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Psicologia Sociale: Prototipi, Stereotipi e altri termini psicologici spiegati attraverso il cinema

Psicologia Sociale: Prototipi, Stereotipi e altri termini psicologici spiegati attraverso il cinema

La psicologia sociale è il ramo della psicologia che studia l’interazione tra le persone: manifestazioni, cause, conseguenze e processi psicologici coinvolti.

Una definizione ampiamente diffusa e più tecnica è fornita da Gordon Allport: “La psicologia sociale è l’indagine scientifica di come pensieri, sentimenti e comportamenti degli individui siano influenzati dalla presenza oggettiva, immaginata o implicita degli altri” (Allport, 1954).

Come le altre branche della psicologia, la psicologia sociale è una scienza: sviluppa teorie per spiegare il comportamento umano e le verifica empiricamente attraverso esperimenti e osservazioni. Al centro del suo interesse si trovano pensieri, sentimenti e azioni delle persone.

Analizziamo insieme 5 costrutti della psicologia sociale facendoci aiutare da altrettanti film.

Il Prototipo

Per definisce un prototipo è necessario definire prima altri 2 concetti psicologici:

Lo schema – lo schema è una struttura cognitiva che rappresenta la conoscenza di un oggetto e/o del suo stimolo e/o della relazione di questo con altri oggetti. Ogni volta che facciamo ricorso ad uno schema le nostre tendenze sistematiche si assicurano che esso non sia minacciato dal modo in cui elaboriamo informazioni e facciamo inferenze (deduzioni intese a provare o sottolineare una conseguenza logica).

La categoria – le categorie sono insiemi sfocati di caratteristiche organizzate intorno ad un prototipo. Quando categorizziamo ci poniamo il fine di accentuare le somiglianze all’interno di una categoria e le differenze tra le categorie. (es. la categoria “ambientalisti”). Le ricerche dimostrano che le persone considerano le categorie come insieme di esemplari non identici ma con in comune la stessa aria di famiglia (ovvero similari secondo una percezione personale).

Il prototipo è quindi il (nostro) rappresentante di quella determinata categoria, quello che per noi è una persona nel momento in cui lui stesso (o qualcun altro) si definisce sotto una categoria (ad esempio “sono un’ambientalista”).

L’insieme di immagini e sensazioni associate a quell’immagine sono condizionate della nostra visione prototipica di quella categoria. (L’esempio più semplice da farsi in questi casi è immaginarsi il proprio “prototipo di mamma”).

Sebbene i prototipi spesso rappresentino il membro più comune o tipico di una categoria, per esempio il tipico ambientalista, non è detto che sia sempre così: il prototipo può essere rappresentato da un membro estremista invece che dal membro mediamente rappresentante di quella categoria (esempio un ambientalista attivista che fa manifestazioni in piazza anche di tipo violento).

Il personaggio di un film che ho scelto per aiutarvi a memorizzare questa definizione è “Il Grande Gatzby” (scegliete voi se preferite Robert Redford nel film di Jack Clayton, 1974, o Leonardo Di Caprio nel film di Baz Luhrmann, 2013) come prototipo del Dandy Americano.

Il dandismo, per chi non lo sapesse, è un comportamento diffusosi durante la Reggenza inglese e la Restaurazione francese. Proprio dei dandies, questo comportamento consiste in un’ostentazione di eleganza dei modi e nel vestire, caratterizzato da forme di individualismo esasperato, di ironico distacco dalla realtà e di rifiuto nei confronti della mediocrità borghese.

Lo Stereotipo

Gli stereotipi sono fondamentalmente schemi di gruppi sociali e immagini valutative semplificate di un det gruppo e dei suoi membri ampiamente condivise dalla società maggioritaria, a differenza del prototipo che invece è prevalentemente un’immagine personale e risente della esperienza individuale più che dell’opinione del gruppo di riferimento.

Spesso associati a pregiudizi, discriminazione e conflitto tra gruppi, gli stereotipi sono immagini semplificate dei membri di un gruppo che si basano su differenze chiaramente visibili. Queste differenze possono essere accentuate da immagini comuni inventate o ideate dal gruppo di appartenenza.

In “Ritorno al Futuro” di Robert Zemeckis (1985) sono tanti gli stereotipi che il regista mette in luce grazie alla possibilità di poter usufruire di due momenti temporali (il 1955 e il 1985):

Il primo è il sindaco del 1985 Goldie Wilson che nel 1955 lavora in un bar e quando afferma ad alta voce di voler fare il sindaco nel futuro gli viene ricordato che un sindaco nero non si era mai visto prima (stereotipo legato al colore della pelle – ATTENZIONE! Quello del gestore del bar non è un comportamento razzista, poiché non vi è nessuna accezione negativa nella sua frase “Un sindaco nero, ma che ti passa per la testa!”, ma piuttosto, per quei tempi (purtroppo) una banale constatazione)

Il secondo stereotipo è quello riferito al presidente degli Stati Uniti nel 1985 Ronald Reagan. Il Dottor Emmett Brown (Christopher Lloyd) nel 1955 si mette a ridere quando riceve questa notizia da Marty (Micheal J. Fox), ovvero che nel futuro un attore avrebbe potuto fare il presidente degli Stati Uniti (stereotipo del presidente degli Stati Uniti).

Terzo e ultimo esempio lo possiamo vedere nel modo in cui Lorraine Baines (Lea Thompson) nel 1985 all’inizio del film cerca di educare i propri figli all’omologazione verso stereotipi socialmente accettati, per esempio affermando il suo non gradimento verso “le ragazze a caccia di ragazzi” riferendosi alla ragazza di Marty che lo aveva chiamato al telefono (e non il contrario).

I Ruoli Sociali

Un ruolo può essere definito:

  • o come una posizione sociale,
  • o come un comportamento associato a una posizione sociale o a un comportamento tipico.

Alcuni teorici hanno avanzato l’idea che i ruoli sono essenzialmente aspettative su come un individuo dovrebbe comportarsi in una determinata situazione, mentre altri considerano il modo in cui gli individui si comportano effettivamente in una determinata posizione sociale.

In sociologia ci sono diverse categorie di ruoli sociali:

  • ruoli culturali (ad es. sacerdote)
  • ruoli dati dalla differenziazione sociale: ad es. insegnante, tassista
  • ruoli situazione-specifici: ad es. testimone oculare
  • ruoli bio-sociologici: ad es. essere umano in un sistema naturale
  • ruoli di genere: come uomo, donna, madre, padre, ecc.

Per spiegarvi meglio cos’è un ruolo sociale e come questo ci condizioni nelle scelte comuni vi porto all’attenzione il film “Effetto Lucifero” (The Stanford Prison Experiment, 2015) di Kyle Patrick Alvarez, che non è altro che un docufilm sul famoso esperimento della “Prigione di Stanford” tenuto dal Prof. Zimbardo del 1971.

Zimbardo in questo esperimento si poneva l’obiettivo di dimostrare come le persone si comportano di conseguenza al ruolo che viene loro assegnato a prescindere dalla loro personalità o dalle loro caratteristiche individuali.

Nell’esperimento Zimbardo seleziona ventiquattro studenti maschi per partecipare ad una simulazione della vita carceraria per 7-14 giorni, facendo loro assumere i ruoli di prigionieri o di guardie in cambio di 15 dollari al giorno. L’esperimento è condotto in una finta prigione situata nel seminterrato di Jordan Hall, l’edificio di psicologia dell’università.

Quello che emerge in particolare è che le due figure con caratteristiche da leader, assegnati uno per ogni “fazione”, sono quelli che hanno manifestato tra tutti i comportamenti più aggressivi (l’un l’altro).

Secondo l’opinione di Philip Zimbardo, la prigione finta, nell’esperienza psicologica vissuta dai soggetti di entrambi i gruppi, era diventata una prigione vera.

Assumere una funzione di controllo sugli altri nell’ambito di una istituzione come quella del carcere, assumere cioè un ruolo istituzionale, induce ad assumere le norme e le regole dell’istituzione come unico valore a cui il comportamento deve adeguarsi, induce cioè quella “ridefinizione della situazione” utilizzata anche da Stanley Milgram per spiegare le conseguenze dello stato eteronomico (assenza di autonomia comportamentale) sul funzionamento psicologico delle persone.

Le Voci

Le voci sono informazioni non verificate diffuse tra individui che cercano di capire eventi incerti e confusi.

Nel suo corso la voce durante la sua trasmissione diventa sempre più breve e meno dettagliata e complessa, nonostante alcune caratteristiche selezionate accuratamente vengono invece ingigantite per conformarsi agli schemi preesistenti elaborati dalle persone (Alport e Postman 1945, Rosnow 1980).

È più probabile che le voci si sviluppano durante una situazione di crisi quando le persone sono incerte ansiose e sotto stress. Quando facciamo circolare una voce in effetti contribuiamo a ridurre l’incertezza e lo stress che viviamo oltre a costruire integrazione sociale tra le persone che le ascolteranno.

Le voci hanno anche una fonte che spesso le produce di proposito per una ragione specifica (per esempio con il fine di screditare un individuo o un gruppo).

Per questo genere di costrutto basta prendere una qualsiasi telenovela o commedia alla Boldi e De Sica e notare come informazioni confuse e non chiare attraverso il passaparola generino tutta una serie di sfortunati eventi basati su “false informazioni”.

Teorie della Cospirazione

Le Teorie della Cospirazione sono teorie astruse causali che attribuiscono disastri naturali e sociali ad attività intenzionali e organizzate da parte di specifici gruppi sociali dipinti come organizzazioni di cospiratori che hanno l’obiettivo di rovinare e quindi dominare il resto dell’umanità.

Il successo di tali teorie varia nel tempo, ma furono molto popolari quelle a cavallo tra il diciassettesimo e diciottesimo secolo.

Quella più comune negli Stati Uniti, per esempio, è il mito della cospirazione del mondo ebraico che riaffiora periodicamente ed è spesso associata alla persecuzione degli ebrei.

Con abilità consumata e impressionante versatilità il teorico della cospirazione esperto può spiegare persino gli eventi più arcani e sconcertanti grazie all’individuazione di trame sleali e macchinazioni imperscrutabili di cospiratori nascosti.

Il film che collego facilmente a questo costrutto è “Under The Silver Lake” (2018) di David Robert Mitchell.

Sam è una delle tante anime perse di Los Angeles: non ha un lavoro, non ha un quattrino, sta per essere sfrattato dal suo appartamento e passa il tempo a fare sesso distratto con un’aspirante attrice che si presenta a casa sua abbigliata come i ruoli che interpreta. L’altro suo passatempo è spiare dal balcone le vicine con il canocchiale: è così che intercetta lo sguardo di Sarah, una bella ragazza bionda che sembra disposta ad intraprendere con lui una relazione. “Ci vediamo domani”, promette lei, ma il giorno dopo scompare.

Dove sia finita questa ragazza diventa un’ossessione per una persona già ossessionata dai misteri. E questa ossessione sembra perfetta per la città in cui vive, Los Angeles, che contiene a sua volta un’infinità di indizi, piste che conducono a complotti più grandi, persone a conoscenza di qualcosa di fondamentale, luoghi dove misteriose figure tirano le fila di tutto quel che conosciamo, clamorosi complottisti che lo educano a nuovi segreti e nuovi misteri.

Pare evidente allo spettatore che, in questo caso, queste Teorie Cospiratorie siano più facilmente associabili a dei veri e propri deliri psicotici, ma per questo è necessario aspettare il prossimo articolo.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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