Il Superuovo

Perché l’arbitro ha sempre ragione? La risposta di Hobbes

Perché l’arbitro ha sempre ragione? La risposta di Hobbes

Mercoledì sera si è tenuta la finale di Supercoppa Italiana, che ha visto Milan e Juventus contendersi il titolo, vinto infine dalla squadra torinese. Alle innumerevoli controversie riguardo il paese ospitante la competizione, reo di non rispecchiare i valori che si vorrebbero attribuire alla mentalità europea (che prima dei valori pone il profitto, e quindi resta perfettamente in linea con la stessa) si è aggiunto il dibattito feroce sulla direzione dell’arbitro di gara. Non che sia una novità. La terna arbitrale è da sempre accusata, a suon di colpi sulla tastiera, di favorire una fazione piuttosto che l’altra, e ormai chi ama il calcio e non il tifo si è stoicamente disinteressato a certe diatribe inconcludenti. Molto più interessante è, invece, tracciare una stravagante filosofia dell’arbitro e dell’arbitrio, indagare su ciò che può e non può fare in quanto tale. E, soprattutto, farlo a partire da chi, sull’obbedienza all’autorità, ha eretto lo Stato assoluto, la macchina delle macchine: Thomas Hobbes.

L’arbitro Banti durante la finale di Supercoppa Italiana giocata in Arabia Saudita (CalcioMercato.com)

La funzione dell’arbitro secondo Hobbes

Lo Stato di Hobbes, il Leviatano, il “Dio mortale” fonda la propria esistenza e il proprio corretto funzionamento sul principio dell’obbedienza. Nel bel mezzo di una contesa insanabile, trasferendo, contemporaneamente al contendente, il giudizio di cosa sia giusto o ingiusto ad un terzo, si trasferisce perciò stesso la propria ragione ed il diritto ad usarla per farsi giustizia. Se nella società post-contrattuale questo terzo è il sovrano, fuori dallo stato civile le leggi di natura prescrivono il ricorso all’arbitro per sanare le controversie. La figura dell’arbitro è identica a quella del sovrano, se non per il fatto che ha per sua natura una forza coercitiva minore; in esso le parti contendenti dovrebbero riporre la loro fiducia e, conseguentemente, accettare la sua sentenza. Se infatti la contesa fosse giudicata da chi vi è coinvolto il risultato sarebbe il reciproco dissenso, l’ostilità, la violenza e, hobbesianamente, la guerra.

L’arbitro può avere torto?

Peraltro l’arbitro, in quanto tale, deve rispondere a determinate caratteristiche. Innanzitutto non può essere in nessun modo coinvolto nella contesa. Occorre perciò che sia un giudice super partes, che non giunga a patti con uno dei contendenti per sentenziare in suo favore, che non assuma, come criterio del giusto, il giusto altrui. Caratteristiche ovvie, che però sono anche quelle che nei dibattiti calcistici vengono più messe in dubbio. L’imparzialità della terna arbitrale è argomento più discusso del gioco stesso, e l’idea del calcio di chi se ne allontana non prescinde da ciò.  Meno ovvio è ciò che Hobbes sostiene in seguito alle prime due affermazioni già citate. Negli Elements of political and natural law il filosofo inglese sentenzia che l’arbitro, nel pronunciare una sentenza, si sottrae al giusto e all’ingiusto. In altre parole, l’arbitro non può strutturalmente avere torto, perché ammetterlo vorrebbe dire ammettere che qualcuno giudichi su di lui, e ciò è impossibile proprio perché i contendenti, nell’accettarlo come tale, rinunciano al proprio diritto di giudicare la controversia. L’arbitro prende le proprie decisioni solo in base a ciò che egli ritiene giusto, avendo pienamente diritto di aver ragione anche contro presunte evidenza, senza rispondere ad una giustizia universale. Che peraltro non esiste.

Paolo Di Canio, attaccante italiano, spinge a terra il direttore di gara che cade rovinosamente a terra. Violenze contro gli arbitri avvengono non solo sui campi provinciali, dove sono all’ordine del giorno, ma anche nel calcio professionistico (Get Surrey)

La fragilità dell’autorità dell’arbitro

Certo, che l’arbitro sia il solo ad avere il diritto di giudicare, che la sua autorità sia incontestabile può essere ideologicamente accettato. Ma su un campo di calcio difficilmente regna la ragione: al contrario, molto più frequente è la violenza, la passione, l’irrazionalità. E, richiamando in causa Hobbes, la legge naturale che legittima l’arbitro non è altro che un precetto della ragione: perde validità se la passione dissente sulla sua utilità. Per essere rispettata necessita di un potere coercitivo che obblighi alla sua applicazione. Ma l’arbitro ha tale potere? Certo, intimorisce con ammonizioni, espulsioni e squalifiche, ma non è il sovrano. Il suo potere coercitivo è minimo. L’arbitro di calcio appartiene più allo stato di natura, al mondo della violenza libera che a quello della pace obbligata dello stato civile. La sua autorità è fragile e spesso si sgretola. E il disappunto liberamente e volgarmente espresso sul campo di gioco da coloro che dovrebbero accettarne le sentenze ne è la testimonianza più lampante ed aberrante.

Giovanni Cattaneo

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