Il Superuovo

One Child Nation mette in luce i risvolti più drammatici della politica del figlio unico

One Child Nation mette in luce i risvolti più drammatici della politica del figlio unico

Nel 1982 la politica del figlio unico venne inserita nella costituzione della Cina, costringendo milioni di donne ad aborti e sterilizzazioni forzate.

https://www.cmit-europe.eu/2019/07/24/cmit-europe-wins-a-view-of-shenzhen-from-the-sea/

Era il 1979 quando la Cina di Deng Xiaoping, successore di Mao Zedong alla direzione della Repubblica Popolare Cinese, lanciò la sua politica del figlio unico per far fronte all’enorme incremento demografico registrato a partire dal ’62 e al conseguente problema della sovrappopolazione. Ma procediamo con ordine.

Deng Xiao chi?

Leader della Repubblica Popolare Cinese a partire dal ’78, Deng Xiaoping introdusse fin da subito una serie di riforme atte ad incrementare il commercio estero- ponendo di fatto fine all’isolazionismo di stampo maoista-, e a modificare l’intero assetto economico del paese, che andava ormai verso la de-collettivizzazione. Il “socialismo con caratteristiche cinesi”, inaugurato dal nuovo leader, si basava su un approccio in parte capitalista, favorevole alla  privatizzazione delle industrie e alla de-collettivizzazione delle stesse allo scopo di  favorire la ripresa economica della Cina, uscita martoriata dalla linea collettivista ed egualitaria voluta da Mao Tse-tung.

Nel 1978, anno della sua ascesa al potere, Deng Xiaoping introdusse la Politica della Porta Aperta grazie alla quale la Cina cominciò ad aprire le porte al commercio estero e alle imprese estere che volevano trasferirsi in Cina mediante l’istituzione di aree che beneficiavano di un regime fiscale molto basso -le ZES-, ovvero Zone Economiche Speciali. Qui le fabbriche potevano esportare beni in Occidente, infatti nelle ZES vennero prodotti enormi quantità di beni esportabili a basso costo; questo fece sì che la produzione crescesse a grandi ritmi. L’idea era dunque quella di attivare investimenti stranieri utili all’economia della Cina. Questo è il  “socialismo con caratteristiche cinesi”, che permise alla Cina la piena ripresa economica. Ma l’ascesa economica della Cina era legata all’incremento demografico, ultimo baluardo da abbattere per introdurre l’economia Cinese nel novero delle grandi potenze.

https://www.cmit-europe.eu/2019/07/24/cmit-europe-wins-a-view-of-shenzhen-from-the-sea/

La Politica del Figlio Unico

La problematica rappresentata dalla sovrappopolazione del territorio cinese continuava ad assillare i vertici del Partito: nel 1978 la popolazione era giunta quasi a quota un miliardo ed era destinata a crescere ulteriormente negli anni successivi. Tutto questo era considerato un ostacolo alla modernizzazione e allo sviluppo del paese.

La Cina decise allora di combattere una vera e propria guerra demografica.

Pilastro della direzione politica di Deng Xiaoping, la Politica del Figlio Unico è rimasta in vigore per trentacinque anni- fino al dicembre del 2015- ed è frutto dell’inasprimento di politiche di contenimento demografico preesistenti. Il matrimonio tardivo ed il lungo intervallo fra il matrimonio e la nascita del primo figlio erano già pratiche diffuse nella Cina di Mao. A queste si aggiunse, a partire dal ’79, l’unicità stessa della prole.

Quest’ultima clausola fu introdotta per via delle conseguenze della politica del grande balzo in avanti che, varata nel ’58 dalla dirigenza comunista, puntava all’autosufficienza economica della Cina grazie alla collettivizzazione dell’agricoltura e dell’industria, ma si rivelò un colossale fallimento. La produzione agricola crollò e la grande carestia cinese del ’59-’61 ne fu ritenuta una diretta conseguenza; la Cina di Mao dimostrò in quegli anni di non essere in grado di produrre in proprio quanto le era necessario. Le ripercussioni sulla popolazione furono estenuanti: le masse furono sottoposte ad un sovraccarico della produzione, a controlli sempre più serrati, il tutto edulcorato da massicce campagne propagandistiche.

Gli esiti furono devastanti: si calcola che fra il ’59 e il ’61 morirono tra i 15 e i 55 milioni di persone per una carestia provocata dall’uomo. La necessità era allora quella di sfamare una popolazione in continuo aumento: se nel 1949 la popolazione cinese era di oltre mezzo miliardo, dieci anni dopo era di oltre seicentocinquanta milioni.

Come rispondere ad un aumento demografico così significativo?

La risposta venne annunciata ed introdotta da Deng Xiaoping nel giornale del Partito “Il Quotidiano del Popolo” il 27 gennaio del 1979: ogni coppia in possesso di certificato matrimoniale e, quindi, regolarmente coniugata, aveva l’obbligo di fare richiesta all’Ufficio di pianificazione territoriale del “certificato del figlio unico”, una sorta di lasciapassare per la gravidanza. Così, attraverso bonus, incentivi e disincentivi, la Politica del Figlio Unico entrava prepotentemente a far parte della fitta rete normativa della Cina del XX secolo.

La crisi demografica cinese era ritenuta la causa principale dei problemi economici del paese: con un figlio unico per famiglia, il tenore di vita sarebbe raddoppiato e in un breve lasso di tempo l’economia cinese sarebbe decollata. O perlomeno questo era quanto auspicato dai vertici del Partito. La realtà dei fatti dimostrò ben presto che la politica di controllo delle nascite non fu in grado di arginare il problema della sovrappopolazione: ad oggi la Cina conta una popolazione di un miliardo e quattrocento milioni, con un tasso di crescita in calo, ma ad ogni modo distante dall’obiettivo di crescita zero auspicato dalla Commissione di Stato per la Pianificazione Familiare anni prima.
Ad oggi si crede ancora che questa politica abbia prodotto benefici e questo è un aspetto inquietante che il documentario cerca di mostrare, mettendo in luce quanto l’indottrinamento sia stato radicale e quanto sia difficile capire se ciò che gli intervistati dicono sia frutto della propaganda o sia ciò che pensano realmente. La maggior parte delle donne intervistate nel documentario dice di non provare rancore per le violazioni subite nel periodo in cui la politica del figlio unico è rimasta in vigore.

Il dilemma che si pone diventa allora perlopiù etico: come si può considerare grande una nazione che, per aumentare il PIL e portare la Cina nel novero della grandi potenze ha sacrificato milioni di bambine e violato per decenni i diritti delle donne? Il PIL è aumentato, la Cina è divenuta una grande potenza, ma a che costo?

One Child Nation: propaganda ed effetti della politica del figlio unico

“Nel 2015 la Cina conclude la politica del figlio unico. Dopo la fine della Politica del Figlio Unico, il Partito comunista annuncia che essa ha reso più potente il paese, più prospera la gente e più pacifico il mondo”.

Queste sono le prime parole che compaiono nel film documentario diretto da Nanf Wang e Lynn Zhang, vissuti in Cina nel periodo in cui la crisi demografica cinese faceva rumore in tutto il  mondo.

”Diventare mamma fu come dare alla luce i miei ricordi, mi tornarono in mente le immagini della mia infanzia”

Dice Nanfu Wang, che decide di tornare nel suo villaggio natale e di ripercorrere i luoghi della sua infanzia intervistando ex funzionari e donne del villaggio su uno dei periodi più bui che la Cina abbia mai vissuto in termini di diritti umani. Attraverso racconti, aneddoti e testimonianze, veniamo a conoscenza del reale funzionamento della PFU: le donne venivano rapite dai funzionari governativi, legate e portate con la forza ad abortire o ad essere sterilizzate, l’opposizione non era contemplata. In caso di dissenso, venivano demolite le case dell’intera famiglia, insomma era impossibile sottrarsi alle guerra demografica intrapresa dal Partito e ai suoi rigidi dettami.

Il governo usava musica e programmi televisivi per mostrare alla gente una vita migliore a cui aspirare se solo avessero rispettato le regole. Insinuando dunque nella gente l’idea che il bene collettivo fosse superiore a quello individuale e che il bene per il Partito coincidesse con l’avere un unico figlio. Questo tipo di propaganda veniva realizzata in maniera cavillare: dai libri di testo alle canzoni per bambini e ragazzi, tutto ruotava intorno alla necessità di dimostrare l’imprescindibilità e l’integrità di questa politica.

Ma fu davvero così necessaria? Il PIL è aumentato, ma a che costo? A questa domanda cerca di rispondere Peng Wang, fotografo che a partire dal ’96 iniziò a fotografare i cumuli di rifiuti in giro per la Cina imbattendosi in qualcosa di assolutamente sconcertante: cumuli di bambini morti gettati in mezzo ai rifiuti. Wang racconta i risvolti inquietanti di questa politica, mettendo in luce il dolore che si è consumato dietro il silenzio di cui molte vittime non riescono ancora oggi a parlare. È forse questo l’emblema del benessere collettivo? O solo il piano economico di un individuo attuato e mascherato dalla propaganda?

Le donne, costrette a sottostare all’ineludibile logica interna al Partito, sono state per anni private della libertà di  scelta: era allora difficile scegliere come e quando avere figli. La pianificazione familiare prescriveva dettami morali fortemente limitativi in campo individuale, la pratica diffusa era quella dei matrimoni ritardati, delle gravidanza posticipate e l’attesa di almeno cinque anni per ottenere il certificato per la seconda gravidanza (che chiaramente era contemplata solo in poche zone del paese, perlopiù rurali).

Questo politica ha legittimato un sistema di abbandoni e infanticidi: un enorme numero di neonate venivano abbandonate per giorni sotto al sole, lasciate morire sul ciglio della strada o abbandonate in ceste lasciate nei mercati in quanto ree  di essere nate femmine in un sistema oppressivo e discriminatorio, profondamente patriarcale. La presunta superiorità dell’umanità maschile ha fatto sì che innumerevoli famiglie abbandonassero le neonate di sesso femminile in nome di una dichiarata inferiorità delle “donne in quanto donne” rispetto agli “uomini in quanto uomini”. All’interno di questo sistema ciò di cui le donne erano private era in fondo la libertà di scegliere del proprio corpo. Nella privazione del diritto all’autodeterminazione, la violazione concerne allora anche l’ambito decisionale, e suona più o meno così:  io, in quanto donna nata nella Cina comunista, devo avvertire l’ufficio territoriale  per decidere come disporre del mio corpo e della mia volontà. Quando e come avere un figlio non è più una decisione individuale ma burocratica. È facile constatare come, in modi e con sfaccettature diverse, siano sempre le donne a dover rispondere di politiche che più che salvaguardare i corpi, decidono cosa farne al loro posto. Dalla Cina degli anni ’80 alle ultime leggi anti-abortiste del  Texas nel 2021, ciò che viene costantemente messo in discussione e variamente attaccato, è di fatto il diritto delle donne a disporre del proprio corpo, come ci fa notare nel documentario Nanfu Wang, trasferitasi in America:

“Ironicamente, ho lasciato un paese in cui lo Stato obbligava le donne ad abortire per trasferirmi in un Paese in cui lo stato limita gli aborti”.

Ad oggi, la Politica del Figlio Unico ha prodotto un generale invecchiamento della popolazione cinese ed il timore è in realtà legato alla conseguente diminuzione della forza lavoro necessaria al sostentamento della nazione, questo è essenzialmente il motivo per cui, a partire dal 2015, è stata abolita la PFU.

https://www.bbc.co.uk/programmes/m000bh0j

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