Il Superuovo

“Parasite” e “Tartuffe” di Molière raccontano due storie di impostori e di spietato arrivismo sociale

“Parasite” e “Tartuffe” di Molière raccontano due storie di impostori e di spietato arrivismo sociale

Entrare in casa di qualcuno, abbindolarlo con le lusinghe e vivere da vero parassita: questo e molto altro mostrano di condividere una delle commedie più famose della letteratura francese e il film Premio Oscar 2020.

Il regista di “Parasite” Bong Joon-ho con due delle quattro statuine degli Oscar vinte dal film (fonte: ANSA)

Quando si vive in totale povertà la fame può spingere a fare qualsiasi cosa e a lottare con ogni mezzo per sopravvivere. E se con “ogni mezzo” intendiamo ingannare e truffare una ricca famiglia che vive in un quartiere benestante, allora ecco che la trama del pazzesco film sudcoreano viene a toccare gli stessi tasti di una commedia del XVII secolo, dalla vicenda scenica travagliata perché scomoda e di grande denuncia. Tartuffe, parassita in casa di una nobile famiglia francese, non è propriamente l’esempio dell’indigente pronto a tutto, ma la sua ambizione senza scrupoli rivela più di un’analogia con le avventure e le scelte della famiglia protagonista del film di Bong Joon-ho.

“Non mi fido più di nessuno oramai”

La famiglia di Ki-Woo vive in un seminterrato fatiscente in un quartiere cittadino altrettanto malfamato. Per vivere i quattro arrancano a fatica tra un lavoretto e l’altro, senza alcuna sicurezza economica e arrangiandosi come meglio possono collegandosi a scrocco ad un router Wi-Fi non protetto; o sanificando la casa con lo spalancare le finestre mentre passano nella via inservienti della pulizia stradale, cosa che fa ancora più riflettere. Ki-Woo ha il sogno di andare all’università e anche sua sorella, Ki-jung, ma non possono permettersela e le necessità di mangiare e sopravvivere sono le priorità. Fino a quando non si presenta l’occasione d’oro: a Ki-Woo viene offerto, da un suo amico benestante, di dare lezioni di inglese ad una liceale, figlia di una ricca famiglia, con un compenso pecuniario da capogiro per uno come lui. Ki-Woo per ora è ancora un ragazzo timido e non sa se accettare, ma, una volta che acconsente, diventa sempre più scaltro e opportunista, dando inizio al meccanismo fatale che governa tutte le dinamiche di questo film. Lentamente Ki-Woo entra nelle grazie della ragazza a cui dà ripetizioni, Da-hye (che addirittura si innamorerà di lui), ma soprattutto della madre di lei, di nome Choi Yeon-kyo. Quest’ultima è la responsabile unica della casa, perché il marito (importante manager di un’azienda internazionale) rientra dal lavoro sempre tardi e non ha tempo di condividere con la consorte le decisioni da prendere in merito agli inservienti. Con un atteggiamento sempre molto cordiale e disponibile, Ki-Woo riesce ad assecondare la donna in ogni suo pensiero e, complice il suo aspetto da bravo ragazzo e persona pulita e gentile, ne conquista la fiducia.

A questo punto la sorte delle due famiglie inizia a intrecciarsi saldamente senza che possa più essere dipanata e sbrigliata. Ki-Woo propone sua sorella come educatrice artistica del figlio piccolo della famiglia Park, Da-song, che la madre ritiene essere un enfant prodige ma che si rivelerà essere un bambino capriccioso e senza alcun talento particolare. Ma questo non importa a Ki-Woo, perché così facendo riesce a trovare un lavoro presso quella famiglia anche alla sorella Ki-jung, naturalmente fingendo di non conoscerla per non destare sospetti. Falsificando qualche documento e dando un’aggiustatina all’abbigliamento, ecco che Ki-jung si trasforma in una presentabile studentessa esperta d’arte e di psicologia infantile: guarda caso proprio quello che ci voleva per Da-song. Anche Ki-jung riesce ad entrare nelle grazie della signora Park, che proprio a lei pronuncia una delle frasi chiave del film: “Non mi fido più di nessuno oramai! Solo una persona che conosco bene può raccomandarmi qualcuno“. L’effetto tragicomico raggiunge qui l’apice, perché in realtà lei, praticamente dall’inizio del film, si lascerà consigliare dagli ultimi di cui dovrebbe fidarsi, da coloro che in realtà la stanno truffando. E ai fratelli Kim ci vorrà poco per escogitare un piano per introdurre nella casa dei Park anche il padre e la madre, rispettivamente come autista personale e come domestica. Spacciandosi rigorosamente per estranei, ovviamente. La truffa è completa: un’intera famiglia vive alle spalle di un’altra, in totale menzogna e disonestà. Il film delinea un surreale spaccato sociale in cui due caste sociali così distanti, di norma destinate a non venire mai in contatto, si fondono così bene dando esiti tragici e comici insieme, quasi da thriller e mettendo in luce quanto profonde siano le discrepanze e le disuguaglianze della nostra società. Ma quando due realtà incolmabilmente separate tra loro entrano in contatto, quando lo fanno tramite un inganno che cela dietro di sé l’ambizione e la voglia di scappare dalla fame, non è detto che gli eventi prendano una buona piega. Come per Tartuffo.

Ritratto di Jean-Baptiste Poquelin (1622-1673) che assumerà come nome d’arte “Molière”

Parassiti, devoti e ipocrisie

Nel 1664, nel corso di grandi festeggiamenti presso la reggia di Versailles voluti dal re Luigi XIV in persona, venne messa in scena per la prima volta una commedia destinata a suscitare scandalo: il “Tartuffe ou l’imposteur” di Molière. Si trattava originariamente di una commedia in tre atti che però ha dovuto subire più volte dei rimaneggiamenti fino a diventare definitiva nella forma in cinque atti del 1667, anche se il testo non fu ancora totalmente accettato. Il perché dell’accanimento dell’alta società contro questa pièce va riscontrato nella trama e, di riflesso, nel contesto intellettuale e sociale in cui è stata ambientata e poi inscenata. Molière è un autore che, con fare piuttosto farsesco e burlesco, mette in luce contraddizioni e ipocrisie del suo tempo attraverso la presa in giro. Una specie di “Fa ridere ma anche riflettere“, solo che la sua presa in giro è molto forte, una parodia che si accanisce molto nelle caricature. Sembra quasi svilire gli argomenti seri che tratta con i ritratti farseschi che tratteggia, anche se vuole svilire più che altro il personaggio portatore del comportamento ipocrita. E la commedia di Tartuffo, oltre ad avere queste caratteristiche di burlesca denuncia sociale, va a colpire proprio una classe sociale tanto irascibile quanto potente nella Francia del Re Sole: i Dévots, quelli che si facevano portatori di valori molto rigorosi, di una rigida moralità e di un integro comportamento morigerato, accompagnato da una fede assoluta nella religione. Una delle loro più forti battaglie era proprio contro il teatro, visto come luogo dove si suscitava negli spettatori il sollazzo e l’abbandono ai divertimenti frivoli. Perciò appena videro che Molière (con cui avevano già avuto qualche screzio in passato) in una commedia si prendeva gioco di loro smascherandone i comportamenti ipocriti, subito lo perseguitarono e convinsero il re, se non a vietare del tutto il “Tartuffe“, almeno a fargli apporre delle modifiche. Sì perché originariamente la commedia in tre atti finiva con la vittoria del parassita Tartuffo, il quale, per giunta, pare che dall’abbigliamento potesse essere inteso come un ecclesiastico, cioè un membro di quella frangia dei Dévots che Molière era deciso a colpire. Alla fine la commedia si ampliò a cinque atti, Tartufo venne fatto risultare sconfitto e alcune caratterizzazioni dei personaggi furono modificate per rendere l’attacco meno diretto e tagliente. Nondimeno le caratteristiche di fondo rimasero le stesse e Tartuffo ancora, con la sua doppia faccia, con la sua dissimulazione e con il finto perbenismo volto solo ad arricchirsi alle spalle di Orgone, è immagine della falsità di una società che Molière intendeva smascherare.

Il “Re sole” Luigi XIV, sovrano dal 1654 al 1715. Fu favorevole allo sviluppo del teatro in Francia, anche se per un periodo accolse le istanze dei dévots e fece attuare una più stringente censura sui testi delle pièces, soprattutto di quelle delle commedie.

Arricchirsi con l’inganno

Tutta questa spiegazione iniziale è necessaria per capire che cosa si celi dietro un personaggio come Tartuffo, arrivista sociale che circuisce un ricco borghese come Orgone al solo scopo di impossessarsi dei suoi beni. Le similitudini con le vicende di Parasite sono tante. In primo luogo si può dire che lo stesso Bong Joon-ho ha definito il suo capolavoro come una commedia che si traveste da thriller, una denuncia sociale che assume gli aspetti di una tragedia con colpi di scena e tecniche narrative degne, appunto, di una rappresentazione comica. Ma poi i protagonisti hanno pressoché gli stessi obiettivi e li perseguono in maniera molto simile. E se ad un certo punto la famiglia Kim agisce di squadra, Tartuffo fa tutto da solo dall’inizio alla fine, adulando e ingannando Orgone e la madre di lui ma avendo il resto della famiglia di costoro come oppositori. Partono tutti da zero, dal non avere nulla. Orgone incontra Tartuffo in una chiesa, mentre prega in ginocchio con fare molto devoto (si ricordi l’intenzione parodica di Molière) e questo sconosciuto gli offre persino dell’acquasanta con le sue stesse mani, azione servile e subdola che si ripeterà anche nei giorni successivi nel medesimo modo. A quel punto si è innescato il processo ruffiano di adulazione per cui Tartuffo entra nelle grazie di quest’uomo, tanto che viene preso in considerazione molto di più lui degli altri familiari. Il parassita, fingendosi uomo per bene e fedelissimo al capofamiglia Orgone, vive come ospite a scrocco nella casa di questa ricca famiglia e ben presto inizia a pianificare di impossessarsi di tutto. Il parallelo con Parasite regge alla perfezione, perché il procedimento della truffa è lo stesso: conoscere un ricco un po’ ingenuo e ben disposto, mostrarsi cordiali, assecondarlo e mettere in cattiva luce ai suoi occhi i possibili ostacoli ad una buona riuscita del piano. Ki-Woo e famiglia devono liberarsi dell’autista e della governante fedele dei Park, Tartuffo di tutti i familiari che si accorgono che Orgone ormai presta attenzione solo al parassita impostore pendendo dalle sue labbra.

E ciò si rivela evidente quando Orgone, all’improvviso, cambia opinione riguardo al matrimonio concordato tra sua figlia Marianna e un giovane di nome Valerio, poiché Tartuffo lo ha subdolamente consigliato a pentirsi dell’accordo. Tartuffo infatti vuole per sé la figlia di Orgone, così da poter ereditare tutta la fortuna dell’ingenuo che lo ospita. Non è forse andata in modo simile anche con la governante della ricca famiglia Park o con l’autista? Agli occhi di Orgone il suo ospite è la persona più sincera e buona di Francia e, per dimostrarlo, inizia a fare un elenco di virtù che creano l’effetto parodico perfetto: tutte queste qualità sono false e l’impostore finge di possederle al solo fine di raggiungere il suo scopo. Solo nell’originale in tre atti Tartuffo riusciva nel suo intento di sottrarre a Orgone e alla famiglia i beni materiali, unica ambizione di fondo del parassita fraudolento. Ma d’altra parte questo diventa un altro punto d’incontro possibile con il film. Il finale positivo della pièce e quello ambiguo del film rivelano l’incomunicabilità dei due mondi a cui appartengono frodatori e defraudati, poveri e ricchi, arrivisti e vittime dell’ambizione. Due mondi avvicinati solo dal denaro, che spinge gli uni a fare ogni cosa pur di fare come dei veri parassiti che si attaccano ad un animale per succhiargli più sangue possibile. Due mondi avvicinati dalla logica della lotta per sopravvivere, che ai nostri giorni e anche all’epoca di Molière si basa sulla sopraffazione perpetrata con l’inganno. Le verità vengono a galla prima o poi, rivelando questa distanza sociale incolmabile che sta al fondo e dando sfogo ad esiti imprevedibili. L’ambizione, connessa alla logica del profitto e del miglioramento di condizione sociale, può davvero essere “il fine che giustifica i mezzi“, anche se vanno calcolati gli effetti collaterali. E se Ki-Woo e Tartuffo sono dei pianificatori nati, del tutto razionali, Kim Ki-Taek, padre e finto autista professionista, è colui che rivaluta la componente della casualità e dell’istinto, del non pianificato. Ed è proprio un imprevisto a smascherare Tartuffo, catturato con la sua stessa arma poiché da ingannatore è divenuto l’ingannato. E un grandissimo imprevisto è origine di ciò che accade nella seconda parte di Parasite che, se vogliamo, nella prima frazione combacia per analogia tematica (l’inganno e come farlo) all’originale in tre atti della commedia di Molière.

 

Un sincero ringraziamento a Elisa per l’ispirazione.

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