La filosofia di H.P. Lovecraft, tra nichilismo, cosmicismo e indifferenza cosmica

Un universo di orrore e follia è stato immaginato dal celebre scrittore H.P. Lovecraft. A differenza di molti suoi predecessori e della narrativa horror a cui siamo abituati oggi, l’orrore tratteggiato da Lovecraft nasce da una precisa filosofia. Quel che fa paura in Lovecraft non è mai la creatura in sé, quasi sempre invisibile o indescrivibile, ma l’idea di Universo che dalla sua presenza scaturisce.

cosmicismo lovecraft
La fortuna di Lovecraft è stata quella di intuire quanto l’ignoto fosse più temuto di ogni mostruosità

Un Universo di follia

H.P. Lovecraft è unanimamente riconosciuto come uno degli scrittori horror più geniali e visionari mai esistiti. A differenza di autori quali E.A. Poe o Stephen king, anch’essi padri indiscussi del genere horror, Lovecraft sceglie di far paura senza descrivere nulla. Soprattutto, egli decide di eliminare ogni contenuto morale, ogni fine ultimo, ogni significato metaforico, dalla paura. Il mondo di Lovecraft fa paura perché è insensato, folle, sorretto dalla legge del caos. A dirla tutta, l’Universo lovecraftiano fa capo ad una vera e propria divinità, ma ben lontana dalla nostra concezione di Dio. Si tratta di Azatoth, il dio cieco e idiota, che gorgoglia e bestemmia al centro dell’Universo. Un tempo la sua intelligenza eguagliava la sua immensità, ma a seguito di una guerra dimensionale avrebbe perso la propria mente, immergendosi in questo eterno stato di parziale incoscienza. Egli dorme in una regione del Cosmo chiamata Corte di Azatoth, in cui altri Dei minori ballano ininterrottamente intorno a lui suonando un flauto infernale, nella speranza di non farlo svegliare. Non è infatti chiaro se il mondo sia un sogno di Azatoth o una creazione vera e propria, ma pare che il suo risveglio porterebbe in un caso o nell’altro alla distruzione dell’Universo.

La forza delle suggestioni di Lovecraft è tutta qua. L’uomo vive sull’abisso ed è costantemente sottoposto a delle forze cosmiche caotiche e incomprensibili, che possono spazzarlo via da un momento all’altro, senza che lui nemmeno se ne accorga. Non vi è il timore della morte, in Lovecraft, ma il terrore per degli esseri indescrivibili e incomprensibili, per i tormenti eterni che superano il dolore della carne, per le circostanze irrazionali davanti alle quali si può sbattere da un momento all’altro.

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Una scena tratta dal film The Void, di ispirazione lovecraftiana. Il tema della disgregazione del corpo è ricorrente nei racconti di Lovecraft

L’indifferenza cosmica, ossia l’esito ultimo del nihilismo

L’Universo di Lovecraft non è però un semplice immaginario narrativo, ma corrisponde ad una precisa visione filosofica del mondo. Possiamo infatti definire il cosmicismo, ossia la filsofia di Lovecraft, come l’esito di un percorso filosofico ben preciso. Il primo a spianare la strada a questa concezione dell’Universo è stato forse Leopardi. Egli, ragionando sulla natura del dolore e del tedio esistenziale, fu il primo ad elevare tale sentimento al rango di ‘cosmico’. Il così detto ‘pessimismo cosmico‘ è infatti la dottrina filosofica per cui la Natura, agendo in maniera incosciente e casuale nel mondo, provocherebbe il dolore di tutti gli esseri viventi. Emblematico a tal proposito lo scritto leopardiano chiamato Il giardino della sofferenza, in cui è evidenziato come ogni creatura, anche nel più idilliaco dei giardini, sia sottoposto ad ogni sorta di scomodità e dolore.

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Cthulhu, celebre divinità lovecraftiana, ritratta in una fanart

Simile discorso è stato avanzato in parallelo dal filosofo Schopenhauer, che dà una precisa essenza filosofica alla Natura matrigna di Leopardi. L’origine del dolore umano e di tutti gli esseri sarebbe la Volontà, ossia l’impulso del desiderio che porta la vita a perpetuare se stessa. La Volontà è un istinto perpetuo ed infinito, a differenza di ogni essere vivente, per sua natura mortale. Questo fa sì che il desiderio, dal più basilare al più complesso, sia eternamente inappagabile, portando ad un dolore continuo. La vita non avrebbe quindi significato alcuno se non quello di permettere alla Volontà di continuare ad esistere. Tutto è privo di senso, non c’è fine alcuno nell’esistenza e il cosmo non è altro che un meccanismo basato su leggi fisse, in cui la morale e la ricerca di felicità umana non hanno spazio. Parliamo quindi di nihilismo, l’idea filosofica secondo cui l’Universo ed il suo funzionamento non avrebbero senso alcuno e l’umanità dovrebbe quindi arrendersi ad una vita insensata e fatta di noia e dolore.

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Il cosmicismo di Lovecraft fa un passo ulteriore. Non è tanto l’assenza di significato del cosmo a doverci spaventare, quanto l’infinitesima natura umana confrontata all’immensità di questo niente. L’Universo è così grande e complesso, che l’uomo può sperare di percepirne e comprenderne sì e no solo quello che lo tocca direttamente. Già nell’effimera capacità di descrivere le leggi fisiche del mondo materiale, l’uomo si sente superiore ad ogni essere e proiettato alla conoscenza di tutto ciò che è. Invece, questa arroganza, è immediatamente stroncata dall’immenso buio che la scienza si trova davanti ad ogni passo che fa. Nelle infinite distese dello spaziotempo, ogni certezza umana diventa un ridicolo effetto paraedolico, l’illusione di poter spiegare razionalmente un mondo fondato sul caso. Il cosmo è sconquassato dalle leggi del caos, da forze sovrumane, da creature sovradimensionali tanto grandi da non essere nemmeno avvertite e in tutto questo, l’uomo può solo sperare di non finire inavvertitamente condannato a supplizi eterni dall’azione distratta di una qualche divinità cieca e stupida. Le creature e le forze che plasmano l’Universo sarebbero infatti del tutto indifferenti all’esistenza umana e se esistiamo ancora è per pura fortuna: questo è ciò che è detto indifferenza cosmica. Questo, questa eventualità, questa possibile natura del mondo, è ciò che fa veramente paura in Lovecraft.

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