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Psicologia clinica e psicosi (o disturbo mentale): comprendiamone i significati attraverso “A Beautiful Mind”

Psicologia clinica e psicosi (o disturbo mentale): comprendiamone i significati attraverso “A Beautiful Mind”

La psicologia clinica è la più conosciuta delle branche della psicologia.

Essa mira attraverso uno studio scientifico a comprendere, prevenire e intervenire sulle problematiche psicologiche.

Queste possono presentarsi sia sotto forma di nevrosi (tendenza psicologica automatica appresa durante lo sviluppo e non necessariamente portatrice di malessere) che soprattutto sotto forma di psicosi.

Approfondiamola insieme.

 

La psicosi o disturbo mentale

La psicosi, o disturbo mentale (un tempo chiamata malattia mentale), è una patologia.

Come tutte le patologie causa modificazioni strutturali, biochimiche e funzionali del nostro organismo che si verificano a livello cellulare, nei tessuti e negli organi (e quindi anche nel nostro cervello).

La psicologia clinica si affida al metodo scientifico (o metodo sperimentale) ovvero la modalità tipica con cui la scienza procede per raggiungere una conoscenza della realtà oggettiva, affidabile, verificabile e condivisibile.

Di conseguenza si occupa di raccogliere dati empirici, sotto la guida di ipotesi e teorie da vagliare, e di analizzare rigorosamente attraverso un pensiero logico-razionale (dove possibile con l’utilizzo della matematica) i dati raccolti.

Tutto questo associando (come enunciato per la prima volta da Galileo Galilei) le «sensate esperienze» alle «dimostrazioni necessarie», ossia la sperimentazione alla matematica.

Quando si parla di psiche il disturbo mentale può essere chiamato anche disturbo psicopatologico e si definisce così:

“un quadro caratterizzato da difficoltà cognitive, nella regolazione delle emozioni o nel comportamento a cui è associato una significativa sofferenza e inabilità in ambito sociale, lavorativo e in altri importanti settori della vita dell’individuo

Questa definizione è presente nel DSM 5, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali della APA (American Psychiatric Association).

Vi sono altri due famosi manuali diagnostici dai quali possiamo estrapolare la definizione di disturbo mentale, e sono il PDM-2 (Manuale diagnostico psicodinamico frutto della collaborazione tra diverse associazioni psicoanalitiche americane) e l’ICD-11 (International Classification of Diseases dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità).

Le Macro-aree della Psicopatologia

Secondo il DSM 5 vi sono delle macro-aree dove, all’interno, possiamo trovare i disturbi specifici.

Queste macro-aree sono:

  • i Disturbi della Personalità
  • i Disturbi da uso di Sostanze e disturbi da addiction
  • i Disturbi d’Ansia
  • i Disturbi dell’Umore
  • i Disturbi dello Spettro della Schizofrenia
  • il Disturbo Ossessivo Compulsivo (e correlati)
  • i Disturbi del Sonno/Veglia
  • i Disturbi da eventi traumatici e stressanti
  • i Disturbi da Sintomi Somatici
  • i Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione
  • i Disturbi Parafilici
  • i Disturbi del Neurosviluppo
  • i Disturbi Neurocognitivi
  • i Disturbi dell’evacuazione
  • i Disturbi di comportamento dirompente, controllo deli impulsi e della condotta
  • e i Disturbi del movimento indotto da farmaci

Oltre a

  • le Disfunzioni Sessuali
  • e la Disforia di genere

Mi pare ovvio che non possiamo affrontarle tutte (quantomeno non in un articolo) ma possiamo ragionare insieme sull’enormità di variabili psicopatologiche presenti nel genere umano.

Considerate che molte di quelle macro-aree contengono 5/6 sotto disturbi specifici.

Il ruolo dello Psicologo Clinico

Uno psicologo clinico non può ovviamente essere in grado di curare ognuno di questi disturbi.

Infatti, come nella medicina, lo psicologo clinico deve essere in grado di riconoscere i sintomi psicologici e, con l’aiuto del manuale diagnostico e dei propri studi, deve essere in grado di “rimandare” il paziente a quello psicologo specifico che si è specializzato nella cura di quel determinato cluster di disturbi.

Lo psicologo clinico svolge quindi il compito di:

  • prevenire le condizioni di disagio personale e relazionale;
  • identificare precocemente problematiche o patologie prima che causino danni alla persona e/o a terzi
  • inquadrare i fattori psicologici, personologici, famigliari, relazionali e contestuali che generano e mantengono il disturbo mentale (quando presente)
  • gestire, tramite colloqui e tecniche di sostegno psicologico, le difficoltà del paziente (in psicologia clinica si utilizza il vocabolario paziente, ma per alcune scuole di pensiero psicologico viene preferita la parola cliente o utente)
  • abilitare o riabilitare la persona se presenta problematiche non integralmente risolvibili
  • sostenere il paziente nella sua sofferenza psichica che si può presentare sotto qualsiasi forma

Un esempio di psicopatologia nel cinema e come si cura

Un noto film con sottofondo psicopatologico, nel caso specifico schizofrenia, è “A Beautiful Mind”.

Il film si ispira alla vita di John Forbes Nash Jr. che grazie al suo studio della teoria dei giochi, negli anni 50 diventò l’astro nascente della “nuova matematica” e insignito del Premio Nobel per l’economia nel 1994.

Durante la sua vita Nash sprofonda in un mondo tutto suo fatto di allucinazioni e deliri.

Non voglio spoilerarvi troppo il film, mi preme solo mettere a fuoco su due aspetti fondamentali della psicopatologia che, troppo spesso, non vengono presi in considerazione e che possiamo evincere dal film.

L’insight e la disfunzionalità: due concetti importantissimi della psicologia clinica

Il primo è il concetto di insight

L’insight è il grado di consapevolezza del proprio disturbo mentale.

Essere consapevoli del proprio disturbo mentale aiuta nella stragrande maggioranza dei casi ma, purtroppo, non è sempre possibile.

Nel nostro film il nostro eroe riesce a vincere il suo disturbo grazie proprio alla massiccia dose di intelligenza logica.

Questa gli permette, una volta consapevolizzato il suo disturbo, di metter in atto comportamenti che non siano nocivi per sé stesso e per gli altri.

Il secondo è il concetto di disfunzionalità.

Se si hanno dei sintomi psicologici gravi che comportano un quadro perfetto di diagnosi di un disturbo mentale MA la nostra sfera lavorativa o sociale o familiare non ne subisce ritorsioni (ne basta una delle tre) non si può ASSOLUTAMENTE parlare di malattia mentale.

Una persona che ha le tre sfere fondamentali della vita sane non deve assolutamente pensare di essere malata se possiede un sintomo psicopatologico o meno, poiché la psicologia, come la medicina, mira a curare il benessere della persona.

Se la persona è in equilibrio con sé stessa e riesce a convivere con i propri “spettri” in maniera autoregolata nessun intervento psicologico o psichiatrico potrà mai essere somministrato contro la volontà della persona stessa.

Una curiosità in merito

Non riesco a recuperare la fonte esatta, ma ricordo di aver studiato che negli anni 70, durante una trasmissione televisiva in Germania, accadde un evento del tutto inaspettato.

Dopo che uno psicologo spiegò per la prima volta in televisione quali erano i sintomi del disturbo schizofrenico, gli autori della trasmissione ricevettero un’enorme quantità di telefonate.

Queste telefonate provenivano da persone che, vedendo la trasmissione, avevano riconosciuto quei sintomi ma che, comunque, avevano vissuto una vita “normale” senza che nessuno si accorgesse dei loro deliri o allucinazioni visive o auditive (due sintomi fondamentali del disturbo schizofrenico).

Questo ci deve far riflettere sul fatto che, oggigiorno, essendo il linguaggio psicologico entrato nel vocabolario comune, è facile autodiagnosticarsi (o peggio ancora diagnosticate) disturbi, ansie o fobie senza rendersi veramente conto di cosa significhi e quali rischi comporta associare etichette errate a sé stessi e agli altri.

 

 

 

 

 

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