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Diodato vince Sanremo e, come Mallarmé, fa del rumore e del silenzio i suoi protagonisti

Con “Fai Rumore” Diodato vince Sanremo: è il suono al primo posto, come accade nelle poesie di Mallarmé.

Diodato
Diodato

Ieri sera si è conclusa la 70° edizione del Festival di Sanremo, che ha visto trionfare Diodato, seguito da Francesco Gabbani e dai Pinguini Tattici Nucleari. Sicuramente un’edizione discussa e al centro di numerose polemiche, che ironicamente vede svettare una canzone proprio sul rumore e sul silenzio.

 

Il rumore di Diodato come condizione dell’amore

”[…] Che fai rumore qui,
E non lo so se mi fa bene,
Se il tuo rumore mi conviene,
Ma fai rumore sì,
Che non lo posso sopportare
Questo silenzio innaturale
Tra me e te. […]”

Questo un pezzo del ritornello di ‘Fai Rumore’, la canzone vincitrice di quest’ultimo Festival di Sanremo. Fa un po’ sorridere il fatto che proprio una canzone sul rumore e sul ‘silenzio innaturale’ sia protagonista di questa 70° edizione. Non può infatti essere descritta come silenziosa la gestione di Amadeus. Tra polemiche prima ancora dell’inizio, imprevisti in corso d’opera e litigi tra le personalità sul palco, il 70° Festival della canzone italiana è e sarà sempre circondato da un’aria di chiacchericcio, e di rumors, insistente.

Ma tralasciando i fatti più o meno trash della settimana, quello che è certo è che Diodato non parlava certamente di questo tipo di rumore quando cantava sul palco dell’Ariston. Il cantante parla di un amore finito e, per farlo, usa la metafora del rumore, che prima c’era e ora non c’è. Non usa la vista (di solito senso privilegiato) per descrivere il suo ricordo e la sua sofferenza. ‘Fai Rumore’ è un elogio al suono, che è tagliente quando è presente ma altrettanto crudele quando assente.

Il campo lessicale del rumore è ovunque nel testo. Viene descritto come una meta, il risultato di una ricerca ed insieme di una fuga. Forse non un punto di vista completamente innovativo, ma sicuramente interessante per intendere l’amore con un senso a cui di solito si presta poca attenzione. Ma questo interesse per l’udito si ritrova anche in un poeta cardine della letteratura francese del secolo scorso, anche se sotto una concezione in un certo senso ribaltata.

Diodato con il primo premio del Festival di Sanremo
Diodato con il primo premio del Festival di Sanremo

Il rumore di Mallarmé: la necessità del silenzio per raggiungere l’assoluto

Anche Stéphane Mallarmé mette sul piedistallo il senso dell’udito. Il poeta francese è stato espressione del movimento simbolista francese del ventesimo secolo: in quanto simbolista, era alla ricerca di una verità superiore a quella visibile nel reale. L’assoluto di cui parla nella sua poetica è infatti al di là di quello che ci circonda e quindi riscontrabile solo attraverso simboli e collegamenti innovativi in grado di svelare le connessioni dell’universo.

Secondo il poeta, il silenzio sarebbe proprio un mezzo di raggiungere quell’assoluto. Nella sua poesia ‘Sainte’ (Santa in italiano), Mallarmé alla fine elimina ogni suono in favore della ricerca dell’infinito. Il componimento è dedicato a Santa Cecilia, la patrona dei musicisti. Viene presentata in compagnia di strumenti musicali che però stanno invecchiando. La viola, per esempio, perde la sua doratura.

Questa rovina progressiva sta ad indicare come il vecchio debba lasciare il posto al nuovo (non bisogna scordare che Mallarmé vive in un periodo di avanguardie moderniste, dove i valori antichi erano continuamente messi in discussione) e come la musica rientri nella prima categoria. Alla fine, infatti, la Santa non ha più nessuno strumento e diventa la musicienne du silence (la musicista del silenzio).  È solo il silenzio che permette al poeta di raggiungere la sua meta, e anche Santa Cecilia lo comprende, annullando ogni rumore, compresa la sua musica.

Dipinto che ritrae Stéphane Mallarmé e alcuni amici
Dipinto che ritrae Stéphane Mallarmé e alcuni amici

La forza del rumore e del silenzio nell’arte

Diodato e Mallarmé dimostrano, in modi opposti, come l’udito sia necessario per i viaggi che stanno intraprendendo. Il cantante attribuisce al rumore la sua sofferenza e la sua gioia, e rifugge il silenzio perché lo priva della sua amata. Al contrario, il poeta ricerca il silenzio per accogliere l’infinito, e annulla ogni rumore. Entrambi dedicano la loro arte al suono, e i loro componimenti ne sono intrisi.

L’alternanza tra silenzio e rumore nei due testi diventa quasi assordante. Fa riflettere su quanto il suono sia importante nella vita di tutti i giorni, anche se spesso viene poco considerato. I Petrarchisti cinquecenteschi attribuivano l’amore alla vista; Proust parlava del gusto della memoria; la morbidezza al tatto dell’oggetto amato è decantata in ogni dove.

Per i due protagonisti di questo articolo, è l’udito a regnare su tutto. Questo è veicolo di amore e di compiutezza di opera poetica. Che poi questa antitesi rumore-silenzio sia venuta fuori proprio durante questo Festival, è un’altra storia. O, forse, era destino che anche questo fosse uno di quei dettagli imprevedibili che ogni anno (e questo in particolare) accompagnano queste serate?

Risultato immagini per silenzio e rumore

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