Le statistiche parlano chiaro

Siamo tutti abituati che avanzando con l’età le probabilità di morire vadano proporzionalmente aumentando. Questo è corretto, però a quanto pare avrebbe valore mediamente solo fino agli ottanta/novanta anni. Dai dati ottenuti infatti, le probabilità di morire a sessantotto anni sono del 2% che aumentano al 4% all’età di settantasei per poi arrivare a circa 30% a novantasette anni. Avviene una sorta di raddoppio di probabilità ad intervalli di otto anni, il cui nome scientifico è Legge di Gompertz. Secondo questa legge, l’età in cui si dovrebbe essere sicuri al 100% di morire sembrerebbe essere di centoundici anni, cosa che ovviamente non accade categoricamente per tutti i campioni di ultracentenari. Questo perchè, una volta superata la famosa soglia di centocinque anni le probabilità di morire non raddoppiano più come prima ma tendono a stabilizzarsi, o in altre parole, tendono a rimanere costanti.

Le probabilità di decesso oltre questa soglia di età, in un dato anno, diventato praticamente del 50-50. “Diventa, ogni anno, l’equivalente del lancio di una moneta” come afferma per l’appunto Jim Vaupel, uno degli autori dello studio e professore dell’Istituto di Ricerca Demografica “Max Planck” in Germania.

 

Le motivazioni

Varie sono le motivazioni per la quale accada un fenomeno del genere. Una tra tutti è il cancro: questa oramai tristemente comune malattia colpisce con una percentuale maggiore individui tra i settanta, ottanta e novant’anni, è quindi logico pensare che superata la soglia dei 105 anni sia molto meno probabile contrarlo. Non solamente per un fatto statistico, ma anche biologico, a causa di un rallentamento della divisione cellulare causato dall’età.

Anche l’evoluzione può essere una seria causa di tutto ciò. Alcuni animali come i moscerini della frutta e vermi nematodi hanno curve di mortalità molto simili a quella riscontrata negli esseri umani. Cosa che ci fa pensare ad un possibile percorso evolutivo comune.

Due scuole di pensiero

In seguito a questo studio, il cui campione di quattromila persone (con più di 105 anni) è stato prelevato proprio qui in Italia tra il 2009 e il 2015, si direbbe che la scienza vada a favore di chi nella Comunità Scientifica creda in una non-esistenza di un limite come ad esempio Vaupel. Dall’altra però chi crede che questo limite esista c’è e tiene testa fermamente alla propria controparte. L’essere umano più anziano del mondo, secondo i registri ufficiali, ha centoventidue anni ed era una donna francese di nome Jeanne Calment che morì nel 1997. Ciò che rende fondata l’idea dell’esistenza di tale limite di età è la consapevolezza che nonostante il pool di ultracentenari negli anni vada crescendo sempre più, nessuno in tutto il globo da allora è riuscito a “battere” questo record. Sostenitore di questa teoria è Jan Vijg, genetista del College di Medicina “Albert Einstein” di New York che conferma l’inverosimilità riguardante l’arresto della probabilità di morire crescente dopo una certa età, sostenendo in un suo articolo pubblicato sulla rivista “Nature” l’idea che il genere umano abbia raggiunto il suo massimo limite di età.

 

William Mongioj