I nuovi scrittori di oggi: trapper, youtuber, chiunque

Murakami Haruki è uno dei massimi esponenti della letteratura giapponese, con alle spalle una carriera letteraria che consta ormai di 40 primavere colma di capolavori, racconti di epopee e commistioni tra onirico e reale. Ma oltre la ricca produzione romanzesca che lo ha ormai consolidato alle vette delle classifiche di vendite e di gradimento, vanta anche diversi saggi su disparati argomenti: come l’interessante L’arte di correre, riflessione sul moto e sul come l’attività fisica influenzi positivamente quella celebrale, ma sopratutto Il mestiere dello scrittore, edito Einaudi nel 2017, che risulta essere una finestra affacciata al vissuto del Murakami uomo e narratore; una raccolta di considerazioni riguardo l’ambito editoriale e non solo, ma anche risposte a domande che gli appassionati del settore spesso si pongono.

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Chi sono gli scrittori di oggi?

Il saggio, che personalmente consiglio non solo a chi si diletta nell’arte dello scrivere ma anche a chi semplicemente è amante della lettura o dell’autore,
ci torna utile per rispondere e per trarre spunti di riflessione riguardo ad una questione quanto più attuale: chi sono gli scrittori di oggi?
Qualche simpatico garzone potrebbe logicamente rispondere “gli scrittori di oggi sono gli scrittori”, ma la risposta non sarebbe totalmente corretta, seppur ovvia. Difatti, tanti sono i casi in cui persone – con impieghi più o meno inerenti alla creazione per via scritta – provino non solo a mettere in piedi un libro, ma riescano anche a farselo pubblicare.
Da qui, poi, si apre un ventaglio di pareri e di congetture, dai più malfidati complottisti dei “ghostwriter” ai teneri lettori in erba che prendono per oro ciò che cola dal grasso di cui si alimentano. Così scrive Murakami: “Quasi chiunque, se desidera scrivere un, diciamo così, romanzo, […] può farlo. […] basta procurarsi una biro e un quaderno, scrivere delle frasi  […]”
Il parere, che può essere condiviso o meno, è però oggettivamente verificato: chiunque può scrivere qualcosa che “bene o male prenderà la forma di un romanzo” se “si ha una certa capacità di inventare delle storie“.

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Le intenzioni.

Quindi, questo giustifica, e in parte risponde, alla nostra domanda? Anche chi scrive non di professione può salire sul “ring” dei grandi?
A questo vanno aggiunte diverse considerazioni, sopratutto sulle intenzioni di chi scrive e su chi rende possibile tali situazioni (le case editrici).
Pensiamo, ad esempio, a quanti youtuber abbiano pubblicato dei libri soltanto nell’ultimo anno. Si farebbe prima a contare le stelle in cielo, d’estate e senza inquinamento luminoso. Ciò per dire che la produzione è stata più che cospicua.
La critica non verte però su questi ultimi, perché il loro fine non è di proporsi come gli Hemingway e i Dostoevskij del terzo millennio, ma realizzare un prodotto che sia appetibile e in linea con un preciso target di vendita, e ciò si traduce con il dare ai propri fan ciò che loro si spettano: pagine che riflettano i video che vedano, esistenze semplificate, plasticate commerciali, filosofie del nulla.
Similare discorso potrebbe valere anche con i cantanti, di cui citiamo la freschissima uscita di “Sono io Amleto”, libro autobiografico di Achille Laurorapper sulla cresta dell’onda da qualche anno, che in maniera poetica e introspettiva ci porta per mano in una vita in fatta di disagi e ostacoli superati, l’iter allegorico e terreno di chi scappa dalla selva e si salva.
L’autobiografia diventa romanzo di formazione, insegnamento, didattica.
L’intento, si nota, è differente: è quello di raccontare, di raccontarsi.
Le intenzioni, dunque, hanno dei gradi di validità?
E poi, ammesso che queste validità siano rilevanti, possono influire sul giudizio di un libro facendolo considerare più valido, o meno, di un altro?
Ciò per chiedersi: esiste concorrenza anche tra i “non” scrittori?
Murakami si mostra, in parte, propositivo all’insorgere di nuovi colleghi, scrive infatti: “il numero di romanzieri non ha fine, lo spazio nelle librerie sì”.
Non prendiamo in difesa o in accusa niente e nessuno, non ci sbilanciamo su giudizi e sul sancire chi sia meglio (o meno peggio, come tanti avrebbero a che dire).
Difatti, tante sono le critiche e le ingiurie nei riguardi degli improvvisati scrittori.
Noi ci distacchiamo dai comportamenti offensivi e aberranti, ma non di certo propendiamo all’abolire le critiche: che queste siano rese nel rispetto della persona e al fine della crescita e della costruttività.

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Le case editrici.

Punto cruciale è concepire questi lavori per ciò che realmente sono: prodotti commerciali senza pretese e senza troppi impegni.
Da qui ci ricolleghiamo all’altro nocciolo della questione: le case editrici.
Chiederanno alcuni: è giusto che venga dato spazio a lavori deficitari e vacui rispetto, magari, ad esordienti scrittori con opere ben più solide e di spessore?
Il discorso si riduce, come anche giusto che sia, ad un concetto di convenienza: le case editrici ben volentieri si accaparrano e pubblicano determinati libri, pur consapevoli della non pregevole fattura, consapevoli però della garanzia del guadagno economico, perché, in questi casi, il nome vende più del titolo e del contenuto. Pur dicendo che ad ogni regola esisteranno eccezioni e che tutta l’erba non si fa da un fascio, è il danaro che detta legge negli interessi di un’industria, il più delle volte.
Ciò, fino a prova contraria, è il gioco che vale la candela, ed è la risposta “chi porta guadagno o chi è bravo” alla nostra domanda iniziale.

Avere una biro, un quaderno ed una buona dose di fantasia potrà forse fare di noi scrittori, anche se non necessariamente editi, ma è davvero questo ciò che conta?
Criticare e scagliarsi su chi è sugli scaffali in libreria non è certo l’appagamento a questa mancanza.
Il mestiere dello scrittore, in conclusione, è quello di avere una storia che ci faccia dimenticare della nostra.
Lo scrittore è lo storico di se stesso, ma, magicamente, anche di tutti noi.

Emilio Ammendola.

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