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Orazio ci chiede di vivere al meglio e l’esperienza Zen ci insegna come farlo

L’espressione “Carpe diem di Orazio è stata a lungo abusata e fraintesa. Che cosa significa in realtà e in che relazione è con l’esperienza Zen? Può quest’ultima aiutarci davvero a “cogliere il giorno”? 

Ritratto di Orazio

Il carpe diem oraziano è stato purtroppo spesso frainteso come un inno alla sregolatezza. Solo leggendo attentamente tutto il carme 11, componimento in cui l’espressione compare, riusciamo a comprenderne il vero significato. Prima di essere capaci di vivere al massimo la nostra vita, dobbiamo però capire come vogliamo viverla. A tal proposito l’esperienza Zen può esserci di grande aiuto.

Il testo del carme undicesimo di Orazio

Prima di commentare il carme undicesimo di Orazio, quello del carpe diem, è bene aver presente il testo. Se ne fornisce pertanto una traduzione qui di seguito:

Tu non chiedere, non è lecito sapere, quale fine a me, quale a te
gli dei abbiano assegnato, o Leuconoe, e non consultare
la cabala babilonese. Quanto (è) meglio che sia accettata, qualsiasi cosa accadrà!
Sia che Giove abbia assegnato più inverni, sia che abbia assegnato come ultimo
quello che ora sfianca con le scogliere di pomice che gli si oppongono il mare
Tirreno: sii saggia, filtra il vino e essendo breve lo spazio (della vita),
limita la lunga speranza. Mentre parliamo sarà fuggito, inesorabile,
il tempo: cogli il giorno, il meno possibile fiduciosa in quello successivo

Una riflessione sul carme

Attorno al famosissimo carpe diem oraziano si sono scatenate molte interpretazioni, non sempre corrette o condivisibili. La frase, svincolata dal contesto, può effettivamente generare molti fraintendimenti. Come spesso accade, le frasi più comuni nell’immaginario collettivo, quando vengono contestualizzate, assumono un significato ben preciso. Anche questo invito di Orazio, una volta contestualizzato, lascia spazio a poche interpretazioni, risultando chiarissimo nella propria formulazioneIl poeta ci parla come uno “scienziato della vita”: è estremo conoscitore della verità. Orazio ci dice fin da subito che non possiamo sapere quanto tempo abbiamo su questa terra. È la realtà e purtroppo rischia di essere sconcertante e disarmante per un uomo. La nostra vita è in mano agli dei e solo loro conoscono il principio e la fine. Nemmeno la cabala dei Babilonesi, primi inventori dell’astrologia, può renderci coscienti del tempo. Questo “fugge e non si arresta un’ora” per dirla con Petrarca. Questi due versi e mezzo in cui ci viene presentata la realtà nuda e cruda, sono seguiti da altri che propongono la soluzione del poeta al problema. Accettare ciò che accade, senza fasciarsi la testa perché è accaduto, qualunque sia il nostro futuro. Orazio poi scende nel concreto e spiega anche come non badare al futuro: “sii saggia, filtra il vino e limita la lunga speranza”. Nell’ultimo verso e mezzo invece, è come se il poeta riassumesse il carme: il tempo fugge, perciò cogli il giorno, fidando il meno possibile nel domani. E così Orazio termina il componimento, offrendoci la sua visione della vita, figlia delle sue abitudini e degli usi e costumi della sua epoca.

L’insegnamento di Orazio

Possiamo dunque affermare che Orazio ci invita, come qualcuno ha scritto, a vivere la nostra al massimo, smodatamente e senza regole. Indubbiamente ci viene detto di vivere la nostra vita al massimo, ma non ci viene suggerita la smodatezza o la sregolatezza. Vivere la vita al massimo non significa questo. Tutti possono vivere la propria vita al massimo, senza eccedere. L’allusione al filtraggio del vino è una metafora per indicare la preparazione di banchetti ed è legata alla sensibilità epicurea di Orazio. E noi, che per motivi cronologici non possiamo essere epicurei? Noi dobbiamo trovare noi stessi, dobbiamo trovare chi siamo e come vogliamo vivere la nostra vita. Solo allora possiamo impegnarci a viverla al massimo, cogliendo il meglio di ogni giorno.

La contemplazione Zen

L’aiuto dello Zen

Tutti noi dobbiamo incontrarci e trovare noi stessi. A tal proposito un grande aiuto ci viene offerto dalla pratica dello Zen. Lo Zen non è affatto una setta, né tanto meno una religione, lo Zen è un’esperienza (come lo definiscono Senzaki e Reps). Molti pensano che questa esperienza sia incompatibile con la loro religione, in quanto peculiare soprattutto della religione buddhista indiana. Chi la pensasse così, capirebbe che sbaglia su molti fronti. Tralasciando la problematicità della definizione del buddhismo come religione, lo Zen è in realtà compatibile con qualsiasi persona, sia essa religiosa o atea. Essendo un’esperienza può essere vissuta da tutti coloro che ne fossero desiderosi. Ad essi consiglio il libro “101 storie Zen” di Nyogen Senzaki e Paul Reps. Questo libriccino è “il risultato di innumerevoli e autentiche avventure nello Zen. Che il lettore a sua volta possa realizzarle oggi nella sua quotidiana esperienza di vita”, come viene specificato nell’introduzione. Lo Zen è dunque la via migliore per riempire di significato la propria vita, per scoprirsi nel qui e ora, per essere in grado di cogliere ogni giorno al massimo. Lo Zen può migliorare la vita religiosa di un essere umano o può aiutarlo a trovare un’altra via per accettare serenamente qualsiasi cosa accadrà.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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