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Proust e Ratatouille: attimi che ci spiegano cosa sono le intermittenze del cuore

Proust e Ratatouille: attimi che ci spiegano cosa sono le intermittenze del cuore

Un attimo, un istante ben preciso che determina come una presa di consapevolezza. E’ l’intermittenza del cuore di Proust. Cosa potrebbe mai avere in comune con Ratatouille?

 

Un piccolo topo con una grande passione per il cibo e la cucina. Il figlio di uno chef stellato che non sa di esserlo. Sono queste le premesse di Ratatouille e potrebbe sembrare un semplice cartone, una bella storia. Eppure, possiamo rintracciare dei piccoli e specifici momenti che ci riportano verso un importante e rinomato autore: Marcel Proust.

La storia di Ratatouille

In breve si tratta della storia di un topolino, di nome Rémy. Vive con suo fratello e suo padre, capo di una grande colonia di topi. Insieme, vivono tutti nella terrazza di un’anziana signora e cercano di poter raccattare ciò che possono, accontentandosi. Rémy però, non è mai stato d’accordo con questo tipo di vita. A differenza di tutti gli altri ha un olfatto e un gusto molto sviluppati, che gli permettono di riconoscere subito il buon cibo e di fare degli ottimi abbinamenti. Per gli altri purtroppo, non è così. Rémy non è capito appieno, viene piuttosto giudicato poiché non prende coscienza della sua vera natura di topo.

L’ambizioso topolino, non si arrende. Il suo sogno è fare lo chef così da poter mettere in pratica le sue ricette. Dopo una serie di piccole peripezie, si ritroverà compagno di avventure di un giovane, Alfredo Linguini. Rémy aveva perso il suo gruppo dopo che l’anziana signora -scoperto il loro nascondiglio- aveva ben deciso di sterminarli con un fucile. Una fuga affannata e un incontro fortunato saranno il nuovo punto d’inizio per Rémy.

Per quanto possa sembrare strano si creerà una vera amicizia tra i due. Rémy farà in modo di giostrare il suo amico tra i fornelli, dirigendolo con delle ciocche di capelli mentre si nasconde nel cappello, creando dei piatti straordinari. La storia ci porta poi all’arrivo di un critico culinario, che assaggerà quei piatti: Anton Ego.

 

Parigi Torre Eiffel Francese - Foto gratis su Pixabay

Perché “Ratatouille”?

Il gioco è per parte onomatopeico. Il nome scelto per il lungometraggio infatti suona molto simile a “ratto”, questione che confermò ulteriormente la scelta. A monte però, ci sta una motivo molto più sostanzioso. “Ratatouille” è anche un piatto, tipico della zona provenzale. La vicenda di Alfredo e Rémy ha infatti luogo nella Francia del 1967 e la ripresa è dunque perfetta. Se proprio dovesse essere fatto un parallelismo con questa ricetta, potremmo associarla alla caponata o alla peperonata siciliana. Il regista Brad Bird e il produttore Brad Lewis decisero di frequentare dei corsi di cucina per ampliare le loro conoscenze e la ricetta della ratatouille che si vede nel cartone non è inventata, è bensì quella dello chef Thomas Keller, nel ristorante del quale i due hanno seguito le lezioni.

Semplici momenti, che diventano chiave del tutto: Marcel Proust

Come prima specificato, questo lungometraggio nasconde un bellissimo collegamento. Capostipite del nuovo romanzo è Marcel Proust. Saggista, critico letterario e scrittore francese è autore di un romanzo intitolato “Alla ricerca del tempo perduto“. Un’opera che non può non definirsi monumentale, dato che esce in sette volumi e vede l’autore impegnato per circa dieci anni.

Perché però accostare un’opera mastodontica con un lungometraggio? Il collegamento potrebbe sembrare labile -se non poco consono- e serve a riconfermare quella che potremmo definire “un’osmosi” tra le varie forme d’arte. L’opera finita di Proust si data 1927 -benché alcuni volumi siano postumi-  e la Disney-Pixar fa uscire Ratatouille nel 2007. Sono passati ottant’anni, eppure qualcosa ancora risuona.

Proust è ricordato anche per la sua particolare scrittura. Uno dei suoi meriti è quello della ricerca delle piccole cose, metodo che sarebbe giusto etichettare con il termine recherche. Qui entrano in gioco grandi fattori come i vizi, le virtù, l’animo e i sentimenti umani. Degli abissi, che Proust si propone di osservare e di studiare. Il risultato? Un autore di una grandissima potenza espressiva che interviene nella trascrizione dell’interiore, incrociando categorie forti come il ricordo e la memoria.

Alla ricerca del tempo perduto

Un giovane ragazzo che aspira ad essere un artista. Compito arduo dato che vorrebbe scrivere, ma non ha un tema. In verità il personaggio di Proust ha capito che non ci si deva arrovellare su cosa scrivere, ma su cosa deve essere scritto; c’è molta differenza. Cerca quindi una realtà che a modo suo vuole concretizzare con le parole, quella stessa che spesso guardiamo senza realmente vedere. In questo modo, tutti quei sentimenti, quelle emozioni e aspirazioni possono prendere forma e si può passare da quello che Proust definisce -già dal titolo- tempo perduto, al tempo ritrovato. Ecco a proposito una citazione:

D’improvviso; un tetto, un riflesso di sole su una pietra, l’odore di un sentiero mi inducevano a fermarmi, perché mi davano un piacere particolare e anche perché parevano nascondere, di là da quello che vedevo, qualcosa che m’invitavano a prendere e che, nonostante i miei sforzi, non riuscivo a scoprire. Sentendo ch’era contenuto in essi, rimanevo là, immobile, a guardare, a respirare, a tentare di superare col mio pensiero l’immagine e l’odore. 

 

Questa è una delle prime “prese di coscienza” del protagonista, che sta cominciando a capire quanto sia importante scoprire cosa vi sia sotto ogni cosa. Quanto sia importante appropriarsi di un momento. Può essere citato anche l’episodio dei campanili di Martinville: “[…] sentivo di non venire a capo della mia impressione, che c’era qualcosa dietro quel movimento, dietro quella luce, qualcosa ch’essi parevano contenere e sottrarre del medesimo tempo.”

 

Il tempo ritrovato e le intermittenze del cuore

Ultimo volume dell’opera prima citata e pubblicato postumo, per via della morte dell’autore circa cinque anni prima. E’ come se questa fosse la summa dell’intero romanzo, la parte dove l’autore rivaluta gli elementi e presta al lettore una luce migliore. Per capire perché si parta di intermittenze del cuore possiamo -e dobbiamo- risalire a un altro grande autore, Joyce.

Joyce è ricordato per il suo concetto di epifania e per la sua introduzione in “Gente di Dublino“. Qui i personaggi sono rappresentati completi del loro mondo interiore. E’ grazie a questa rappresentazione che si ha come una rivelazione: un piccolo gesto diventa portatore di una grande verità. Questi attimi di rivelazione sono per Proust le intermittenze del cuore, ed hanno a che fare con il passato e con la vita. 

 

Anton Ego assaggia il suo piatto: le madeleines di Proust

Una scena che colpisce in maniera particolare è quella in cui Anton Ego, critico culinario dall’aspetto pallido e corrucciato, assaggia la Ratatouille di Rémy. E’ un lampo, un piccolo attimo e Ego è come trasportato nella sua infanzia. A stento il boccone toccherà il palato del famoso critico, ma il trasporto sarà totale. Una piccola scena insomma, che racchiude l’impronta di una grande opera letteraria, della recherche. Qui l’episodio parallelo delle madaleines di Proust:

[…]Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me
di straordinario. Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa.  […] Donde m’era potuta venire quella
gioia violenta? Sentivo ch’era legata al sapore del tè e della focaccia, ma lo sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla? Bevo un secondo sorso in cui non trovo nulla di più che nel primo, un terzo dal quale ricevo meno che dal secondo. È tempo che io mi fermi, la virtù della bevanda sembra diminuire. È chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me.

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