Nessun concetto è stato mai tanto complesso come quello della morte, della perdita e del lutto. L’uomo contemporaneo è sempre più disorientato rispetto a ciò.

La perdita di una persona importante può mettere a dura prova il nostro equilibrio psicologico andando ad intaccare numerosi aspetti della nostra quotidianità: le relazioni, il lavoro, la salute ecc. Ma anche in una condizione tanto dolorosa e complessa dal punto di vista psichico vi sono strategie che possono ridare serenità ed equilibrio alle persone che attraversano un lutto significativo.

Di cosa parla “After Life”?

La serie tv “After Life” è una serie tv creata, prodotta e interpretata da Ricky Gervais. Nella serie il protagonista Tony, un giornalista di 40 anni, cade in depressione dopo la morte della moglie per cancro. La reazione di Tony alla scomparsa della moglie è quella di stravolgere totalmente il suo atteggiamento, comportandosi nella quotidianità senza più alcun freno inibitore. Ogni parola e azione di Tony viene effettuata senza filtri risultando spesso insensibile, egoista, cattivo facendo divenire il motto della sua vita: “Potrei sempre suicidarmi”. L’unica ragione di vita per Tony è il suo cane, che con le sue richieste d’attenzione lo risveglia di tanto in tanto dal torpore esistenziale nel quale è precipitato. Tutta la serie si svolte in un circuito chiuso di ambientazione: casa, la redazione dove lavora, la casa di riposo in cui sta il padre, lo studio dello psicologo e il cimitero. Tali ambientazioni ripetute in tutti gli episodi mostrano come per Tony ogni giorno è identico al precedente da quando la moglie Lisa non c’è più.

Il tema del lutto in “After Life”

La serie ideata da Ricky Gervais ruota intorno ad una tematica complessa: la morte di un caro. Quando si perde qualcuno è difficile continuare la propria vita e si vive semplicemente alla giornata cercando di tirare avanti come fa Tony. Davanti ad una società estremamente positivista, After Life si pone come obiettivo quello di mostrare la fragilità dell’uomo di fronte ai momenti più bui della vita. Durante la prima e la seconda stagione della serie, Tony tenta di ricostruire la sua vita apparentemente distrutta e la soluzione che egli trova uscire da questo vortice di depressione è uscire dal suo guscio e aiutare gli altri. Tony arriva alla consapevolezza che aiutando gli altri può ritrovare la pace; il protagonista, da cinico, scontroso e burbero, smette di riversare la sua rabbia sul mondo esterno e inizia ad ascoltare, comprendere gli altri. Con il tempo Tony smette di rovinare con i suoi atteggiamenti gli stati d’animo degli altri, comprendendo che nessuno è colpevole di una sofferenza data da fenomeni più grandi di noi.

Cosa è la “Death Education”?

Numerosi studi hanno mostrato come l’uomo occidentale contemporaneo si trovi disorientato dinanzi al tema della morte. La causa di questo fenomeno nasce dall’occultamento della morte e del morire che si è diffusa via via tra le generazioni portando l’individuo a una significativa incompetenza, caratterizzata dal terrore, dall’angoscia. A tal proposito nasce la Death Education (DeEd) che, come disciplina vera e propria, nasce a partire dalla convinzione che la capacità di rapportarsi alla morte rispetti specifiche tappe evolutive e che un concetto maturo di morte può essere normalmente raggiungibile da tutti senza grandi timori. Il termine Death Education, tradotto in modo letterale, si esplicita nella forma di una “Educazione alla morte”. L’obiettivo di tale disciplina è di tipo preventivo e si può riassumere in tre punti:

  1. offrire una idea adulta di morte e una maturità e competenza riguardo il concetto della morte e del morire;
  2. trasmettere una consapevolezza della propria finitezza umana, con il fine di riconoscere quali sono i valori fondamentali su cui poggiano le nostre scelte e la nostra vita;
  3. aiutare il soggetto a gestire quelle difficoltà emozionali relative alla perdita in genere, sostenendolo nell’attivazione delle strategie di coping e resilienza dinanzi alle difficoltà che gli si presentano.

Questi percorsi garantiscono una pluralità di impiego nei vari ambiti del sociale. Infatti, i percorsi di DeEd sono adatti tanto a persone comuni (in salute, in fase terminale, in perdita, ecc.) quanto a professionisti (psicologi, educatori, medici, ecc.).

Perché è necessaria la Death Education?

Una delle principali studiose della Death Education, Ines Testoni sottolinea come la mancanza di una competenza, anche solo rituale, sul che cosa succede e come cambiano le relazioni quando qualcuno muore ha creato delle mitologie psicologiche stravaganti, come ad esempio quella secondo cui i bambini non sono in grado di capire che cosa significhi morire e se ne avessero notizia ne rimarrebbero traumatizzati. In realtà, tutto dipende da come l’adulto introduce l’argomento e da come lo gestisce. A dispetto di ciò che il senso comune crede, bambini, adolescenti, adulti e anziani, sani o malati, riflettono spesso sulla morte, sulla base di esperienze sia dirette sia indirette. Di fatto i sentimenti relativi alla morte precipitano nel terrore e dunque in un’esperienza emozionale ingestibile quando la realtà appare assolutamente incomprensibile. Un’educazione in cui la morte viene censurata non può far altro che produrre questo effetto. Il silenzio su questi temi abbandona i soggetti in età evolutiva a messaggi mediatici del tutto inadeguati, cui essi affidano la ricerca delle risposte alla propria curiosità. Se tutto viene ceduto all’immaginazione, allora i fantasmi e le rappresentazioni più bizzarre cominciano ad abitare la mente. La Death Education è il percorso educativo volto a prevenire questo, grazie alla guida rassicurante dell’adulto che permette di trasformare l’angoscia in paura e quindi di gestire in modo adeguato questo sentimento.

 

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