Più sono grandi più in fretta affondano: i casi Titanic, Lusitania e Andrea Doria

Le storie di tre famosi naufragi.

L’iceberg che ha affondato il Titanic, fotografato due giorni dopo l’incidente.

“Sto volando Jack!”, così diceva Kate Winslet a Leonardo DiCaprio nel film “Titanic”. Il lungometraggio narra, attraverso la storia d’amore dei due ragazzi, del più famoso naufragio della storia, quello del transatlantico omonimo, l’RMS Titanic appunto. Non è però l’unico tragico incidente accaduto a navi che dovevano essere inaffondabili; oggi ripercorriamo tre dei più famosi naufragi.

L’RMS TITANIC

L’RMS Titanic naufragò nelle prime ore del 15 aprile 1912. Partito da Southampton, in Inghilterra, il transatlantico britannico stava affrontando il suo viaggio inaugurale verso New York quando, in mezzo all’Oceano Atlantico alle ore 23.40, si scontrò contro un iceberg che lo affondò in 2 ore e 40 minuti. Delle 2.228 persone a bordo se ne salvarono solo 705; fra loro, Millivina Dean che aveva soli due mesi di vita ed era la passeggera più giovane (è poi morta nel 2006).

Già dal giorno prima arrivavano in plancia segnalazioni di iceberg lungo la rotta della nave, ma i marinai sembravano fiduciosi e abbastanza noncuranti del problema, quindi gli avvisi vennero ignorati e successivamente nemmeno più riportati alla plancia. L’iceberg fatale venne avvistato in ritardo a causa della vedetta eseguita ad occhio nudo per via della mancanza di binocoli e l’impatto con l’iceberg provocò l’apertura di alcune falle sotto la linea di galleggiamento, allagando i primi 5 compartimenti stagni, il gavone di prua, tutte e tre le stive postali e il locale della caldaia 6 del transatlantico, che più tardi provocarono l’inabissamento della nave (alle 2:20 del mattino del 15 aprile), facendola spezzare in due. Dalle testimonianze dei superstiti l’impatto non fu quasi avvertito in prima classe, se non per un tintinnio dei lampadari di cristallo e per alcuni oggetti che caddero dai comodini; i passeggeri di seconda classe lo descrissero come “una vibrazione ovattata, strana e breve”, quelli di terza parlarono di “un botto sordo”. I primi ad assistere al cedimento dello scafo furono i fuochisti, i quali però ancora non riuscirono a capire la reale entità del danno, fino a quando l’acqua non invase la sala caldaie. Il comandante Smith, dopo aver accertato che il Titanic stava affondando (secondo i calcoli entro massimo 2 ore), diede l’ordine di abbandonare la nave, dando precedenza a donne e bambini.

Il transatlantico era dotato di molti salvagenti individuali, ma di sole 16 lance di salvataggio, per una capacità totale di 1178 posti, insufficienti per tutti i passeggeri e l’equipaggio.  La prima lancia fu calata in mare alle 00:40 dal lato di dritta con sole 28 persone a bordo; poco dopo ne fu calata una con solo 12 persone, sebbene le loro capacità fossero di 65 passeggeri. Molte delle lance vennero dunque calate in mare mezze vuote. La nave nelle fasi finali aveva la prua completamente sommersa e la poppa fuori dall’acqua, inclinata di circa 30 gradi con la superficie marina, per infine spezzarsi in due.

Nel naufragio persero la vita 1523 persone, compresi i membri dell’equipaggio; solo 705 persone riuscirono a sopravvivere, 6 delle quali furono salvate fra la gente finita in acqua. La maggior parte delle persone morì infatti per ipotermia (l’acqua era circa 0 gradi) e non per annegamento, infatti indossavano quasi tutti il salvagente.

Il relitto si trova oggi a 3 810 metri di profondità e sta venendo progressivamente consumato dall’Halomonas titanicae, un batterio che trasforma il ferro in ossido ferroso.

Il Titanic oggi

L’RMS LUSITANIA

Una tragedia simile avvenuta nelle stesse acque appena tre anni dopo. In quel caso, ad affondare fu il transatlantico britannico RMS Lusitania, colpito da un siluro di un sommergibile tedesco.

Essendo il 1915 periodo di guerra tra Regno Unito e Germania, alle navi passeggeri che transitavano dagli Stati Uniti verso le isole britanniche era stato dato l’avviso che potevano essere passibili di distruzione da parte dei sommergibili tedeschi. Il comandante del Lusitania confidava che i tedeschi avrebbero, in caso di un attacco, affondato la nave dopo aver fatto evacuare tutti i passeggeri, come era già successo altre volte, ma purtroppo per il Lusitania invece, si trattò di un attacco a sorpresa (questo perché i tedeschi affondavano dopo l’evacuazione solo le navi disarmate, mentre il transatlantico era dotato di cannoni sui ponti e trasportava anche alcune armi per il governo inglese).

Il 7 maggio 1915 la nave era dunque in navigazione e si trovava circa a 30 miglia da Cape Clear, in Irlanda. Alle ore 14:10 incrociò il sommergibile U-20 che lanciò un solo siluro. Dopo l’impatto, a distanza di pochi minuti, a bordo ci fu una seconda esplosione non provocata dal siluro stesso, ma probabilmente dalle armi presenti nel basamento, quali granate, polvere da sparo e fucili.  Lo scoppio del siluro si limitò a provocare lo sbandamento laterale sul lato destro e l’allagamento dei carbonili, provocando una nuvola di polvere, fumo e gas di carbone che uscì dalle prese d’aria collocate intorno ai fumaioli.

Dopo 13 minuti la nave si trovava inclinata sul lato destro di 25 gradi, con gli oblò completamente sommersi e imbarcava acqua al ritmo di circa 3 tonnellate al minuto. Il forte sbandamento rendeva impossibile calare in mare le scialuppe sul lato sinistro, infatti una si sfasciò  schiacciando i suoi passeggeri contro la plancia mentre molte altre finirono schiacciate tra loro e si ribaltarono rovesciando in acqua gli occupanti. Sul lato di dritta invece, alcune scialuppe vennero calate con successo, anche se penzolavano a grande distanza dallo scafo;  a quel punto le barche semivuote tornarono indietro a raccogliere decine di naufraghi che, dopo essersi buttati in acqua, nuotarono per raggiungere le lance. La nave colò a picco in soli 18 minuti, e delle 1.949 persone a bordo se ne salvarono 751, soprattutto uomini giovani.

La rapidità con cui affondò il Lusitania, al contrario del Titanic, impedì agli occupanti qualsiasi ragionamento. La reazione di panico e l’istinto di sopravvivenza presero il sopravvento e a salvarsi furono coloro che fisicamente erano più adatti a farlo.

L’ANDREA DORIA

Il transatlantico Andrea Doria viene varato il 16 giugno 1951 e il suo viaggio inaugurale ebbe inizio da Genova nel 1953 alla volta di Napoli, per proseguire verso gli Stati Uniti d’America. La nave si rese famosa per la puntualità e per la grande richiesta di biglietti di passaggio da parte di una sempre crescente clientela. Molti infatti ambivano ad attraversare l’oceano navigando a bordo della nave italiana, che per questo motivo viaggiava sempre a pieno carico; inoltre sull’Andrea Doria viaggiava il jet set dell’epoca, che apprezzava l’Italian Style e soprattutto amava vivere l’atmosfera di bordo.

Il 25 luglio 1956 la nave, agli ordini del comandante Piero Calamai, navigava alla volta di New York; contemporaneamente una nave svedese, la Stockholm, un transatlantico per il trasporto di merci e passeggeri, si dirigeva verso Göteborg.  Alle 23:10 entrambe le navi stavano per incrociare un corridoio molto trafficato, coperto da una fitta coltre di nebbia. Non ci fu alcun contatto radio e, nonostante l’Andrea Doria continuasse a emettere i fischi obbligatori durante la nebbia, la Stockholm non lo fece; una volta giunte a potersi vedere a occhio nudo, fu troppo tardi per praticare contromanovre atte ad evitare l’incidente.  L’Andrea Doria e la Stockholm entrarono in collisione con un angolo di quasi 90 gradi: la prua rinforzata della svedese sfondò la murata dell’italiana e la squarciò per quasi tutta la sua lunghezza, sfondando sotto il ponte di comando per oltre 12 metri e uccidendo numerosi passeggeri che si erano già ritirati a dormire nelle proprie cabine. 46 dei 1706 passeggeri trovarono la morte al momento dell’impatto, insieme a 5 uomini della Stockholm.

Varie cause determinarono la repentina inclinazione della nave italiana: l’accostata a sinistra prima dell’impatto determinò uno sbandamento a dritta di circa 8 gradi, e la falla un ulteriore sbandamento a dritta di almeno 13. In poco tempo la nave superò i 20 gradi di inclinazione e il comandante Calamai si rese conto che non c’erano più speranze, ma non fece emettere il segnale di abbandono nave immediato, per non causare panico e confusione.

Grazie all’efficienza delle operazioni di evacuazione, soltanto 46 dei 1.706 passeggeri a bordo persero la vita e, se si esclude una bambina deceduta in seguito a una caduta mentre saliva sulla scialuppa, tutte le altre vittime si trovavano nelle cabine interessate dall’impatto. Fra gli occupanti del lato coinvolto, si salvò miracolosamente la quattordicenne Linda Morgan, sbalzata sul ponte della Stockholm e trovata lì, quasi illesa. Il comandante italiano Piero Calamai fu l’ultimo a scendere dall’Andrea Doria, dopo essersi assicurato che a bordo non c’era più nessuno da mettere al sicuro. Si dice che prima di morire nella sua Genova, il 7 aprile 1972, mormorasse nell’agonia: «Salvate i passeggeri… Salvate i passeggeri».

Il relitto dell’Andrea Doria

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