Jack Sparrow, Hector Barbossa e Davy Jones sono i primi nomi che ci vengono in mente quando pensiamo ai cosiddetti “Pirati dei Caraibi”, ma quando fantasia cinematografica e realtà si mescolano, quest’ultima riesce quasi ad essere più terrificante della prima: sono infatti dei pirati in carne d’ossa quelli che, recentemente, stanno seminando il terrore in Venezuela, nella vicina isola di Trinidad, riportando in vita una dei miti più affascinanti e temuti di sempre.

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Credit: BBC

Se agli occhi ingenui dei turisti la costa del sud-ovest di Trinidad può sembrare un vero e proprio paradiso tropicale – con acque cristalline, spiagge dorate e un magico clima di relax – basta osservare con un po’ più di attenzione per rendersi conto che la situazione non è poi così idilliaca: moltissimi pescatori hanno recentemente attrezzato le proprie barche con motori da 200 cavalli (nonostante 75 fossero più che sufficienti) e, quando si lanciano in mare aperto per la pesca notturna, quasi più nessuno si azzarda ad accendere una luce.
La causa di questo drastico cambiamento di abitudini è imputabile proprio ai pirati venezuelani, con le loro attività di contrabbando di armi e droga hanno “portato a riva” un’ondata di illegalità.

Da pescatori a pirati

“Tutti noi adesso abbiamo paura di loro” ha raccontato il pescatore Gerry Padarath ai microfoni della BBC. “Ci sono stati circa una cinquantina di pescatori nel villaggio che hanno avuto scontri con loro, sono stati derubati o addirittura rapiti. La nostra unica possibilità è pescare al buio, in modo che non ci vedano, oppure comprare motori più grandi, così da poter navigare più velocemente di loro”.

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Credit: BBC

Paradossalmente, la maggior parte dei temibili pirati sono proprio ex pescatori, abituati a guadagnarsi da vivere pescando tonni, polpi e gamberetti nelle placide acque caraibiche. A seguito dei gravi problemi economici del paese – tra cui l’iperinflazione – e del programma di nazionalizzazione promosso dall’ex presidente, Hugo Chavez, l’industria della pesca ha avuto un tracollo, spingendo centinaia di pescatori a cercare altre soluzioni per il proprio sostentamento.
Una di queste è stata permessa da fatto che ognuno di loro aveva ancora accesso sia alle barche che alle armi da fuoco: due fattori di certo determinanti per la nascita della pirateria venezuelana.

La parola alle vittime

Una delle vittime, il pescatore Candy Edwards, ha trovato il coraggio di raccontare la sua storia: era fuori a pescare con due amici quando una barca carica di uomini armati ha sparato contro di loro. “Sono saliti a bordo e ci hanno legato” ha raccontato alla televisione britannica. “Poi ci hanno portato in Venezuela, rinchiudendoci in gabbia in alcuni boschi, per poi chiedere un riscatto di 35.000 dollari in cambio della nostra liberazione.

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Candy Edwards, credit: BBC

Fortunatamente la nostra comunità di Icacos ha fatto una colletta e dopo sette giorni siamo stati liberati” ha chiosato Candy, ammettendo però di non essere tornato in mare per un anno dopo quel traumatico episodio.

La storia della pirateria, tra mito e incubo

Sebbene da qualche anno si sia trasformata in una fascinosa arte (soprattutto sul grande schermo), quella della pirateria è una pratica sanguinaria e senza scrupoli, spesso ben lontana da quel “codice d’onore” a cui si affida. Nonostante ciò, però, la sua storia è ricca di figure intramontabili che, volenti o nolenti, non fanno altro che ingigantirne il mito glorioso. Tra queste, la più famosa è sicuramente quella di Edward Teach – per gli amici (ma anche per i nemici), solo “Barbanera” – che ancora oggi resta il rappresentante della pirateria per antonomasia: secondo le leggende sul suo conto, egli si gettava in battaglia con delle micce accese in modo da essere avvolto da una coltre di fumo che lo rendesse ancora più terrificante, beveva assiduamente rum misto a polvere da sparo e – ovviamente – portava una lunga barba corvina che gli conferiva un aspetto ancora più spaventoso. Insieme a lui e ai “colleghi” più noti – Calico Jack, Barbarossa, Black Bart, William Kidd e tanti altri – non sono però mancate nemmeno delle rappresentanti del “gentil sesso”. Tra queste si annoverano Anne Bonny – figlia illegittima di un avvocato irlandese divenuta insieme a Mary Read una tra le più spietate e coraggiose piratesse del 700 – e Ching Shih (nota anche come Madame Cheng), che alla morte del marito lo sostituì come comandante, riuscendo (con ben 80.000 uomini e 1.500 navi al suo servizio) ad ottenere un successo pari a quello di tutti gli altri pirati uomini.

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Credit: Keep Contemporary

Pirateria: indole appresa o sensation seeking?

Desiderio di avventura, ricerca del brivido e noncuranza del pericolo. Queste erano le caratteristiche necessarie a chiunque volesse diventare un vero corsaro. Ma possono queste essere apprese con la pratica sul campo o, piuttosto, “pirati si nasce”?
Secondo la psicologia, questa costante ricerca di emozioni nuove ed intense – che nel 1975 Csikszentmihalyi ribattezzò come “esperienze flow” – appartiene infatti alla cosiddetta sensation seeking: una tendenza caratteristica di alcuni individui, che li porta costantemente ad esibire comportamenti rischiosi, spesso al limite del consentito, il tutto per mantenere una sorta di assuefazione cronica da adrenalina che non appaga mai la persona ma, al contrario, la mantiene perennemente insoddisfatta.

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Barbanera, credit: Wikipedia

Le peculiarità tipiche del sensation seeker (letteralmente, “ricercatore di sensazioni”) sono infatti una profonda intolleranza alla noia e alla prevedibilità della quotidianità, percepita come mortifera; contemporaneamente, la spasmodica “caccia” all’avventura, al pericolo, nonché ad esperienze sensoriali, mentali o sociali anticonformiste e disinibite: tra queste, si contano per esempio feste selvagge, abuso di alcol o sostanze stupefacenti, promiscuità sessuale, autolesionismo, guida spericolata, eccesso di tatuaggi o piercing. Una ricerca, insomma, di qualunque cosa sia capace di farci sentire vivi e invincibili, anche (purtroppo) a discapito di chi ci sta intorno: come nel caso delle povere vittime della pirateria diversi secoli fa, oppure dei pescatori venezuelani oggi.

Francesca Amato

 

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