Il virus e la malattia che scatena

L’HIV (Human Immunodeficency virus) appartiene alla famiglia dei Retroviridae, ovvero virus a ssRNA (un singolo filamento di RNA), il quale viene trasformato a DNA (retrotrascritto appunto) e quindi integrato nel genoma della cellula ospite. Il virus interagisce con il suo bersaglio, che corrisponde ai linfociti T CD4+, responsabili della difesa immunitaria dell’organismo. Da qui appunto il nome della malattia che causa: AIDS (Acquired Immune Deficency Syndrome). In realtà, inizialmente il virus colpisce altre cellule dell’immunità: macrofagi e cellule dendritiche. Quindi manifesta sintomi simil-influenzali, durante i quali l’HIV viene controllato ed entra in latenza. Tuttavia, il virus è ancora presente in grandi quantità nel circolo e può essere trasmesso. Lentamente, inizia a colpire i linfociti T prima infettandoli e poi uccidendoli, causando quindi una grave immunodeficienza. L’organismo quindi non riesce più a difendefersi dalle più banali infezioni, fino a morire anche per una polmonite.
Le terapie oggi
Dopo la diffusione a partire dagli anni ’60 e la grande fama che ha raggiunto negli anni ’80, la malattia rimane ancora grave ma può essere controllata. La cura migliore è sicuramente la prevenzione: l’uso del profilattico garantisce una netta diminuzione della probabilità di trasmissione, in particolare tra omosessuali. Si pensi che nel 2016, l’85,6% delle nuove segnalazioni erano dovute a rapporti non protetti (dati ISS). La terapia invece più diffusa oggi viene chiamata HAART (Highly Active Antiretroviral Therapy), la quale prevede l’uso di farmaci diversi contemporanemente (anche in un’unica pillola) che colpiscono bersagli diversi e ceppi diversi (ci sono tante varianti del virus). Il problema di questa terapia è che deve essere sostenuta per tutta la vita (una sua interruzione causa infatti un ritorno importante del virus nel sangue), con conseguenze in termini di costi ed effetti collaterali.
La nuova scoperta

Un recente studio della Rockfeller University di New York, ha dimostrato come la somministrazione di due anticorpi contemporanemante contro alcune proteine di HIV permette ai pazienti di non assumere più terapia farmacologica per un certo periodo di tempo (da qualche settimana a mesi). In particolare, in due casi su 11 il virus non si è più ripresentato per un anno. La somministrazione degli anticorpi permette infatti una maggiore efficienza del sistema immunitario, potenziando semplicemente i meccanismi naturali che già ci sono. L’uso degli anticorpi rientra in una più ampia diffusione di questi anche nel campo oncologico. Essi possono essere prodotti in laboratorio abbastanza facilmente e sono molto precisi nel colpire il bersaglio (tumore o virus). Lo studio deve essere sicuramente approfondito, ma evidenzia come una malattia fino a qualche anno fa letale stia diventando sempre più sopportabile, con una guarigione che è passo passo più vicina.
Alberto Martini