Non vai a votare? Calvino e Samuele Bersani ti spiegano perché stai sbagliando

Calvino e Bersani illustrano il”moderno ignavo”, individuo totalmente incapace di schierarsi in politica e nella vita privata. 

“La giornata di uno scrutatore” è un romanzo di Italo Calvino. Il protagonista, Amerigo Ormea, esce di casa di prima mattina in un giorno piovoso per recarsi al seggio elettorale di cui sarà scrutatore. La sede del seggio è il “Cottolengo”, luogo grigio che dà asilo a persone mentalmente instabili o minorate o fisicamente deformi: costretto per un giorno della sua vita a tener conto di quanto è estesa la “miseria della natura”, Amerigo dà vita ad una profonda riflessione. Il protagonista di “Lo scrutatore non votante” di Bersani è un uomo fragile, interessato meramente all’apparenza, strettamente legato a vincoli sociali: un moderno “ignavo”.

Samuele Bersani

L’equilibrio del “giusto”

Il protagonista de “La giornata di uno scrutatore” afferma che nella politica e nella vita quotidiana valgono due principi, ovvero “non farsi mai troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire”. Amerigo tende ad analizzare sempre l’ambivalenza delle situazioni, il buono e il cattivo, giungendo a formarsi come una persona che al mostrarsi preferisce il conservarsi come persona “giusta”. Il concetto di giustizia è legato all’equilibrio, alla posizione intermedia tra due estremi, ma quanto essa, la libertà e progresso possono essere propri anche di persona prive di giudizio critico? “Cosa abbiamo noi più di loro?”  Il confine tra i sani e gli uomini del “Cottolengo” appare estremamente labile ed incerto e la riflessione si estende su quanto sia valido il voto di coloro che sono incapaci di intendere e di volere, fortemente vincolato dai gestori della  struttura. La sovrapposizione degli stemmi di partiti diversi dei manifesti elettorali ricordano le foglie del carciofo, così come ottimismo e pessimismo sono inscindibili, facce di una stessa medaglia. In un periodo storico in cui si percepisce lo “squallore esteriore” della democrazia come un aspetto da tutelare in quanto vincente rispetto ai fasti del fascismo, ci si interroga sull’originaria esigenza di vita che ha spinto alla creazione di un luogo volto ad accogliere le fasce più deboli della società, esigenza ben lontana dal mero interesse e lucro che orbitano adesso intorno al Cottolengo torinese. Il protagonista si chiede se ciò che davvero conta è il momento iniziale, in cui si è carichi di energie e totalmente proiettati verso il futuro, o la capacità di rinnovare e ridare verità alla volontà e ai bisogni umani. Amerigo pone in contrasto cromatico l’ “arancione” del maglione  dell’entusiasmo di colei che si oppone alle manipolazioni del voto dei “cutu” contrapponendolo al grigiore degli uffici amministrativi. Stando a stretto contatto con “quelle creature opache”, il protagonista sente lo struggente bisogno di bellezza e il pensiero si collega immediatamente a Lia, donna da cui è affascinato ma con cui rifiuta di legarsi sentimentalmente. Amerigo sente che in quel momento tutta la bellezza del mondo pare concentrarsi in Lia ed incomincia una profonda riflessione: che cos’è la bellezza? È un riflesso, una convenzione? È un modello storico dato dalla proiezione dei valori sociali? È un privilegio dato dalla sorte? È classificabile? Fare della bellezza un elemento cardine della società, però, è forse il primo passo verso una “civiltà disumana” in quanto non si può decidere di esserlo, così come i deformi non hanno colpa per la propria condizione. Occorre dare alla bellezza il giusto peso, non idolatrarla ma tutelarla per evitare che la “mostruosità” diventi la normalità. Ma come comportarsi se, senza rendercene conto, fossimo noi stessi deformi e minorati rispetto ad una diversa possibilità d’essere, ormai dimenticata? A tal proposito dovremmo vivere la bellezza come le suore spontanee e naturali anche davanti all’obiettivo, incuranti del proprio aspetto? Lo scrutatore si rende conto, in conclusione, che tutto è vano e che l’unica cosa per la quale vale davvero la pena vivere è l’amore. La vanità del tutto, però, è legata alla consapevolezza che nonostante l’essenza effimera e fugace di ognuno di noi, ciascuno è indispensabile alla totalità.

L’amore al di là delle parole

Pensare ad un vecchio che fa visita al foglio infermo fa scoprire ad Amerigo il vero significato dell’amore. L’uomo sta a lungo inerme guardando negli occhi l’ammalato per farsi riconoscere: imboccarlo senza riuscire ad ascoltare nessuna parola dalla sua bocca suscita in lui un forte senso d’angoscia. Tutto ciò che l’anziano contadino possiede è racchiuso nello sguardo del suo amato: un bene esclusivo legato unicamente all’amore e alla paura di perdere “quel qualcosa di poco e di male, ma di suo, che è suo figlio”. La madre superiora in visita ai malati non ha bisogno del bene tratto dal riconoscimento dei suoi assistiti: “è un bene generale, in cui nulla va perso”. Il corpo dell’infermo ripiegato su se stesso è la rappresentazione materiale del tentativo dell’uomo di cercare un rifugio dentro di sé. La suora ha scelto in totale libertà di dedicare la propria vita alla corsia svolgendo la sua “missione” rimanendo ben distinta dall’ oggetto e padrona di sé. Il contadino, invece, non ha scelto nulla, la sua vita è altrove, tra le terre, ma sta lì tutte le domeniche godendo di ogni attimo trascorso con l’adorato figlio. Di sbieco, con le teste inclinate, i loro sguardi si intrecciano : il senso più profondo dell’amore è nella loro necessità reciproca e il sentimento amoroso, in quanto tale, è il limite dell’essere umano stesso. Come in un sogno ad occhi aperti tra luci ed ombre che si alternano convergendo nel letto posto al centro della sala in cui giace una bambina, immagine speculare di Lia. Negli occhi della fanciulla rivede il grigiore triste della sua frequentante. Emana forti grida a causa della sua incapacità di comunicare al mondo il suo forte bisogno di protezione e pietà, respinge con risolini di sfida e sguardo ostile chiunque le si avvicini come una sfuggente “creatura selvatica”. La riflessione conclusiva a cui giunge in un attimo che corrisponde all’eternità è che le persone sono legate dai lacci di uno stesso garbuglio. D’improvviso Amerigo realizza che la continua e reciproca sfida con Lia, il continuo perdersi e ritrovarsi, la complementierà di due anime diverse sono riconducibili allo stesso sentimento che lega il contadino al figlio: un amore che non ha bisogno di parole.

Italo Calvino

L’uomo che poteva essere farfalla ma è rimasto una crisalide

“Lo scrutatore non votante” è un brano di Samuele Bersani in cui, tramite immagini talvolta paradossali, l’autore descrive la condizione dell’uomo che decide di non schierarsi. In contraddizione con il ruolo che ricopre, impiegato in un luogo in cui la gente si reca per esprimere le proprie preferenze, lo scrutatore è “indifferente alla politica” e non vota. È un “ateo praticante” : non crede in alcuna divinità ma sente l’esigenza di mostrare una facciata da credente. L’uomo non è animato da alcun sentimento religioso, in chiesa siede in disparte ed è pronto a dissentire dalla predica. Si sente in dovere, quasi fosse un obbligo morale dettato dalla società, di tenere in ordine la casa e di prenotare viaggi ma non invita mai ospiti e non parte. Ciò che per lui è davvero importante è l’immagine che trasmette; è fondamentale apparire aderente a canoni etici e non macchiarsi con le droghe. Magistralmente Bersani pone in chiave di chiusura una formula emblematica, l’immagine di colui che “sviene per un po’ di sangue ma poi è per la sedia elettrica”. L’uomo si autocondanna a rimanere crisalide temendo il vuoto e il rischio di spiccare il volo trasformato in farfalla.

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