“Panta rei”: l’inarrestabile flusso della vita Pirandelliano fra Monet e Breaking Bad

I punti di contatto fra il dinamismo di Breaking Bad, l’impressionismo di Monet e la visione del mondo di Pirandello.

Cos’hanno in comune una serie televisiva che racconta gli scenari più oscuri dello spaccio di Albuquerque, le Cattedrali di Rouen e Pirandello? Scopriamolo.

Il dinamismo di Breaking Bad

Breaking bad è senz’ombra di dubbio una fra le serie più apprezzate e acclamate degli ultimi anni. Lo straordinario genio di Vince Gilligan coniugato a una regia cristallina e a una profonda analisi psicologica dei personaggi ha conquistato il pubblico più disparato e conferisce alla serie quell’alone di iconicità che l’annovera fra le migliori girate nell’ultimo decennio.

Gli amanti di Breaking bad non possono non ricordare l’emblematico dialogo fra Jesse e Jane quando il coprotagonista del mirabolante professore di chimica si chiede come a qualcuno possa passare per l’anticamera del cervello di dipingere decine e decine di volte la stessa porta. “Ma non era la stessa“: la risposta di Jane è tanto semplice quanto significativa da lasciare spiazzati Jesse e gli spettatori. “Dovrei fumare solo questa sigaretta? Dovremmo guardare un solo tramonto? Vivere un solo giorno?”. La risposta, ovviamente, è no. Ogni esperienza è unica e irripetibile, ma soprattutto lo sono le nostre percezioni.

Fa riflettere come in questa scena sia racchiusa la filosofia dell’intera serie che, come il titolo stesso ci suggerisce, è fondata sul dinamismo continuo. Walt, un semplice professore che si trasforma in un magnate dello spaccio è soltanto la punta dell’iceberg, tutti i personaggi sono in continua evoluzione, il precario equilibrio iniziale è da subito stravolto dalla notizia del cancro che non è altro che la miccia che innesca una serie inarrestabile di reazioni a catena. La chimica, d’altronde, costante di tutta la serie, è lo studio delle reazioni, Walter White è il reagente, Heisenberg il prodotto.

Le cattedrali di Rouen

La serie delle Cattedrali di Rouen, composta da 31 quadri raffiguranti la Cattedrale dallo stesso punto di vista nell’arco di una giornata, è considerata uno dei capolavori di Monet e un caposaldo del movimento impressionista di fine ‘800.

L’impressionismo è il movimento che meglio descrive l’idea di dinamismo perpetuo già introdotta da Eraclito nel 500 a.c. . Tutti avranno già sentito il celebre aforisma “Panta Rei” che letteralmente significa “tutto scorre”. Per rendere l’idea ai meno avvezzi agli astrattismi, secondo il filosofo Greco, non è possibile fare un bagno nello stesso fiume più di una volta, l’acqua infatti, scorrendo in continuazione, non sarà mai la stessa, come non sono le stesse le impressioni percepite dall’artista Francese mentre dipingeva la cattedrale gotica. Ma a cambiare non erano solo le sfumature di colore dovute alla diversa inclinazione dei raggi solari, ma anche l’umore e le sensazioni del pittore che le riversava sulla tela attraverso il suo pennello quasi come se i soffusi tratti evanescenti della cattedrale potessero assorbirle.

Il flusso della vita in Pirandello

Proseguendo sullo stesso fil rouge, sembra quasi d’obbligo il richiamo a Pirandello. Lo scrittore Siciliano, che nel suo corpus letterario ha dato più volte sfogo alla sua vena filosofica, non ha esitato ad affrontare tale problematica, anzi, ne ha fatto un cardine del suo pensiero. L’abilità di Pirandello, del resto, è riuscire a smontare, pezzo per pezzo, anche i più infimi ingranaggi che costituiscono il congegno del nostro modo d’agire e di pensare, e questo gli riesce con una facilità sconcertante.

Secondo lo scrittore, la vita è un continuo fluire caotico di sensazioni irrazionali, che noi ci illudiamo di poter cristallizzare in una forma statica. Ma questa, appunto, è solo un’illusione: per quanto noi ci sforziamo di darci una definizione, cercando di costruirci un’identità, di inserirci all’interno di un contesto sociale, non riusciremo mai a fermare quella fiumana di cambiamento che scorre dentro di noi.

La vita è un flusso continuo che noi cerchiamo d’arrestare, di fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi, perché noi già siamo forme fissate, forme che si muovono in mezzo ad altre immobili, e che però possono seguire il flusso della vita, fino a tanto che, irrigidendosi man mano, il movimento, già a poco a poco rallentato, non cessi. Le forme, in cui cerchiamo d’arrestare, di fissare in noi questo flusso continuo, sono i concetti, sono gli ideali a cui vorremmo serbarci coerenti, tutte le finzioni che ci creiamo, le condizioni, lo stato in cui tendiamo a stabilirci.

Tutto è in continua evoluzione, ogni esperienza, anche quella all’apparenza più insignificante, ci cambia, forse impercettibilmente, ma ci cambia, e noi, ora, non siamo altro che il risultato della somma di tutte queste esperienze, pronti a cambiare ancora e ancora. Pertanto, sforzarci di immobilizzarci in una forma, è soltanto un mero autoinganno, una semplice convenzione sociale, una lotta contro i mulini a vento che porta inevitabilmente all’inibizione di noi stessi. Dovremmo invece abbandonarci al flusso senza cercare di arginarlo, seguendo la corrente, proprio come Jane suggeriva a Jesse? La soluzione, purtroppo, non è così semplice. Vivere emancipati dal “gioco delle parti” della società costituisce come inevitabile conseguenza l’estraniamento da essa, un senso di inadeguatezza, sofferenza, caos e solitudine. E allora? Come uscire da questo labirinto? Come superare questo annichilimento esistenziale? Bhe, Nietzsche ha la risposta, ma questa è un’altra storia.

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