Parlare italiano fuori dall’Italia: i Levantini di Istanbul e l’emigrazione secondo Pascoli

Com’è vissuta la lingua italiana da quegli italiani che si sono stabiliti in un’altra parte del mondo? Cerchiamo di rispondere con l’esperienza dei Levantini ed il poemetto “Italy” di Giovanni Pascoli.

(Zingarate)

Molto spesso, pensando alla lingua italiana, dimentichiamo di pensare a tutte quelle persone che, per un motivo o per l’altro, la parlano lontano dall’Italia. La riflessione si potrebbe fare ancora più interessante pensando alle comunità italofone nel mondo, nate da emigrati italiani e con storie uniche ed interessanti, anche dal punto di vista linguistico.

I Levantini, l’antico cuore italiano di Istanbul

Un recente articolo pubblicato sul sito di Treccani (consultabile cliccando qui) ci racconta della più antica comunità italofona all’estero, quella dei Levantini, le cui radici risalgono al 1267, anno fondamentale per l’egemonia commerciale dei mercanti di Genova sul Mar Nero. Ed è proprio di genovesi che si forma il primo insediamento della Magnifica comunità di Pera, organizzato con il benestare degli ottomani con una giurisdizione propria. Ben presto l’insediamento genovese finì col mescolarsi con altre realtà cattoliche presenti nella zona, formando un gruppo compatto ma variegato, conosciuto in Occidente con il nome di Levantini. Nei secoli la comunità non si spense, ed insieme ad essa continuò anche il loro parlare italiano. Ma quale italiano? Quante modificazioni e influenze può subire la lingua di una comunità allontanatasi da così tanto tempo dall’Italia? Durante la sua visita ad Istanbul Edmondo de Amicis commenta la lingua italiana che sente parlare in città, e non utilizza mezze parole definendo l’italiano dei Levantini “un italiano già bastardo, screziato d’altre quattro o cinque lingue alla loro volta imbastardite”. Oltre a questa forte influenza delle altre lingue parlate in città, tuttavia, De Amicis nota anche l’attenzione, da parte di qualcuno, di inserire termini italiani e ricercati, in un tentativo, dice De Amicis, di “rifarsi la bocca al toscano parlar celeste”. Ancora oggi, seppur in piccoli numeri, la comunità degli italo-levantini vive ad Istanbul e partecipa attivamente alla vita culturale della città mantenendo vive le proprie tradizioni.

Un gruppo di emigranti italiani tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900
(minima&moralia)

La grande emigrazione e la lingua italiana

Un’altra occasione in cui gli italiani sono partiti per stabilirsi in modo definitivo in altre parti del mondo si è verificata a cavallo tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. In questo periodo circa 7 milioni di persone lasciarono l’Italia per stabilirsi altrove in cerca di fortuna, e molti altri trascorsero all’estero un periodo più o meno lungo prima di rimpatriare. Tra i pochi bagagli che i migranti portavano oltreoceano c’era molto spesso l’uso quotidiano del dialetto, che non venne abbandonato in terra straniera se non per motivi di comprensione con gli altri emigrati italiani provenienti da altre regioni. Con il trascorrere delle generazioni gli emigranti persero il contatto linguistico con la terra d’origine, fondendo le forme dialettali con altri elementi quali la lingua del paese d’arrivo, i dialetti dei vicini e altre forme dell’italiano. Inoltre la lettura delle lettere provenienti da oltreoceano nei paesi di partenza porta a un leggero rimescolamento: le forme che gli emigranti hanno imparato ad utilizzare dopo la partenza arrivano al loro paese natale, dove forse iniziano ad essere utilizzate apportando modifiche nel tessuto dialettale. Si registra anche che, nel periodo di massima emigrazione, l’analfabetismo subisce una riduzione notevole (si parla addirittura del 22.2%), anche per la necessità da parte degli emigranti e delle loro famiglie di comunicare.

Italy e la lingua degli emigranti italiani

La letteratura non poteva restare indifferente al fenomeno delle emigrazioni. Nel 1904, nella raccolta dei suoi “primi poemetti”, Giovanni Pascoli racconta il ritorno al proprio paese di una famiglia vissuta a Cincinnati. Italy è un lungo poemetto in terzine dantesche, da cui oltre che emergere molti dei tratti tipici della poetica pascoliana (basti pensare alla cosiddetta poetica delle cose,  che in questo caso consiste addirittura nel far interpretare ai personaggi stessi i segni della natura con un peso particolare) si nota anche un interesse a rendere in modo realistico l’italiano degli emigrati, che risulta intriso di tratti della lingua del paese d’accoglienza, in questo caso l’inglese.

Maria guardava. Due rosette rosse

aveva, aveva lagrime lontane

negli occhi, un colpo ad or ad or di tosse

 

La nonna intanto ripetea: «Stamane

fa freddo!» Un bianco borracciol consunto

mettea sul desco ed affettava il pane.

 

Pane di casa e latte appena munto.

Dicea: «Bambina, state al fuoco: nieva!

nieva!» E qui Beppe soggiungea compunto:

 

«Poor Molly! qui non trovi il pai con fleva!»

In questo passaggio, esempio emblematico dello sperimentalismo linguistico di Pascoli, la piccola Maria (o Molly, una bambina gravemente malata cresciuta in America) aspetta la colazione a casa della nonna in Italia. Suo padre, guardando gli occhi delusi della figlia, ci spiega (dandoci un assaggio dell’italiano dell’emigrante di inizio ‘900) la sua delusione nella mancanza di una “pai” (=pie) con “fleva” (=flavour).

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