Quindi: di cosa parleremo?

Con l’annuncio ufficiale della terza stagione dell’ormai conosciutissima serie, mi sembra doveroso fare un’analisi specifica dell’artefice del grande piano: rapinare la Zecca di Stato. Il prof. (o chi per lui, ma per comodità attribuiremo al personaggio la genialità delle sue azioni, senza nulla togliere agli sceneggiatori), non è il solito ‘criminale’, se così vogliamo definirlo, che studia un buon piano per appropriarsi di un mucchio di soldi, ma, con le sue azioni, lancia una sorta di sfida alla Polizia Spagnola, e a tutta la comunità. Presumo che chi è qui conosca la storia, perciò non starò qui a spiegarne i contenuti, se non in casi strettamente necessari, e mi tuffo a capofitto nella mente del soggetto da noi preso in esame.

Il prof. come Freud: previsione future

Una delle cose che più cattura l’attenzione del pubblico all’interno della serie sono gli intermezzi; mi riferisco a tutte quelle scene in cui, a seguito dello svolgersi di un fatto cruciale per il proseguimento della trama, lo spettatore viene catapultato indietro nel tempo e gli viene mostrato come, già nei mesi di preparazione del piano, il Prof. avesse previsto quel determinato avvenimento, con tutte le dovute precauzioni. Già da questo determinato modus operandi del Prof. possiamo evincere che egli conosceva molto bene gli scritti di Freud e specialmente il suo modo di spiegare agli alunni cosa e come comportarsi, vediamo subito il perché.

Arriverà il momento in cui penserai che tutto sia sul punto di crollare, che tutto stia andando male e ti sentirai completamente sola. Ma io ti prometto che questo non succederà. Ho pensato a tutto. E poi sono un uomo fortunato.” – Il Prof. a Tokyo.

Quando Freud pubblicò il suo lavoro la psicopatologia della vita quotidiana nel 1901, per terminarla definitivamente nel 1924, divenne professore all’Università di Vienna, e creò un modo tutto suo di insegnare. Egli scriveva le sue lezioni per poi divulgarle in aula ai suoi alunni, in parte le trascriveva subito dopo la lezione, ed in parte le scriveva prima di presentarsi in aula. Quest’ultimo punto è quello che noi prenderemo in considerazione per il parallelo col nostro soggetto, perché è qui il loro punto d’incontro. Dal momento che Freud scriveva le sue lezioni, ritroviamo in continuazione in questi testi frasi del tipo: “ora vi starete chiedendo…, adesso voi mi direte…, e quindi state pensando…”, e, in seguito a queste frasi, Freud non annota mai altri quesiti, supposizioni o interventi di qualsiasi genere da parte dei suoi alunni, perché? Per il semplice fatto che, come egli stesso dice, nel momento in cui si è seduto per pianificare le sue lezioni, ha calcolato ogni variabile, ogni possibile processo mentale dei suoi studenti, ponendogli una pezza ancor’ prima che nelle loro teste piovessero interrogativi et altera. Per fare ciò occorre fare un’attenta analisi di ciò che si sta cercando di portare avanti, di circostanze, di chi mi trovo davanti e con chi potrei trovarmi a che fare, e sbrogliare uno ad uno tutti i possibili fattori d’intralcio.  E così, allo stesso modo, in quegli intermezzi di cui parlavo precedentemente, il Prof. spiega che egli aveva già calcolato il normale susseguirsi degli eventi (piano uno), ma anche qualsiasi altra possibile variabile che avrebbe potuto interferire col corretto svolgimento del piano, e, così come Freud, ci mette una pazza (piano Camerun, per es.). Le analogie tra il prof. e il modo di scrivere e pianificare di Freud sono veramente innumerevoli, e potete scoprirlo voi stessi se leggerete il libro che vi allego di seguito, contenente tutte le lezioni così come il padre della psicanalisi scrisse e pronunciò.

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la chiave del successo: l’empatia

Tra tutte le regole imposte dal Prof. per la perfetta riuscita del piano, una delle più importanti è quella di stabilire un buon rapporto con i propri ostaggi e di guadagnarsi, quindi, l’opinione pubblica. Ciò potrebbe sembrarci un atteggiamento da buonista, atto solo al non danneggiare l’altro. In realtà, ciò che si cela dietro questa regola ferrea, è frutto di un altro brillante ragionamento del nostro soggetto, dal momento che egli sa bene che, per la riuscita del piano, c’è bisogno di tutto l’appoggio possibile. In un altro di quei famosi intermezzi, il Prof. spiega agli altri che la chiave per aggraziarsi gli ostaggi e l’opinione pubblica è sentire l’altro, ovvero l’empatia. Benché ciò possa sembrarci ricadere più nel campo filosofico che psicologico, vi dirò che ciò è del tutto erroneo, e ve lo dimostrerò con un’altra analogia, che prende in esame, ovviamente, il Prof., e Karl Jaspers, noto psicopatologo del XX’ secolo. Nella cura ai suoi pazienti, Jaspers poneva come fulcro del tutto l’empatia, senza la quale il mondo sarebbe andato incontro a morte certa. Secondo lo psicopatologo, bisogna essere in perfetta armonia col paziente, senza farlo sentire tale, così come il Prof. non vuol far’ sentire tali gli ostaggi, dal momento che si sentirebbero frustrati, nel primo caso, ed in pericolo, nel secondo caso. Uno dei metodi che Jaspers utilizzava per entrare così in contatto coi suoi pazienti, era quello di conoscere i vissuti altrui, e di fare un lavoro su se stesso per viverli, al fine di poter’ meglio comprendere il soggetto analizzato e di poter’ meglio comprendere le cause del problema, qualora ve ne fossero. Il risultato di ciò era un perfetto transfert col paziente al fine di una collaborazione proficua, nella quale lo stesso Jaspers doveva aprirsi per raggiungere tale risultato. Per concludere, non ho potuto fare a meno di notare che, avendo visto la serie in lingua originale (Spagnolo), “chiedo scusa” si traduce in “lo siento”, quasi come se questo fenomeno del sentire l’altro fosse insito nella lingua Castigliana.

Karl Jaspers (1965)

Giuseppe Candela

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