Perché la lamentela è disfunzionale oltre che tossica? Ce lo insegna Sansa Stark

Treccani non utilizza altre parole se non “lagnanza” per spiegare questa parola.

C’è una motivazione di fondo che accomuna tutti noi: ci lamentiamo perché in qualche misura ci sentiamo in diritto di ricevere o di ottenere qualcosa da qualcuno.

E proprio questo stato di diritto ci imprigiona e spesso ci tiene arroccati su posizioni tossiche senza spronarci all’azione.

Ma perché allora ci lamentiamo?

Perché farlo se sappiamo essere nocivo agli altri oltre che disfunzionale per sé stessi?

Noi bambini

Vi sarà capitato più volte di vedere un infante lamentarsi, lagnarsi, utilizzare proprio quel tono di voce che abbiamo perfettamente in mente per ottenere (o provare ad ottenere) qualcosa dai genitori, o da un adulto in generale, che soddisfi le sue aspettative.

Lamentarsi non è niente di appreso, è innato ed è perfettamente inerente al mondo infantile.
Da piccoli ci si lamenta col fine di richiamare l’attenzione dei genitori per far sì che loro risolvano un nostro problema che NOI (bambini) non riusciamo a risolvere da soli. ED HA SENSO! È perfettamente inerente al momento di vita di un bambino che per ovvi motivi non può farcela da solo.
Il problema nasce quando l’ambiente, in gran parte gestito dai genitori, permette all’infante di non smettere mai di ottenere attenzioni cura e, soprattutto, risoluzioni di problemi senza dare mai al bambino la responsabilità delle sue azioni.
Questo meccanismo quasi perverso di “non lasciare mai che il figlio cresca” non permette al bambino di crescere, e quindi, di portarsi con sé anche da adulto questo modus vivendi traslando di fatto i genitori su qualsiasi persona si presenti di fronte a noi quando non ci sentiamo in grado di gestire un problema (a volte di gestire l’intera vita)

La presa di responsabilità

Diventare adulti segna di fatto l’inizio di una vita in cui la persona si assume le responsabilità di ciò che fa della sua vita anche, e soprattutto, in relazione agli stimoli esterni, che siano eventi tragici o semplici difficoltà quotidiane.

Questa presa di responsabilità per un motivo o per un altro tarda ad arrivare, di conseguenza ci rimane questo comportamento automatico che ad un certo punto segna proprio il nostro carattere e di conseguenza il modo di affrontare la vita e relazionarsi con gli altri.

Il punto è che questi “altri” non sono i nostri genitori e difatti non possono risolvere il nostro problema perché non capaci o perché non hanno le risorse, economiche emotive o intellettive, per sopperire alla nostra mancanza di capacità risolutiva.

E cosa può generare questo negli altri? Ovviamente frustrazione. Frustrazione nel non poter risolvere il problema e frustrazione per non riuscire a farvi smettere di lagnarvi come farebbe un bambino che, però, a differenza di voi non ha possibilità di ribattere troppo alle vostre obiezioni perché solitamente può essere semplicemente NON assecondato nelle sue richieste.

Spesso è proprio il genitore, sulla base dei suoi valori e delle sue esperienze, a cogliere quando una lamentela è sensata (richiesta di aiuto) o quando è una semplice bizza e di conseguenza mettere in atto azioni risolutive come aiutare o, nel secondo caso, non assecondare o punire se la lamentela dovesse continuare nel tempo (punizione non fisica ovviamente).

Inoltre lamentarsi “fuori età” è disfunzione per noi stessi perché ci impedisce veramente di pensare al fatto che dentro di noi ci siano le risorse necessarie per affrontare i nostri problemi. Ogni lamentela è un “non mi fido di me”, “non sono in grado di cavarmela da solo”, pensieri tremendamente depotenzianti che non ci fanno mai davvero prendere in mano la nostra vita soprattutto di fronte ai problemi quotidiani.

Questo non vuol dire che essere grandi non significa sapere chiedere aiuto, anzi! Pensare di poter risolvere tutto a volte può essere nocivo tanto quanto la lamentela. Però la richiesta d’aiuto può esprimersi anche senza lamentela. Pensate ad una persona che urla AIUTO. Vi arriva forse lo stesso fastidio di quando un bambino frigna perché vuole giocare alla Play Station e voi glielo impedite?

La risposta è chiaramente no.

Il percorso evolutivo verso l’età adulta passa dalla presa di responsabilità e dal saper chiedere aiuto quando si ha davvero bisogno. Volete un esempio tangibile?

L’evoluzione di Sansa Stark

Il personaggio di Sansa Stark è, probabilmente, uno dei personaggi che ha mostrato un percorso di cambiamento più forte all’interno delle 8 stagioni di Game of Thrones. Inizialmente Sansa appare come una giovane ragazza che sogna di essere data in sposa al principe Joffrey, così come nelle favole che la madre le raccontava quando era piccola.

Per poter diventare una lady, a Sansa viene chiesto di essere sempre bella e posata, senza immischiarsi nelle vicende considerate da uomini: il suo aspetto è sempre curato, i suoi modi sempre educati e si dedica al cucito.

Potrebbe sembrare lo stereotipo della donna di qualche decennio fa (senza voler offendere nessuno e senza voler accusare la donna di questo, anzi…)

Alla metà della prima stagione tutti gli Stark manifestano palesemente sospetti verso i ricchi e potenti Lannister (da cui discende Joffrey, suo promesso sposo nonché erede al trono) ma l’unica che sembra non comprendere questa preoccupazione è proprio Sansa che si lamenta (4° e 5° episodio) espressamente verso la madre e il padre (proprio come un infante) poiché questo sospetto potrebbe non permetterle di diventare regina come lei desidera.

Le conseguenze di questa presa di posizione le conosciamo tutte. 4 stagioni intere in cui Sansa ne subisce di ogni.

Quando poi Sansa smette di lamentarsi e inizia a prenderi le responsabilità della sua vita ecco che il personaggio improvvisamente evolve acquisendo il rispetto di tutti (e in primis, se stessa).

Ma anche se la metafora deve essere presa con le pinza perché figlia di un romanzo che ha come frase principale “When you play the game of thrones, you win or you die” (Quando giochi al gioco del trono, o vinci o muori) un’insegnamento da Sansa può essere colto:

non è mai troppo tardi per smettere di lamentarsi e prendere in mano la tua vita

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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