A tutti sarà capitato almeno una volta di desiderare di andarcene dalla nostra realtà o fuggire da un mondo insoddisfacente e questo è un sentimento comune al Barone Rampante e ai protagonisti de “Gli Uccelli”.

Se il mondo così com’è non ci soddisfa ci si può estraniare, allontanarsi e cercare altrove quello che non si trova in terra. È questa la soluzione a cui pervengono i protagonisti delle due opere citate, rifugiarsi più in alto di un mondo insoddisfacente.
Andare a vivere tra gli Uccelli
Pisetero ed Evelpide sono due ateniesi che, intorno al 414, data della tragica spedizione in Sicilia, decidono di allontanarsi dalla loro città. Il motivo è semplice, non ne possono più del comportamento dei loro concittadini. Consci però che ovunque sulla terra ci sono le medesime condizioni si rassegnano ad abbandonare la terra stessa. Si recano da Upupa, re degli Uccelli, per proporgli di creare in cielo una città, Nephelokokkygía, dove andare a vivere senza doversi preoccupare della corruzione. L’uccello, da prima diffidente, si persuade quando i due amici gli spiegano anche del loro piano per ridare agli uccelli la sovranità, un tempo a loro sottratta dagli dei. Grazie alla città a mezz’aria le divinità non avrebbero potuto ricevere i fumi delle libagioni e, come avverrà, verrebbero costretti a negoziare con loro. La trama ci rivela un forte desiderio di evasione da un mondo che appare imperfetto e per nulla desiderabile. Pisetero ed Evelpide cercano un luogo idilliaco, dove poter stare lontani da malignità e corruzione. Constatato che non esiste un luogo del genere sulla terra sono costretti a crearselo in cielo, fisicamente lontani dal mondo corrotto. L’utopia durerà poco, perché quasi da subito inizierà ad apparire alle soglie di Nephelokokkygía un via e vai di scocciatori e indesiderabili, puntualmente respinti (per il momento) dalla coppia di amici.

Vado a vivere sugli alberi!
Questo titoletto riassume, non facendole onore, brevissimamente trama del “Barone Rampante”, romanzo di Italo Calvino. Il protagonista, Cosimo Piovasco di Rondò, dopo una violenta lite col padre decide di abbandonare la vita che aveva fino ad allora condotto per non mettere più piede a terra. Per lui non è possibile fondare una città sospesa a mezz’aria, quindi deciderà di andare a vivere sugli alberi della tenuta della sua nobile famiglia. L’allontanamento di Cosimo dipende, in grande misura, dalla sua volontà di non condividere più gli usi e i costumi impostigli dai parenti tutti. Il suo però non è un isolamento, anzi continuerà a prendere parte alle “vicende terrene”, interfacciandosi anche, da nobile, con gli avvenimenti della Grande Storia. Non è un rinunciatario, ma si offre come portavoce dell’autore in relazione al modus operandi degli intellettuali. Costoro devono partecipare alla vita politica, economica e sociale del loro paese, ma con il giusto distacco, rimanendo, per così dire, su un trespolo a guardare che succede e intervenire dopo aver compreso bene la situazione.
Quale possibilità per l’uomo insoddisfatto?
Queste due vicende ci mostrano tre personaggi che, insoddisfatti del mondo in cui vivono, scelgono di allontanarsene. Il motivo comune è uno: non si riconoscono nei modi degli altri di relazionarsi e non vogliono rimanere invischiati in questo mondo corrotto. Per fare questo ricorrono a soluzioni improbabili, utopiche, nel doppio senso di luogo buono e non-luogo. Sia i due Ateniesi, sia il Barone Rampante, decidono di dedicarsi a una scelta oggettivamente impossibile, ma risolutoria dei loro problemi. Queste due opere, distanti più di 2000 anni tra loro, mostrano come il desiderio di evasione sia da sempre presente nell’uomo che, quando non può o non vuole più in prima persona impegnarsi per cambiare il mondo come lo vorrebbe, è quasi costretto ad estraniarvisi.