Perché leggere I promessi sposi nel 2020? Come l’opera di Manzoni può ancora parlare di noi

Alla scoperta della contemporaneità nel romanzo più famoso dell’Ottocento italiano!

La città e il lago di Como, Jean-Baptiste Camille Corot, 1834

Per la maggior parte dei lettori I promessi sposi è un’opera superata e troppo spesso legata a ricordi di noiose lezioni di letteratura o a reminiscenze di terrificanti interrogazioni. La voluminosità del libro non è certo un invito a sfogliarlo e così uno dei romanzi più discussi del nostro patrimonio culturale in realtà viene letto da pochi.

La giustizia

Di sicuro sono molto interessanti i passi sulla giustizia, che si trovano sin dal primo capitolo. Dopo la comparsa dei ‘bravi’, infatti, il narratore riporta citazioni dalle gride (provvedimenti legislativi emanati dal governo spagnolo) per contenere l’arruolamento di tali delinquenti da parte dei potenti. L’ironia di Manzoni mostra come l’abbondanza di provvedimenti celi la debolezza del sistema giudiziario, incapace di far rispettare la legge e di punire chi la trasgredisce. Un po’ come ai nostri giorni insomma, quando, a causa della gran quantità, capita che alcune norme si contraddicano o si annullino. Come le gride spagnole erano scritte in un linguaggio complicato e contenevano termini in latino, anche le nostre leggi hanno tecnicismi e spesso sono diffuse dai mass media con un titolo in inglese, cosa che non agevola la loro comprensione.

L’incontro fra gli umili e il diritto è presente nel romanzo al terzo capitolo. Renzo, infatti, su consiglio di Agnese, si reca dall’avvocato Azzeccagarbugli, per poter risolvere la questione di questo matrimonio che ‘non s’ha da fare’. Il dottore, che ascolta appena il discorso di Renzo, crede erroneamente che sia stato il giovane a fare la prepotenza a Lucia, non che ne sia la vittima assieme alla promessa sposa. Tentando di leggere le gride, l’operaio ha la certezza che una soluzione si possa trovare, ma non sa che l’avvocato è dalla parte dei malfattori. Svelato il malinteso, Azzeccagarbugli caccia Renzo dallo studio e per i promessi la situazione si mette davvero male.

Al giorno d’oggi, invece, le istituzioni e la società spingono il privato cittadino a denunciare i torti e le violenze subite, a non passare sotto silenzio le ingiustizie perpetrate ai danni dei più deboli. Questo non significa che non esistano più abusi o che si ponga velocemente rimedio ad ogni crimine reso noto, ma c’è maggior attenzione nei riguardi dei soggetti più indifesi, spesso protetti da associazioni no profit e dalle autorità.

Renzo e il dottor Azzeccagarbugli

La pandemia

Non parlano forse di noi i capitoli sulla peste? L’epidemia a cui fa riferimento Manzoni è quella scoppiata nell’autunno del 1629 e protrattasi fino all’estate del 1630, probabilmente portata in Italia dai Lanzichenecchi, mercenari tedeschi che parteciparono alla guerra di successione per il Ducato di Mantova.

Il romanzo descrive minutamente, dal capitolo XXXI al capitolo XXXIII, la diffusione del male, che all’inizio non si vuole classificare come peste. Il Tribunale della Sanità Pubblica avverte le autorità del pericolo di una pandemia, ma gli interessi in gioco sono altri, come la guerra di Mantova, a cui partecipano anche il Ducato di Savoia, la Francia e la Spagna. Il popolo e alcuni medici negano l’esistenza della peste e vengono insultati pubblicamente coloro che mettono in guardia la comunità. Divenuto impossibile negare l’evidenza, la responsabilità del contagio viene attribuita agli untori, accusati di cospargere muri e porte con pozioni che diffondono il contagio. Manie, insomma, da 1600, conseguenze di disinformazione, ignoranza e superstizione! I malati di peste sono curati nel lazzaretto, da cui molti escono per finire nella fossa comune. Chi sopravvive, invece, deve superare un periodo di quarantena con altri convalescenti.

Inutile dire che il Covid-19 ha dimostrato che non siamo così diversi dagli uomini del 1600! Come nel romanzo, personalità autorevoli, capi di Stato e imprenditori hanno ignorato la presenza del virus per interessi politici ed economici. Forse anche a causa di rimedi tardivi, molte persone hanno contratto la malattia senza superarla, mentre i più ‘fortunati’ se la sono cavata con un periodo di quarantena obbligatoria a casa propria. Anche nel 2020 abbiamo visto negazionisti e complottisti o persone che accusavano il popolo cinese di diffondere il coronavirus. Si può dire, insomma, che, nonostante la rivoluzione scientifica e i progressi della medicina, la disinformazione, l’ignoranza e un po’ di superstizione del 1600 ancora fanno parte della nostra società.

La peste a Milano

Identità nazionale

Bello essere italiani e parlare italiano, ma pochi sanno che la lingua con cui conversiamo quotidianamente deve molto a I promessi sposi. L’idea dell’autore era quella di creare un romanzo che tutta la penisola potesse leggere. Come fare, visto che ogni regione aveva un proprio dialetto? La genesi dell’opera avvenne fra il 1821 e il 1823, con il titolo di Fermo e Lucia, tuttavia questa prima versione venne pubblicata solo nel 1915 dal critico Giuseppe Lesca e nota come Gli sposi promessi. Manzoni, infatti, sottopose il suo romanzo a una rigorosa revisione linguistica, eliminando voci tendenti al lombardo e al francese e studiando il toscano, la lingua della grande letteratura italiana, sul dizionario italiano-milanese del Cherubini. La seconda edizione venne diffusa nel 1827, con un grande successo in tutta Italia. L’opera aveva raggiunto il suo obiettivo: unire dal punto di vista linguistico e letterario una comunità caratterizzata dalla stessa cultura e dalle stesse tradizioni, ma divisa da dialetti molto diversi fra loro.

Manzoni, dopo la Ventisettana (così viene chiamata la seconda edizione), decise di mettere alla prova il suo toscano, stabilendosi a Firenze per qualche mese del 1827 per ‘risciacquare i panni in Arno’. Lì Manzoni capì che il toscano parlato nel 1800 era un po’ diverso da quello letterario o del Cherubini. Così sottopose la lingua del suo romanzo a una nuova revisione, con la collaborazione degli intellettuali toscani Cioni e Niccolini e assumendo una governante fiorentina, Emilia Luti.

Il toscano di Manzoni è alla base dell’italiano usato dal 1861 nel neonato Regno d’Italia e che, attraverso i documenti ufficiali, la stampa, l’istruzione pubblica, la leva militare e la radio si è poi diffuso in tutta la penisola. Proprio perché ha plasmato la nostra lingua e il nostro modo di essere italiani, I promessi sposi è stata un’opera fondamentale nel nostro sistema scolastico. Non solo letteratura, ma anche simbolo dell‘identità nazionale, sia per l’idioma che per il periodo in cui è stata composta, poco prima dell’Unità. Visti i lati più stimolanti del romanzo, perché non leggerlo tutto o magari solo alcuni capitoli? Senza la pressione scolastica e seguendo i percorsi tematici più interessanti, il lettore metterà alla prova la propria ‘italianità’ e scoprirà tutto l’acume e l’ironia del Manzoni romanziere.

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