Paolo Sorrentino e Raffaele la Capria raccontano la doppia anima della Napoli degli anni Settanta

Il film “Parthenope” di Paolo Sorrentino e i richiami al romanzo “Ferito a morte” di Raffaele la Capria. 

Napoli è una città che, per secoli, ha esercitato un enorme fascino su artisti di ogni genere. Tra questi, Paolo Sorrentino e Raffaele La Capria, rispettivamente regista e scrittore napoletani, figurano tra coloro che, con disincantata poesia, hanno immortalato l’essenza della città attraverso le loro opere.

Il legame fra il regista e lo scrittore

Entrambi di origine napoletana, Paolo Sorrentino e Raffaele La Capria hanno dedicato parte significativa della loro produzione artistica a Napoli, facendone in alcuni casi il fulcro narrativo. Fra i film di Sorrentino è doveroso citare “È stata la mano di Dio” e, ovviamente, il più recente “Parthenope”, che incarna perfettamente quella dicotomia tutta napoletana poeticamente ritratta da Raffaele La Capria nel suo indiscusso capolavoro, il romanzo “Ferito a morte”, vincitore del Premio Strega nel 1961.

Oltre in dichiarate frasi di ammirazione e stima da parte di Sorrentino verso La Capria  considerato da molti il maestro della letteratura napoletana  il loro rapporto si è anche tradotto in un tentativo di vera e propria collaborazione artistica. Nel 2014, prima della proiezione del docufilm “Una bella giornata” diretto da Maurizio Fiume e Giuseppe Grispello in onore del capolavoro lacapriano, lo scrittore ha raccontato al pubblico di aver provato a scrivere insieme al regista una sceneggiatura del romanzo per l’adattamento cinematografico. Alla fine il progetto non è andato in porto e La Capria ha giustificato così la rinuncia all’esperimento: “Ci rendemmo conto che il senso del romanzo poteva essere trasmesso solo con le parole e non con le immagini”.

Eppure, leggendo l’estratto della sceneggiatura, si nota immediatamente quanto la forza poetica dello scrittore, capace di trasformare parole in immagini vivide e cristalline, abbia fatto breccia nel regista, che segue fedelmente quel misto di sogno e realtà descritti nelle prime pagine del romanzo (forse tra gli incipit più belli della nostra letteratura contemporanea)0. Sorrentino e La Capria, infatti, scrivono che intorno a Massimo addormentato si sente il “silenzio degli anni Cinquanta” con solo il rumore del “mare attutito”. Non si tratta forse di quell’ “esagerazione di luce” che La Capria dipinge in “Ferito a morte” e che Sorrentino cerca di immortalare nella bellissima fotografia del suo film “Parthenope”?

 

“Parthenope” e “Ferito a morte”

Napoli e le sue mille sfumature sono le protagoniste indiscusse del film “Parthenope”, ricco di simbolismi e allegorie che potrebbero sfuggire,  a una prima e superficiale visione del film, agli spettatori meno attenti. La prima e la più evidente è racchiusa nel nome dell’ eroina del film, Parthenope, che viene alla luce proprio nelle acque in cui le correnti trasportarono il corpo esanime della sirena che, secondo la leggenda, decise di togliersi la vita dopo il fallito ammaliamento del suo canto sul marinaio Ulisse. Il legame simbolico della protagonista con la città di Napoli è inequivocabile: in onore alla sirena ritrovata morta sulle rive del golfo di Napoli, la città prese prima il nome di Parthenope e poi quello di Neapolis.

La vita di Parthenope si svolge in un arco temporale che va dagli anni Cinquanta del Novecento fino al 2023, anno in cui Parthenope è ormai un’adulta professoressa universitaria di antropologia. E non è un caso che Parthenope si appassioni a questa materia, perché le diverse anime della città sono presenti non solo nella personalità della protagonista, ma anche e soprattutto nei personaggi con i quali Parthenope cresce, ride, soffre, entra per la prima volta nel ventre di sé stessa e della città di cui è simbolo e vittima contemporaneamente. Così come, ha dichiarato lo stesso Sorrentino nell’episodio a lui dedicato del podcast Dicono di te di Chora Media, Parthenope è vittima dello scorrere del tempo e della declinazione imprevista e dolorosa che le vicende della sua vita hanno assunto.

La fuga inesorabile del tempo, dalla chiara e spensierata gioventù fino alla grigia età adulta, è anche uno dei temi cardini del romanzo “Ferito a morte”. Massimo, il protagonista, rimpiange la dolorosa “Grande Occasione Mancata”, in un misto di tuffi nel passato e speculazione storico-politica sulla “Foresta Vergine” – l’intricata patria partenopea  insieme all’amico Gaetano. Così come Parthenope, anche Massimo decide di abbandonare Napoli, non per Trento ma per Roma, e di ritornarvi periodicamente durante le ferie lavorative. Napoli è, insomma, una città che ferisce a morte Massimo, proprio come Parthenope ferisce fino alla morte Raimondo, l’amato fratello.

 

La doppia anima di Napoli

Sorrentino, come La Capria, narra delle vicende della Napoli borghese e benestante, delle famiglie ricche e facoltose ma destinate a un ineluttabile declino. L’incantevole, ma ormai deturpato sfondo, è quello della Napoli degli anni Cinquanta e, poi, quella degli anni Settanta, segnata dalla presenza politica di Achille Lauro, sindaco di Napoli per diversi mandati e padrino della malinconica Parthenope di Sorrentino.

È in questo che si nasconde la doppia anima della Napoli narrata da La Capria e a cui Sorrentino si ispira. Negli anni della gioventù di Parthenope e di Massimo, Napoli è la culla della “bella giornata” inondata dalla luce del sole estivo, dei bagni in mare, delle giornate di pesca, delle spensierate vacanze a Capri dove i giovani corteggiano i meno giovani per garantirsi lunghi soggiorni lussuosi. Il venire meno della leggerezza della gioventù corrisponde con la presa di coscienza dell’esistenza della morte, del dolore, del corruttibile e, con uno sguardo più profondo, con la consapevolezza della miseria umana e della decadenza d’animo. L’unica soluzione per fare fronte alla disillusione e al tramonto della giovinezza è, allora, abbandonare Napoli, per poterla osservare meglio al proprio rientro e poter apprezzare a pieno la complessità antropologica che custodisce. “Io non la giudicherò mai. Lei non mi giudicherà mai.”: è questo il taciuto patto.

 

 

Lascia un commento