Qualche settimana fa la Nasa annunciava la ‘morte’ di Opportunity, il rover in funzione dal 2004 sul suolo marziano. Sul web ondate di post e meme rendevano onore al robot esploratore per il grandioso lavoro svolto e centinaia di foto venivano pubblicate in sua memoria. Tra i tanti messaggi, molti sembravano commossi per il piccolo ‘Oppy’, rimasto tutto solo sul pianeta rosso e ormai giunto alla fine dei suoi giorni. Come si arriva a provare empatia per un freddo automa meccanico? A tal proposito, è questo uno degli obiettivi che la Pixar si era proposta nel del 2008 con Wall-E. Pur non essendo antropomorfi, i robot del film riescono a trasmettere un senso di umanità al pubblico, complice anche il grande lavoro sull’espressività che il team di animazione è riuscito a realizzare. Privo di forma umana e incapace di parlare, Wall-E è comunque in grado di accendere una scintilla empatica nel cuore dello spettatore.

L’empatia è nel cervello di chi guarda

Una ricerca[1] del Toyohashi University of Technology in Giappone fornisce per la prima volta l’evidenza scientifica della capacità umana di empatizzare con il dolore di entità inanimate. I ricercatori hanno chiesto a 15 soggetti adulti di osservare foto di umani e robot in situazioni di dolore, ad esempio mentre si tagliavano con un coltello. L’elettroencefalografia evidenziava una risposta neuronale simile nel cervello dei soggetti sia quando guardavano immagini di mani in carne ed ossa sia nel caso di mani robotiche. Anche se, con quest’ultime, la  reazione era sensibilmente più flebile rispetto alla controparte umana. Che essi provino effettivamente dolore o meno fa poca differenza ai fini di questa riflessione. Ciò che conta è che, come esseri umani, siamo per natura capaci di attribuire emozioni e automi che emozioni non hanno. Il concetto di empatia è proprio quello di riuscire a mettersi nei panni dell’altro e sentire il suo stato d’animo come se fossimo lui. In migliaia di persone le ultime parole di Opportunity, “My battery is low and  it’s getting dark” (“La mia batteria è scarica e si sta facendo buio”) , hanno concretamente smosso qualcosa in loro, semplicemente attribuendo concetti umani, come la morte che incombe o la solitudine, ad una macchina.

Foto mostrate durante l’esperimento

Neuroni specchio e antropomorfismo 

Un ruolo importante è giocato dai neuroni specchio, ovvero dei neuroni che si attivano quando un individuo compie un’azione oppure quando vede compierla da altri. In altre parole, se guardo qualcuno prendere in mano una tazzina nel mio cervello si attivano gli stessi neuroni che si attiverebbero se quella tazzina la prendessi io. Nello sviluppo commerciale di robot sociali, cioè quelli con cui in un futuro non troppo remoto ci troveremo ad interagire, l’attivazione dei neuroni specchio è un buon indicatore della percezione che l’uomo possiede dell’automa con cui si relaziona. Dal punto di vista estetico, dunque, la forma è importante. Robot umanoidi hanno più possibilità di generare reazioni simpatetiche nelle persone, come evidenzia la ricerca sopra citata. Dal lato emotivo, invece, la tendenza tutta umana ad antropomorfizzare tanto gli essere animati quanto quelli inanimati facilita di gran lunga il processo empatico. Queste due caratteristiche, congiuntamente, svolgono e svolgeranno una funzione chiave nell’interazione uomo-macchina. Opportunity ne è il caso emblematico, e Wall-E rappresenta la sua trasposizione cinematografica. Entrambi in completa solitudine procedono imperterriti nel loro compito, incapaci di comunicare se non attraverso suoni elettronici. Lo spettatore, che stia guardando il film o la realtà, non può fare a meno di provare emozioni e tifare per il protagonista.

[1] https://www.nature.com/articles/srep15924

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