissimi occhi, delle bellissime labbra ed orecchie, ma tutte insieme sembravano stonare e pertanto da lì ebbe l’idea per il fatto che questi “puzzle pieces” potrebbero non andare sempre d’accordo. Vi sono diversi passaggi nella canzone che lasciano comprendere come la donna, probabilmente, soggetto del testo, si sia sottoposta a talmente tante operazioni chirurgiche che ormai è un dato palese anche per chi non la conosce e la incontra per strada. Nella seconda strofa, il cantante cita proprio un dottore, un chirurgo plastico, che porta via quello che era della donna e la rimodella, la trasforma in un qualcosa che è esteticamente bello, e che incontra i suoi desidera. Non molto dopo, la ragazza viene paragonata ad un “junkie craving one more plastic fix”, ossia un drogato che sta bramando un’altra raddrizzata di chirurgia plastica, dimostrando come si sia diventati dipendenti ed ossessionati dalla propria immagine estetica.

Chirurgia estetica: etica della professione

Da quando la chirurgia estetica è nata, con pionieri del calibro di Sushruta e Tagliacozzi, fino ai giorni nostri, numerosi passi in avanti sono stati fatti nell’ambito della chirurgia plastica e ricostruttiva. La proliferazione di procedure e trattamenti innovativi ha generato delle nuove complicazioni etiche. Infatti, solitamente la chirurgia plastica viene riservata a tutti quei pazienti che soffrono di una patologia critica, come infezioni necrotizzanti dei tessuti molli, gravi ustioni, amputazioni estese del corpo o tumori in stadio avanzato che richiedono incisioni estetiche gravi. Tuttavia, nel novero dei pazienti dei chirurghi plastici ritroviamo anche persone che desiderano migliorare le loro caratteristiche estetiche, pazienti con anomalie congenite e pazienti che necessitano di trapianti di viso e mani. Pertanto, visto l’eterogeneo panorama, ci sono numerose situazioni in cui l’etica diviene fondamentale per questa disciplina specialistica. Alcuni dilemmi comuni sono bilanciare rischi e vantaggi di una determinata operazione, ottenendo il consenso informato per pazienti effettivamente sani, promuovere una scorretta campagna per commercializzare la chirurgia estetica come soluzione ad un’immagine di sé non soddisfacente, affrontare rischi legati alla identità e alla immunosoppressione in particolari casi come i trapianti di viso.

Il body dysmorphic disorder

L’abuso di chirurgia plastica, o la continua ossessione nel ricercare ritocchi estetici per apparire più piacevoli da un punto di vista fisico, spesso collide con alcune serie patologie di natura psicologica e psichiatrica. Un tipico esempio è il body dysmorphic disorder, disordine mentale per cui la persona non riesce a smettere di pensare a dei difetti fisici che lui percepisce, spesso un dettaglio che magari sfugge anche alla maggior parte delle persone con cui l’individuo si interfaccia quotidianamente. Tuttavia, il paziente inizia a sviluppare uno stato di perenne imbarazzo, vergogna e ansia che spesso lo inducono a rifuggire la maggior parte delle interazioni sociali, limitandosi a quelle strettamente necessarie. Solitamente i pazienti si focalizzano molto sul loro aspetto fisico, controllandosi spesso nello specchio per giudicarsi o cercare un conforto temporaneo, addirittura talvolta per diverse ore al giorno. Ovviamente la percezione di questi difetti, aggiunta allo stress che ne deriva e al tempo speso per rassicurarsi di continuo, impatta sulla qualità di vita del paziente. Solitamente, pazienti affetti da questa patologia vengono indirizzati verso una terapia comportamentale cognitiva adiuvata da un regime terapeutico-farmacologico ad hoc.

 

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