Parliamo di criminalità organizzata e del perchè la mafia non uccida solo d’estate

Da C’era una volta in America a Il Padrino: molti di noi hanno appreso come la mafia funzionasse davvero attraverso il cinema, ma spesso dimentichiamo il trafiletto ‘tratto da una storia vera’.


Alzi la mano chi non ha mai visto Gomorra. Oramai sono rimasti in pochi. Ciò è dovuto non soltanto al successo della serie, ma dei sempre più appassionati del genere. Ma quelle storie raccontate attraverso il piccolo e il grande schermo sono vere. Vediamone alcune.

LA MAFIA DIETRO LA VIDEOCAMERA

Dagli anni 50 fino ad oggi sono state realizzate moltissime pellicole che raccontano le dinamiche e le logiche che si nascondono dietro la criminalità organizzata. Due sono i filoni nati dopo il debutto de Il Magistrato: quello americano segnato dalla nascita della New Hollywood e quello italiano, che si divide ulteriormente tra piccolo e grande schermo. Mentre il cinema oltre oceano vanta una lunga serie di opere pluripremiate, in Italia possiamo citarne soltanto alcune. Abbiamo già citato il successo dietro la serie Gomorra, tratto dal libro di Roberto Saviano e che, prima che la serie debuttasse, ci fu la pellicola omonima in sala. Dagli anni duemiladieci però c’è stato un ulteriore incremento della filmografia italiana. Lo stesso non vale invece per quella americana che da diverso tempo sembra aver trovato altro di cui parlare nei propri film.

I PROTAGONISTI, QUELLI SENZA COPIONE

Le giacche dalle spalle larghe, spessi occhiali da sole e quell’accento siciliano che ci porta lontano, in una terra martoriata. Negli anni la filmografia riguardante la criminalità organizzata è aumentata vertiginosamente. Il boom di pellicole è dovuto soprattutto all’interesse da parte di registi e attori di voler girare ed interpretare le storie dei protagonisti, quelli senza copione. Alcuni personaggi frutto della fantasia degli autori, come il noto Don Vito Corleoni, sono ispirati alle vite di mafiosi realmente esistiti. Non lo noti soltanto dal timbro della voce o dal vestiario, ma anche dallo stile e dall’atteggiamento. Una vera e propria firma dietro i mafiosi che li hanno ispirati. Lo stesso fece Scorsese con il film Quei bravi ragazzi, dove le vicende delle famiglie Colombo e Lucchese vengono riportate sul grande schermo.

TRATTO DA UNA STORIA VERA

Due interviste a confronto: da un lato quel ‘mostro’ di Francis Ford Coppola; dall’altro il genio di Piff. Il regista statunitense e quello italiano hanno più di una cosa in comune: da giovanissimi, la scelta difficile di girare un film sulla mafia, la paura della reazione del pubblico e (alla fine) i successi delle loro pellicole:

Coppola:

“Avevano scelto me anche perché avevo un cognome italiano: ‘così, se gli italiani si arrabbiano per il quadro che ne faremo – si dissero – potranno prendersela con uno di loro’”. E non era finita li: “Non volevano ambientare il film negli anni ’50, bensì nei ’70, per risparmiare su auto, vestiti, arredi. E volevano girare non a New York, ma a St Louis, sempre per risparmiare! E poi non gli piacevano gli attori che volevo scegliere, da Brando, uno degli uomini più interessanti che io abbia incontrato, ad Al Pacino, a tutti gli altri.”

Piff:

“Ti confesso che io sono molto preoccupato, mi preoccuperò meno quando dovrò presentare il film al Nord, perché presentare il film a Palermo è presentarlo a gente che conosce la storia, che l’ha vissuta, c’è molta più tensione. È una tragedia che quando io vado a Milano racconto come una mia tragedia, però quando la racconto in Sicilia, ovviamente, è la tragedia di tutti noi, io in più ho la responsabilità di avere assunto il ruolo di quello che racconta, per questo sono molto stressato”.

 

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