Perchè ridiamo?

Nel 1785, Giuseppe Parini, porta a termine l’ode intitolata “La caduta”; in quest’ode, che poi entrerà a far parte dell’edizione delle Odi pariniane del 1791, descrive un evento da lui in prima persona vissuto: il riso di un ragazzino dopo la caduta, avvenuta per le strade di Milano, dello stesso Parini.

“furia de’ carri la città gir vede;

e per avverso sasso

mal fra gli altri sorgente,

o per lubrico passo

lungo il cammino stramazzar sovente.

Ride il fanciullo;”

Perché il ragazzino si è messo a ridere dopo la caduta? Forse perché lo trovava buffo?

Bergson: le risate usate come mezzo per “scoraggiare” chi si allontana dai modelli condivisi della società.

Henri Bergson, filosofo spiritualista francese, tenta, nel saggio Il riso, di dare una risposta a questa domanda. Bergson parla del riso come un mezzo che usa la società per penalizzare i comportamenti delle persone che si allontanano dai modelli condivisi, una sorta di rimprovero sociale. In questo caso, ovvero del ragazzino che ride di fronte all’uomo che cade, egli afferma che lo fa perchè l’uomo non dimostra elasticità nè sul piano fisico, per esempio quando siamo talmente disattenti da non vedere l’ostacolo di fronte a noi, nè sul piano morale, per esempio quando non capiamo i doppi sensi o i trabocchetti linguistici.

Freud e le risate come sfogo dei contenuti inconsci repressi

 Anche Freud, lo psicanalista per eccellenza, tenta di dare una risposta a questa domanda e, ne “Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio”, connette il piacere del riso al rapporto conflittuale fra inconscio Super-io. Egli dice che, in questo rapporto conflittuale, esistono dei contenuti inconsci che vengono repressi in quanto sono “pericolosi” per le regole sociali, come desideri inconfessabili o riferimenti sessuali, e che eludono la “censura” del Super-io; in questo caso avviene un risparmio di energia frenante, che di solito regola i nostri rapporti sociali, e ci porta a ridere per godere di questo “risparmio”.

Il riso come “smascheramento” delle ipocrisie che dominano i rapporti umani

Infine Pirandello dà una propria risposta alla domanda. Come scrive ne “L’umorismo”, egli affronta la distinzione fra comicoumorismo e lo fa tramite un esempio: egli immagina una signora anziana vestita e truccata in modo giovanile, e immagina di mettersi a ridere di fronte a questa visione che rappresenta il contrario di come dovrebbe essere una signora di quell’età; poi si sofferma su quella scena e inizia a pensare che forse la signora ne soffre e che lo faccia solo per trattenere a sè il suo marito, e allora la smette di ridere.

Conclude dicendo che è proprio questa la differenza fra il comico e l’umorismo: uno vorrebbe ridere, ma il riso è trattenuto da qualcosa che spira dalla rappresentazione stessa.

Alla luce di queste tre visioni, rimane il fatto che non è importante il perchè si rida, ma l’importante è che si rida.

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