Revenge porn, insulti sessisti e condivisioni senza consenso: la donna perde l’identità, il suo corpo è merce per gli uomini.

Nel mese di agosto, l’attenzione pubblica si è rivolta su due casi di violenza digitale: il sito phica.eu e il gruppo Facebook “Mia Moglie”
I casi di cronaca
Phica.eu è un sito che rendeva pubbliche immagini intime di donne. Si tratta di foto fatte dai partner e condivise a insaputa della donna, inviate dalle donne al compagno e diffuse senza consenso, o, ancora, immagini generate o modificate dall’AI di personaggi pubblici e politici. La denuncia è partita da Valeria Campagna, la vicesegretaria del PD Lazio, vittima essa stessa di questa piattaforma. La sua segnalazione ha portato molte altre donne a controllare, scoprire e denunciare lo stesso agito. In seguito a questa mobilitazione politica e giuridica, il sito è stato chiuso dai gestori il 28 agosto 2025.
Un caso simile a questo, di poco precedente, è il gruppo Facebook chiamato “Mia Moglie”. Contava più di 32.000 iscritti, veniva utilizzato per condividere foto intime di donne dai loro compagni, mariti, ex fidanzati. Queste immagini venivano spesso accompagnate da commenti sessisti, insulti, dettagli intimi della vita sessuale della diretta interessata. Carolina Capria ha denunciato questo gruppo il 19 agosto 2025 ed è stato rimosso il giorno seguente da Meta.
Chi è il responsabile?
Il nostro sistema politico si rivela drasticamente fragile di fronte a questi episodi. Da un lato l’uso di tecnologie avanzate da parte degli utenti, cresciuti nell’era del digitale, impone la necessità di un sistema legislativo aggiornato per il trattamento di tali fenomeni. Le norme sul revenge porn, ora tutelate dall’articolo 612-ter del codice penale, non sono sufficienti a coprire casi come questi, per i quali i provvedimenti sono arrivati solo in seguito ad una rumorosa mobilitazione pubblica e sociale. Dall’altro le modalità di aggressione digitale progrediscono di giorno in giorno, rendendo quasi impossibile la caccia all’individuo dietro a profili falsi e account immediatamente eliminati. C’è chi attribuisce la responsabilità alle piattaforme stesse, che favoriscono questo esercizio di violenza e la condivisione facile, immediata e senza filtri. Le norme di utilizzo dei social sono ben dichiarate e accettate da tutti gli utenti, ma si è dovuta scatenare una forte pressione mediatica prima di un infettivo intervento da parte di Meta, quando le foto circolavano liberamente in rete già da mesi. Probabilmente un intervento più decisivo, una maggior quantità di contenuti rimossi, potrebbero essere interpretati come una forma di censura. Meta ha sempre sostenuto la libertà di espressione e di opinione, che però non dovrebbe limitare la tutela dei diritti fondamentali e gli strumenti di prevenzione e di giustizia che da essi dipendono.
Lo stigma della donna
Questi casi così diffusi e socialmente sostenuti nel silenzio pubblico, rendono evidente che lo stato culturale misogino, violento e discriminatorio nei confronti della donna, non è stato combattuto con le prime norme sulla tutela e sul lavoro. Si tratta infatti di una mentalità radicata, che porta un uomo a sentirsi legittimato nell’affermare il proprio potere sulla donna, nel sottrarle la voce, nell’umiliarla pubblicamente. Questa nuova violenza digitale è lo specchio di uno sigma pre-esistente, già visibile dai molteplici episodi di violenza di genere discussi negli ultimi anni. Anche questa infatti, è una forma di possesso. E chi sono gli artefici?
Si tratta di uomini, ragazzi, mariti, compagni, ex fidanzati, più di 32.000 persone comuni, che, iscrivendosi ad un gruppo e condividendo, hanno mercificato il corpo delle loro mogli, fidanzate, compagne o amanti, hanno ritenuto giusto possedere delle loro foto intime e mostrarle al web, si sono sentiti in diritto di strappare loro la dignità, la parola e la scelta e di insultarle e giudicarle come animali, strumentali ai loro bisogni e desideri sessuali. Mentre ancora si dibatte se esista o meno la violenza di genere, migliaia e migliaia di persone su siti e gruppi come questi sfogliano immagini di donne nude come in un catalogo, condite di dettagli privati e descrizioni che le rendono riconoscibili, sottraendo loro la dignità e l’identità di persona, riducendole ad un corpo di cui tutti si sentono padroni.
Un nuovo impatto sulla società
Per qualche settimana, forse meno, si sentirà parlare sui telegiornali dello scandalo, si farà polemica pubblica sulla necessità di un’educazione digitale; poi la questione si sgonfierà e presto nasceranno nuovi siti e gruppi analoghi, con un nome poco distante da questo. Ma chi si occuperà delle donne che si sono ritrovate senza vestiti su un sito con decine di migliaia di visualizzazioni? Che si sono sentite chiamare “troia”, “puttana” o peggio nei commenti degli sconosciuti. Che si sono sentite violate, annientate nella vergogna, nel desiderio di sparire, proprio per mano della persona che hanno a fianco e con cui avrebbero desiderato condividere la vita, la casa o dei figli.
E le altre donne? A loro cosa accade? Alle mogli, che, nel senso di colpa, pensano all’accaduto, si rincuorano che a loro non potrebbe capitare, ma il dubbio esiste e non se lo perdonano. Le ragazze, che assistono a questo orrore, che tremano al pensiero che avrebbero potuto essere fra quelle foto, che imparano ad avere paura e a non fidarsi degli uomini. Come faranno ad affrontare un rapporto, un amore, l’intimità con un’altra persona? E le madri? Come spiegare ad una figlia che questo è il mondo che troverà fuori se non sarà prudente, se non sarà abbastanza diffidente? Come spiegare che l’applicazione che usa per parlare con i suoi amici potrebbe rovinarle la vita per sempre, potrebbe ridurla ad una foto, che non scompare con una denuncia? E poi, come insegnare ad un figlio ad essere un uomo più grande di loro, a non sentirsi forte nel possesso, nello svilimento dell’altro, nella violenza? È forte la paura di non riuscirci e di mettere al mondo un altro di questi “mostri”.
Forse bisognerebbe parlarne ancora, forse non è uno dei tanti casi che dopo un paio di settimane puó essere dimenticato. Si tratta di una società da curare, un concetto di amore da sanare, da insegnare da capo, questa volta nel modo giusto. Bisogna impedire a bambini e bambine di crescere con questa idea di relazione. Bisogna che ogni donna si senta libera di esporsi, di amare e di essere amata, di essere conosciuta nella sua dignità, come una persona alla pari chiunque altra. Bisogna che ogni uomo possa essere trattato come tale, non come un potenziale pericolo. Bisogna creare le condizioni per far crescere persone libere, non future vittime e futuri carnefici.