PETA e sperimentazione degli antidepressivi: perché i test sugli animali sono (purtroppo) necessari

La PETA ha lanciato una campagna contro la sperimentazione degli antidepressivi sui topi. Come mai servono ancora questi test?

Per l’introduzione sul mercato di un nuovo farmaco servono anni di sperimentazioni sia in vitro che in vivo su animali e persone. L’associazione PETA protesta contro il crudele forced swim test sui topi per studiare l’effetto dei farmaci antidepressivi.

Campagna test ratti
PETA sostiene che NIH (National Institutes of Health) sprechi annualmente 15 miliardi di dollari per la sperimentazione dei farmaci sugli animali, facendo leva sul fatto che le tasse degli americani siano usate per test crudeli e fallimentari.

La PETA contro le sperimentazioni sugli animali

PETA, che sta per People for the Ethical Treatment of Animals, è un’organizzazione no-profit a sostegno dei diritti degli animali. Poco tempo fa ha parlato dei crudeli test che da anni si fanno sui topi per sperimentare l’efficacia degli antidepressivi: li si abbandonano in vasche d’acqua in cui nuotano fino allo stremo delle forze e solo all’ultimo vengono tirati fuori. Nei topi in cui è stata provocata la depressione si nota una precoce rinuncia, mentre i topi sani e quelli trattati con antidepressivi continuano a combattere con tutte le loro forze. I punti fondamentali della protesta sono due: la crudeltà della pratica e l’inattendibilità dei risultati. Infatti, non è detto che il modello animale della depressione (così come per altri disturbi come l’ansia o la schizofrenia) rispecchi quello umano date le evidenti differenze biologiche. Tuttavia, se ad oggi questo test non è ancora stato soppiantato è perché risulta ancora necessario per capire se il farmaco è sicuro ed efficace e si può passare alla fase successiva della sperimentazione, ovvero quella sull’uomo.

Forced swim test
Il forced swim test per il modello della depressione e lo studio degli antidepressivi.

I farmaci antidepressivi: cosa sono e come agiscono

Gli antidepressivi sono farmaci psicostimolanti che agiscono sulla depressione con diversi meccanismi, a seconda della classe di appartenenza. I primi scoperti ed utilizzati sono i timeretici o anti-MAO: agiscono inibendo gli enzimi monoammino ossidasi (che esistono in due isoforme, A e B), proteine che catalizzano la reazione di degradazione dei neurotrasmettitori adrenalina, noradrenalina, serotonina e dopamina. La carenza di queste sostanze infatti può essere una concausa nello sviluppo del disturbo. Poi ci sono i timolettici o antidepressivi triciclici (TCA) che invece bloccano le proteine trasportatrici che recuperano dalle sinapsi le sostanze citate, così da prolungarne l’azione. I trasportatori bersaglio dei TCA sono NET (per la ricaptazione di adrenalina e noradrenalina), SerT (per la serotonina) e DAT (per la dopamina). Migliori sono gli antidepressivi di seconda generazione, tra cui il famoso Prozac (o fluoxetina) che agisce selettivamente sui SerT causando meno effetti collaterali, oppure i NASSA (antidepressivi specifici noradrenergici e serotoninergici) che invece agiscono sui recettori invece che sui trasportatori aumentando la trasmissione. In Germania è molto diffuso l’uso di iperico o erba di San Giovanni negli adolescenti prima di approcciare la terapia farmacologica.

Farmaci antidepressivi
1) Imipramina (TCA) 2) Tranilcipromina (anti-MAO) 3) Fluoxetina o Prozac 4) Mianserina (NASSA)

Il lento sviluppo di nuovi farmaci

Affinché un nuovo farmaco possa entrare in commercio sono necessari anche 20 anni di ricerche e studi per valutarne tutti i possibili effetti, tra cui quelli benefici, collaterali e tossici. Il processo più lungo è quello di scoperta e sviluppo di un farmaco per uno specifico bersaglio: vediamo in breve alcune fasi.

  1.  Vengono testati migliaia di composti, chiamati hit, che si presumono interagire con il target biologico considerato per la patologia (un enzima, un recettore, un trasportatore ecc). In questa fase i saggi avvengono esclusivamente su colture cellulari, cioè in vitro.
  2. Avviene una prima scrematura e si scartano le molecole che non interagiscono o hanno uno scarso profilo farmacologico. Rimangono circa un centinaio di lead, che vengono sottoposti a modifiche chimiche per incrementarne l’efficacia ed a nuovi test in vivo sugli animali. Qui si inizia a vedere se effettivamente sono efficaci per la malattia ed eventuali effetti secondari (sia benefici che collaterali) dato che vanno ad interagire con l’intero organismo.
  3. Un’altra scrematura porta ad una manciata di candidate, ulteriormente modificati e testati per ottimizzarli.
  4. Si passa alla fase clinica, in cui 1-3 candidati farmaci vengono somministrati all’uomo: dapprima a volontari sani, poi ai pazienti e infine ai soggetti a rischio prima esclusi (donne in gravidanza, anziani e pazienti con più patologie). Qui si valutano precisamente gli effetti benefici primari e secondari, tossici acuti e cronici, collaterali molto e poco frequenti.
  5. Se il farmaco è sicuro, finalmente dopo anni di studi viene commercializzato. Tuttavia continua la fase di monitorazione degli effetti secondari su larga scala per individuare interazioni farmaco-farmaco e farmaco-alimento oppure effetti collaterali molto rari che in fase clinica non sono stati osservati a causa del ristretto numero di pazienti (qualche centinaio). Può anche capitare che venga ritirato dal commercio per la scoperta di effetti tossici che non erano stati identificati prima, come è successo con la talidomide (ipno-sedativo) nel 1961 per la sua teratogenicità, cioè la capacità di provocare malformazioni nel feto.

Sviluppo farmaco

La sperimentazione animale per ora è ancora necessaria

Purtroppo è necessario continuare con i test sugli animali prima di passare a quelli sull’uomo per avere un quadro generale (e nemmeno troppo preciso) del profilo farmacologico di una molecola. Ad oggi non esistono tecniche per sostituire la sperimentazione animale, che è anche piuttosto costosa e controproducente per i ricercatori, oltre a non essere sempre comparabile con l’organismo umano. I soli test in vitro non sono sufficienti proprio perché si vanno ad analizzare le risposte delle singole cellule che possiedono il bersaglio biologico, mentre in vivo il composto è libero di circolare in tutto l’organismo ed interagire con qualsiasi struttura, causando spesso effetti collaterali. Inoltre, è vero che molti farmaci vengono scartati durante le fasi di studio (soprattutto prima dei test sull’uomo) quindi i fondi per lo sviluppo del farmaco vengono persi: si tratta di circa 3 miliardi di dollari. Questo però avviene perché la molecola non è molto efficace o è estremamente tossica e lo si capisce proprio grazie alla sperimentazione animale: pensate cosa accadrebbe se dai saggi in vitro si passasse direttamente a quelli sull’uomo.

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