Il Superuovo

Paul Auster e Lou Reed ci portano a spasso per New York

Paul Auster e Lou Reed ci portano a spasso per New York

Dimenticate guide per turisti e pagine di Wikipedia: per capire New York affidatevi a Paul Auster e Lou Reed.

 

 

La grande Mela è la città più viva del pianeta, al cui interno si intrecciano infinite storie, tutte uniche e peculiari. Districare la matassa della commedia umana che si avviluppa in ogni strada, dal vicolo più malfamato alle grandi avenue, è un compito difficile, che può toccare solo a chi New York l’ha vissuta sulla propria pelle, come lo scrittore Paul Auster e il cantautore Lou Reed.

 

 

Tre libri e una città

Camuffata da detective story, “Trilogia di New York” di Paul Auster è in realtà un lungo e oculato processo di demolizione dei protagonisti, della vicenda e dello stesso autore che attraversa ben tre storie diverse, accomunate da vari punti di tangenza, che ruotano tutti attorno al centro gravitazionale costituito dalla città di New York. L’opera si distingue per la scrittura dalla sonorità melodiosa (si consiglia la lettura in lingua originale), carica di particolari che immergono il lettore e gli stessi protagonisti in una nebulosa di inquietudine e mistero, la trilogia è tutto un susseguirsi di dettagli, fatti che ritornano, e che nascondono (forse) un legame nascosto che spiega tutto, ma che in realtà è un fil rouge che non porta da nessuna parte, un labirinto di misteri senza via di fuga, strumenti con cui Auster ci ricorda la natura solitaria ed irrisolta dell’uomo. La dispersione prosastica va di pari passo con quella dell’animo umano, e soprattutto con quella spaziale della città di New York.

 

New York era un luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine: e per quanto la esplorasse, arrivando a conoscerne a fondo strade e quartieri, la città lo lasciava sempre con la sensazione di essersi perduto. Perduto non solo nella città, ma anche dentro di sé

-Paul Auster, “Città di vetro”

 

La città è dipinta chiaramente, ma ha contorni sfumati e indefiniti- proprio come chi la abita e chi si muove al suo interno, venendo inevitabilmente catturato in un campo gravitazionale al quale non si può opporre resistenza. Le ambientazioni claustrofobiche diventano matrioske aperte di continuo, svuotate e rimontate all’infinito, nel vano tentativo di mettere ordine in questo caos primordiale.

 

 

 

Il bardo di New York City

Un po’ di ordine lo mette Lou Reed nel 1989, con il suo quindicesimo album in studio: “New York”. Acclamato dalla critica musicale, e generalmente riconosciuto come uno dei suoi album di maggior successo, apprezzato per quel ritorno allo stile della sua prima band, The Velvet Underground, “New York” è molto più di un semplice album. Si tratta di un concept album unico nel suo genere, caratterizzato dalla linearità tematica che porta lo stesso Lou Reed a dire che il disco va ascoltato tutto d’un colpo “as though it were a book or a movie” (come se fosse un libro o un film).

E infatti, “New York” sembra quasi un audiolibro:  le note semplici e spontanee della chitarra fanno da sottofondo alla voce asettica e graffiata di Lou Reed, che più che cantare sembra leggere, narrare le vicende di chi come lui vive nella Grande Mela. Ci sono gioie e dolori, drammi privati e speranze sincere- tutto si muove attorno ad una New York metropolitana, vittima della crescente urbanizzazione e globalizzazione in quei lontani anni ’80, dove poveri, deboli ed emarginati si destreggiano in espedienti per sopravvivere all’incubo americano. La scrittura di Reed è disincantata, ironica e passionale, ma più di tutto, è intrisa di una rabbia d’altri tempi che non nasconde, bensì accentua, la sua dote poetica. Traspare una sensibilità intrisa da sarcasmo e dolcezza nelle sue parole, che dipingono una vivida New York.

 

La copertina dell’album

 

 

Muoversi a New York

Mentre Paul Auster parte dall’alto, sorvolando la metropoli, per poi esserne risucchiato con violenza verso il basso ed essere costretto a farne parte, facendola così scoprire (ma mai del tutto) ai suoi lettori; Lou Reed fa l’esatto opposto. Si muove dal basso, risale dalle strade sudice e si addentra in vicoli nascosti, iniziando il suo viaggio dal particolare, per poi risalire lentamente in superficie, in cerca di una boccata d’aria.

New York diventa una moderna Babele dove i due vagano senza identità, alla ricerca della strada perduta, di una terra promessa che potrebbe essere nascosta in qualche incrocio, ai piedi di qualche grattacielo o nelle strade trafficate, nelle quali Auster e Reed si scontrano, pur muovendosi in direzioni contrarie, e nelle quali hanno fornito il più sincero e disincantato ritratto della Big Apple.

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