Perché l’amore può far soffrire? Ne parlano Márquez e Platone

L’ars amatoria è da sempre un tema molto discusso, ma vi è una spiegazione filosofica agli amori sofferti che affonda le sue radici nell’Antica Grecia.

C’è un legame concettuale tra “L’amore ai tempi del colera” di Gabriel García Márquez e “Il Simposio” di Platone, che affonda le sue radici in un istinto ancestrale e atavico dell’essere umano: il desiderio.

L’amore ai tempi del colera: la sofferenza di Fiorentino

È molto difficile parlare d’amore senza scadere nel banale o nello stucchevole, eppure Màrquez è uno di quegli autori che riesce a raccontare l’animo umano in modo onesto e realistico, senza compiere tali errori (d’altronde parliamo del vincitore di un Nobel per la letteratura!). “L’amore ai tempi del colera” è un romanzo che scava a fondo, che sa ferire gli animi fragili ed empatici come solo gli ottimi libri sanno fare.
Soprattutto, però, è un testo che resta dentro, piantato da qualche parte dentro di noi.
Fiorentino Ariza, un triste amante della poesia, si innamora perdutamente di Fermina Daza, che ricambia il suo amore ma viene data in sposa da suo padre al medico di Cartagena, città in cui vivono entrambi. Per cinquantaquattro anni Fiorentino la attende, capendo con il passare degli anni e delle sue relazioni fallimentari che quell’amore considerato acerbo e giovanile, negli anni della diffusione del colera, era invece un amore vero, senza tempo, che potrà riunire i due solo dopo la morte del marito di lei e dopo aver realizzato, entrambi, di essere pronti a realizzare quanto avevano sognato in questi anni.
Al di là di tutti gli elementi analizzati, tipici delle relazione umane, come disincanto, illusione, differenza tra amore e il catulliano bene velle, c’è un elemento che pone le sue radici più in profondità degli altri: la sofferenza.
Fiorentino vede la sua amata sposare un altro e inizia a stare talmente male da tramutare il suo turbamento emotivo in fisico, tanto da far pensare a tutti avesse contratto il colera, tanto da arrivare in punto di morte ed essere salvato davvero per un pelo. Perché? Perché accade questo? Com’è possibile che l’amore possa logorarci sino a questo punto, sino a vomitare ogni pasto e a bruciare di febbre tra lenzuola sudate?

Il Simposio di Platone: il mito degli androgini

Forse a più di qualcuno sarà capitato di leggere un testo come quello di Màrquez e ad immaginare un amore così intenso da uccidere. E forse più di qualcuno lo avrà incontrato, lo avrà sperimentato sulla propria pelle dando a queste parole stampate su carta un valore empirico ed esperienziale, provando ancor più empatia per i fatti narrati.
E forse qualcuno ci avrà letto un tormento antico, una punizione ancestrale da ricercarsi in un celebre mito della cultura classica: il mito degli androgini.
Ne “Il Simposio” di Platone, il filosofo immagina un banchetto (un simposio, appunto) a casa del celebre commediografo Agatone, a cui partecipano personaggi di spicco come Socrate, Pausania di Atene e il commediografo Aristofane. L’oggetto della conversazione è proprio l’amore, per cui ognuno dei commensali espone il suo pensiero a riguardo.
Aistofane racconta che a suo avviso l’amore sia spiegabile con il mito degli androgini. In un tempo molto remoto, esistevano tre generi: maschile, femminile e androgino. Gli esseri umani che appartenevano all’ultima categoria possedevano sia genitali maschili che femminili, quattro gambe, quattro braccia e due facce, sulla stessa testa, esseri “doppi”, quindi, di forma sferica.
Pare che, in quanto esseri perfetti e completi, fossero invincibili e quando decisero di sfidare addirittura gli dei Zeus inflisse loro una punizione esemplare. Gli androgini vennero divisi a metà da una saetta e quindi, nel caos generale, ognuno di loro perse la propria metà. Alcuni morirono nella ricerca perché, presi dallo sconforto di non riuscire a ritrovare la propria “anima gemella”, si lasciarono lentamente morire, rifiutandosi di mangiare o di fare qualsiasi altra cosa. Altri, pur trovando la propria metà, morirono ugualmente perché nell’euforia dell’essersi ritrovati dimenticarono di badare a se stessi e alle proprie funzioni vitali.

L’amore è desiderio, il desiderio è mancanza

Sorge quindi spontaneo chiedersi perché nella maggior parte dei casi l’amore sia sofferto, comporti un turbamento tale da giungere a morire o almeno all’intenzione di farlo.
La spiegazione ci arriva sempre dalla stessa opera Platonica, nel passo in cui Agatone cede la parola al maestro Socrate. Socrate afferma di aver avuto un colloquio con la saggia Diotima, la quale gli raccontò delle origini del dio Eros.
Generalmente si immagina che l’amore venga dalle mani di un dio, ma Eros è da considerarsi a metà tra gli dei e gli uomini, perché concepito da Poros e Penìa, perchè per sua natura a metà tra ricchezza e povertà, saggezza e ignoranza, dimensione divina e dimensione terrena. Eros è pertanto un demone-filosofo, una creatura sospesa tra due mondi, come sospeso è l’amore che altro non è che desiderio del bene, per raggiungere la felicità. Dato che desiderare il bene ne implica poi il mancato possedimento, in sostanza ci innamoriamo perché cerchiamo nell’altro quello che non possediamo e che ci completa (come per gli androgini), ma il mancato raggiungimento di questo desiderio è frustrante, perché desideriamo qualcosa che ci manca e per tale motivo potremmo soffrirne eternamente (come Fiorentino).
L’amore è quindi un ponte, un mezzo per raggiungere un’altra dimensione, per sopperire alla mancanza del bene (che risiede anche in altre situazioni, ma il bene che è generato dall’amore è superiore) e per tornare a sentirci invincibili, completi, perfetti.

«Dunque al desiderio e alla ricerca dell’intero si dà nome amore»
Platone, “Il Simposio”

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